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Capire la nuova èra: missione impossibile (2020)

29 Giu

Foto di Kevin Ku da Pexels

Continuo a cercare di capire la nuova èra che stiamo vivendo, quella della seconda decade del Duemila in cui si sono realizzate condizioni sconosciute alla precedente storia della razza umana: qualcuno sta seriamente studiando la situazione o si preferisce buttarla in caciara agitando spauracchi medievali? Purtroppo sembra avverarsi la seconda ipotesi.

Ecco un paio di libri sull’argomento spulciati nelle scorse settimane.


Inizio da “Cuori allo schermo. Vincere la solitudine dell’uomo digitale” (Piemme 2018), che in copertina riporta come autore Marc Augé ma in realtà è strutturato da Raphaël Bessis in conversazione con il noto etnologo. Bessis si definisce “internauta”, qualsiasi cosa questo voglia dire, e stimando Augé vuole cercare «un’analogia tra l’esperienza dell’internauta e quella dell’etnologo», malgrado ammetta sin da subito che questo argomento è «poco familiare alla filosofia e agli studi di Marc Augé», quindi la sensazione sin dalle prime domande è che Bessis voglia spingere l’etnologo a dire qualcosa che esuli dalle sue convinzioni ed esperienze.

La tesi con cui Bessis apre la conversazione è che – snocciolando nozioni ignote al lettore che non abbia già una formazione solida sull’argomento, quindi mi sento subito escluso – le caratteristiche di un etnologo sono le stesse di un internauta, o homo cyber: espressione che Bessis utilizza senza dare spiegazioni, probabilmente dovrei leggermi gli altri suoi libri. Quando Augé definisce l’etnologo «”ubiquitario” e “schizofrenico”, distante e allo stesso tempo coinvolto, cioè “partecipante a distanza”», in pratica – secondo Bessis – sta descrivendo in modo perfetto anche un internauta

«Condizione preliminare di questa esperienza dev’essere considerare le altre società come culture altre; a questo aggiungo che da un lato occorre osservare quella civiltà dall’esterno per percepirne i limiti in modo preciso, ma dall’altro è necessario entrare al suo interno per coglierne in profondità il funzionamento. Bisogna quindi essere empatici e allo stesso tempo mantenere le distanze.
Basta questo per definire l’etnologo un essere «dei limiti», facendone così una sorta di “proto-cyberman”? Non so. Non ne sono sicuro, ma dev’esserci qualcosa di vero in questa affermazione.»

L’idea mi intriga molto, e in effetti è molto facile analizzare dall’esterno una cultura, fissandola dallo schermo di un computer connesso, ma poi bisogna essere empatici con essa per capirne il comportamento. Ci sto, ora che inizieranno a spiegare sono sicuro che questo saggio mi piacerà. Peccato che nessuno dei due abbia la minima intenzione di spiegare qualcosa.

I libri-intervista li trovo deprimenti perché di solito l’intervistatore è adorante mentre l’intervistato sbuffa e non ha voglia di sottoporsi a questa perdita di tempo. È davvero difficile portare l’intervistato a spiegare in poche parole qualcosa che è spiegato molto meglio nelle sue opere, al massimo si ottengono aneddoti. Qui Augé parla della sua materia, l’etnologia, e non spiega nulla perché dà per scontato che tutti abbiano già letto i suoi libri, mentre Bessis parla della sua materia, qualsiasi essa sia – perché spiegarla, visto che abbiamo tutti letto i suoi libri? – e quindi sono due tizi che parlano di cose loro, sfruttando l’occasione per poi trascriverle in un libro.
Non conoscendo nessuno dei nomi di autori che snocciolano ad ogni capitolo, non avendo letto i loro libri, li lascio soli nel loro parlottare.

Ciò che mi sembra chiaro è che milioni di utenti che usano in mille modi diversi uno stesso strumento, cioè il mondo della Rete, vengono definiti allo stesso modo: credo che un etnologo non sarebbe d’accordo.


Provo poi “Il regno dell’uroboro. L’èra della solitudine di massa” (La nave di Teseo 2018), agile libretto di Michele Ainis, ma l’introduzione mi si blocca sullo stomaco già nelle prime righe:

«La libertà di manifestazione del pensiero rappresenta la “pietra angolare” della democrazia, dichiara una celebre sentenza della Corte Costituzionale, vergata nel 1969. Ma ormai non più: qui e oggi, la questione dirimente non è di garantire la circolazione delle idee, bensì la loro formazione, la loro genuina concezione. Perché non siamo più liberi di pensare i nostri stessi pensieri, ecco il problema. Crediamo di pensare, ma in realtà ripetiamo come pappagalli i pensieri altrui.»

Prima di tutto, “oggi” quando? E poi sarei curioso di sapere in quale preciso momento dei diecimila anni di storia umana sarebbe stato incentivato il libero pensiero individuale: eserciti di sciamani, santoni, sacerdoti e regnanti vari hanno sempre preteso un pensiero imposto dall’alto a cui tutti dovevano uniformarsi. Oggi stesso un religioso non può pensare liberamente, deve seguire ciò che pensano le sue autorità religiose e in alcuni Paesi rischia l’osso del collo se osa mostrare un pensiero diverso dal loro. Invece secondo l’autore dal 1969 siamo tutti liberi pensatori, dei filosofi peripatetici che parlano da soli, perché nessuno ci segue: come potremmo imporre il nostro pensiero ad altri liberi pensatori?

Procedo guardingo cercando di capire a cosa si riferisca l’autore con «l’universo autistico in cui siamo rinchiusi»: quella gabbia del pensiero che i potenti (civili o religiosi) ci impongono da sempre? No, purtroppo intende altro.

«Questa trappola scatta il 4 dicembre 2009, quando Google avverte i propri utenti che da allora in poi avrebbe personalizzato il proprio motore di ricerca. Significa che i risultati cambiano a seconda delle ricerche precedenti, del computer da cui stiamo interrogando Google, del luogo nel quale ci troviamo. In breve, significa che se due tifosi della Juve e della Roma – per esempio – digitano “calcio”, otterranno pagine diverse, sia nel numero sia nella gerarchia delle notizie.»

Ecco, per me la lettura può interrompersi qui. Quando le premesse sono queste, esercito il mio libero pensiero per ignorare i “frutti avvelenati” che ne possono nascere.
Chiederei però all’autore dove sia stato nei decenni precedenti al 2009, quando quel mostro disumano di Google ha creato l’«universo autistico» in cui viviamo. Ad Ainis sarà capitato, uscendo di casa, di notare quella strana costruzione piena di fessure che altri chiamano “cassetta postale”, avrà notato che al suo interno oltre a comunicazioni di servizio (bollette, ecc.) c’era anche della pubblicità non richiesta: se Ainis avesse fatto caso agli indirizzi riportati da quella pubblicità, avrebbe scoperto che l’«universo autistico» esiste da molto prima del 2009. Perché tutti quegli indirizzi erano vicino alla sua casa. Come si spiega questo arcano?

Se, seguendo l’esempio dell’autore, io scrivo “calcio” su Google, mi escono notizie relative al calcio italiano: dove sarebbe il problema? Cosa me ne farei della formazione della Nazionale del Burundi? Visto che sono in Italia, statisticamente sono più interessato a notizie sul calcio italiano: se voglio sapere come stia andando il campionato uzbeko, farò una ricerca più mirata. Se poi ogni giorno cerco notizie sulla A.S. Roma, Google sarebbe uno stupido a darmi notizie sulla Juve, invece darà per scontato che ogni volta che scrivo “roma” sto cercando notizie sulla squadra e non sulla Capitale. Perché mai dovrei considerare questo fenomeno «universo autistico»?

L’argomento “la Rete ci dà solo risultati vicini a noi, quindi è fallace” è sventolato purtroppo da molti autori, indignati perché così invece di aprirci verso l’esterno (ma verso dove? E chi ci impedisce di aprirci?) ci si ristringe l’universo intorno a noi: com’è però che nessuno di quegli autori si indigna quando nella pubblicità nella cassetta postale non ci sono nuovi supermercati aperti ad Helsinki ma guarda caso sono tutte attività sotto casa? È un comblotto!

L.

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4 commenti

Pubblicato da su giugno 29, 2020 in Recensioni

 

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4 risposte a “Capire la nuova èra: missione impossibile (2020)

  1. redbavon

    giugno 29, 2020 at 6:27 pm

    Capire la propria era da contemporanei già è parecchio dura. A stento si riesce a comprendere la generazione immediatamente dopo. E ho approssimato per eccesso nel “a stento”. Le letture che hai descritto sembrano fallire nel loro obiettivo, ma non vorrei essere nei panni di chi deve scrivere della Rete. Ne ho letto diversi, ma anche l’intuizione più valida ha una vita talmente breve che quasi quasi vale pensare come la cicala 😜

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    • Lucius Etruscus

      giugno 29, 2020 at 6:33 pm

      Il problema è che sia queste che le altre letture sull’argomento partono tutte dallo stesso punto: la Rete è brutta e cattiva. Quindi non sono analisi, sono geremiadi come ne sono sempre esistite nella storia del progresso umano. Quando introdussero gli anestetici in chirurgia ci fu chi riuscì a lamentarsene, così chi da dieci anni scrive della Rete lo fa solo per lamentarsi.
      Per fortuna ci sono autori che non solo hanno capito tutto e subito ma addirittura hanno saputo prevedere: curioso che siano filosofi (Maurizio Ferraris) e geografi (Franco Farinelli). Loro la Rete l’hanno capita da molti anni ma speravo che esistessero autori capaci anche di analizzarne le valenze politiche. Purtroppo tutti i libri sulla Rete e l’èra digitale citano Marx, segno che la nostra cultura non ha ancora capito che l’Ottocento è finito…

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  2. Kukuviza

    giugno 29, 2020 at 11:03 pm

    mi sembra un po’ l’andazzo di quelli che rimpiangono i vecchi tempi, era meglio una volta, una volta sì che c’erano i valori, adesso zero…, peccato che poi una volta c’erano matrimoni combinati, di facciata, con amanti e figli illegittimi ovunque (solo per citare quel tema, ma vale per mille altre cose dal razzismo all’omosessualità eccetera). Discorsi veramente superficiali.
    Effettivamente piuttosto criptico il paragone con l’enologo. E poi, penso che in molti settori, forse anche tutti, bisogna esserci addentro per capire veramente come funziona. L’enologia cosa dovrebbe avere di così speciale in tal senso?

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    • Lucius Etruscus

      giugno 30, 2020 at 7:39 am

      L’atteggiamento “una volta sì che c’erano i valori” è maggiormente biasimevole quando arriva da un intellettuale, perché crea danni irreparabili: se non posso affidarmi ad un intellettuale, mi affiderò a un santone. E infatti è esattamente questo che succede. Chi teoricamente dovrebbe usare la razionalità per spiegare il mondo, si arrocca su posizioni da “pensionato ai giardinetti”, invece arriva il santone che ti promette mari e monti e ti frega.
      In un saggio che ho recensito tempo fa l’autore si lamentava che nel mondo digitale moderno in pratica TUTTI votano, e questo è un pericolo per la democrazia… Ok, fermi tutti: forse dobbiamo metterci d’accordo su cosa sia la democrazia. Forse il discorso è che la Rete fa paura a chi prima era abituato a fingersi rappresentante del popolo per poter perpetrare i propri interessi, ora invece è il popolo stesso a dar voce alle proprie idee, delegittimando qualsiasi sedicente portavoce: si preferisce dire che era meglio quando si stava peggio…
      L’unico modo per tenere a bada i tanti santoni della Rete è studiare il mondo che stiamo vivendo da vent’anni, ma non avendo Marx in mente o usando ancora le stesse vuote parole che negli anni Sessanta avevano un senso: in quarant’anni il mondo è cambiato mille volte con una velocità mai vista prima nella storia della civiltà umana, e gli intellettuali sono ancora fermi alla Rivoluzione d’Ottobre…

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