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Transumani nella città di morte (2020)

20 Mag

Ultimo “Urania” (Mondadori) prima della serrata da coronavirus, questo numero 1675 (febbraio 2020) mi ha subito intrigato ed è stata una piacevole sorpresa.

Non so se la statunitense trapiantata canadese Madeline Ashby appartenga al movimento del transumanesimo o semplicemente abbia voluto “condire” i suoi personaggi con trovate ispirate, comunque “Città di morte” (Company Town, 2016) più che un romanzo di fantascienza è uno specchio oscuro (espressione non scelta a caso, come vedremo) che ci mette in guardia su un mondo non così futuro.

New Arcadia è la tipica “città mineraria in rovina” che potete trovare in una vasta gamma di opere narrative, da romanzi a film, solo che  trovandoci nel futuro è a forma di enorme piattaforma oceanica, con grandi torri ad ospitare le case degli abitanti. Torri che peraltro mi ricordano quelle della Megacity di Judge Dredd, per la differenza sociale tra una e l’altra e per i problemi di convivenza.
Comunque questo aspetto della storia non ha alcuna importanza, poteva benissimo essere una cittadina qualunque.

Ciò che conta è che si sono affinate peculiarità tecnico-informatiche ben note anche a noi del 2020. Sebbene non sia molto usata, anche oggi c’è la “realtà aumentata”, cioè il guardare il mondo che ci circonda attraverso un dispositivo che ci dia ulteriori informazioni immediate sull’oggetto su cui si punta un occhio. Un episodio della serie televisiva “Black Mirror” già raccontava di una società in cui quando guardi una persona sei subito informato di tutto ciò che la riguardi, ma qui si va un po’ oltre: si possono anche aggiungere filtri per “migliorare” quella persona. Ah, l’episodio citato della serie, Nosedive (3×01), è uscito cinque mesi dopo questo romanzo. Subodoro scopiazzata televisiva…

In un mondo dove non esiste privacy, non esiste malattia perché chi può pagare può accedere in pratica alla vita semi-eterna, non esiste nascondiglio perché tutti possono essere rintracciati in qualsiasi momento, per un problema fuori dal comune serve una persona fuori dal comune. E questa è Go Jung-hwa, detta semplicemente Hwa.
Di origini coreane, nata povera e maltrattata da una madre che l’ha odiata per tutta la vita, la 23enne Hwa ha il volto e il corpo sfigurato da macchie dovute ad una malattia che non ha i soldi per curare, né vuole farlo. La sua salute seriamente compromessa – è anche epilettica – è parte di sé, della propria personalità, e sin da ragazzina ha lottato per stare al mondo, addestrandosi nel taekwondo. Questo e l’essere totalmente scollegata la rendono la guardia del corpo perfetta.

«Non ha potenziamenti, quindi non c’è nei suoi occhi un algoritmo di riconoscimento che possa essere riscritto. Non c’è nulla nel suo pancreas con cui sia possibile interferire per mandarla in shock diabetico. Non ha impianti neurali. Non può sentire voci o avere visioni o essere trasformata nel burattino di qualcuno. Non ha dei frammenti di codice legacy rimasti in circolazione che potrebbero essere sfruttati. È… pura.»

Così Daniel Síofra la descrive al ricchissimo Zachary Lynch, ricco industriale che in pratica possiede la città. Il suo figlio minore Joel ha ricevuto minacce di morte e vuole assicurargli la miglior guardia del corpo possibile: con tutti i suoi difetti, Hwa è la scelta perfetta. In un mondo di uomini che hanno rinunciato all’umanità per raggiungere una transumanità troppo vulnerabile ad un controllo esterno, la pura umanità della ragazza la rende in qualche modo superiore.

Citare dai film giusti

Per i parametri della narrativa del Duemila a 23 anni una ragazza è già “vecchia”, in un mondo cine-letterario in cui autori di mezza età sono costretti a parlare di ragazzini per poter vendere le proprie opere, ma è subito chiaro che la Ashby non è interessata ad un’opera “alla moda” e che non si sta rivolgendo ai “giovani”: classe 1983, la scrittrice californiana, ma canadese d’adozione, parla più alla sua generazione che ai millennial.

«Credo ci sia un complotto ordino da superintelligenze artificiali per eliminare mio figlio»
«Come Terminator.»

«Hwa?» le agitò una mano davanti alla faccia. «Sei in stato di shock?»
«Yippy-ya-ye, pezzo di merda

Citare Terminator (1984) e Die Hard (1988) vuol già dire mettere in chiaro il proprio bagaglio culturale, e se non bastasse meglio ripetere: curiosamente un quartiere della città è stato costruito da un’azienda che si chiama Nakatomi. Per non farci mancare niente, Zachary ha una passione per il film I 3 dell’Operazione Drago (1973) mentre salendo una delle torri per un confronto finale la protagonista pensa dichiaratamente al Game of Death (1978) di Bruce Lee.
Non mi spingo a dire che Ashby abbia “cripto-citato” anche il film Heatseeker (1995) di Albert Pyun, con il suo lottatore marziale di origine asiatiche che è l’unico a non avere un corpo potenziato, ma certo le similitudini ci sono eccome.

Per me, Heatseeker è un film che l’autrice ha visto e ricorda bene

La guardia del corpo povera, malata e a bassa tecnologia stringe subito una salda amicizia con Joel, il ragazzino 16enne nato nella famiglia più ricca della città che sin dall’infanzia viene riempito di sostanze che gli equilibrano le emozioni. Il rapporto con Daniel è più sfumato, perché lui è uno dei dirigenti della Lynch e il problema della differenza d’estrazione è sempre presente.
Malgrado la povera che tituba davanti alle profferte del ricco sia un canone più che abusato del romance, l’autrice è brava abbastanza per non cadere nei suoi tranelli e per tenere tutto in una narrazione equilibrata.

Questo romanzo rientra nella narrativa dei lottatori marziali con impedimenti fisici

Dopo la scrittura semplicissima di Mike Resnick mi serviva qualcosa di più corposo. Ashby sa essere densa e rendere molto bene i suoi personaggi, con una protagonista che – non so quanto volutamente – incarna alla perfezione il mito del “lottatore ferito” (quelli che in un mio speciale ho chiamato “maestri sciancati“). Il crippled master è il lottatore fenomenale che ha combattuto principalmente contro una propria carenza fisica (naturale o indotta), e la cui forza è prima di tutto morale. Proprio come lo spadaccino monco cinese, il massaggiatore cieco giapponese e il lottatore zoppo russo, anche la coreana Hwa si ritrova ad affrontare situazioni per cui è palesemente inadatta, anche se la sua malattia è meno “scenografica” e vistosa, da qui la forza del crippled master: un’energia interiore data da una volontà che supera le limitazioni corporali.
L’autodeterminazione raggiunge obiettivi che il transumanesimo può solo sognare.

In un mondo di persone potenziate e di nemici con ormai solo l’aspetto umano, la tumorale Hwa non sembra avere possibilità… eppure è l’unica speranza per il giovane Joel.

Particolare della splendida illustrazione di Franco Brambilla

Un vero peccato che il finale non sia decisamente all’altezza del resto del romanzo. La lettura è stata piacevolissima ed appassionante, ed arrivato a venti pagine dalla fine ho dovuto interrompere con ancora il fiato in gola, pregustando ciò che sarebbe venuto visto che era ancora tutto da spiegare. Quelle venti pagine sono state le peggiori del romanzo, per me, perché non hanno saputo ricreare l’alchimia narrativa di tutto ciò che le ha precedute. Inoltre mi hanno costretto a rivedere alcuni aspetti della trama e a doverne constatare la debolezza: il finale ferisce seriamente il romanzo, portandone alla luce difetti che non meritavano di essere notati. Davvero un gran peccato.

Al di là di un finale non all’altezza del resto, Città di morte è stata una splendida lettura e un monito contro l’uso esagerato e invasivo della tecnologia senza criterio, ricordando che non esiste macchina al mondo che possa eguagliare la capacità umana di fare scelte sbagliate ed errori madornali: questa è la nostra grande forza!

Chiudo lodando apertamente la traduttrice Francesca Giulia La Rosa, che ha svolto alla perfezione un compito non certo facile. Il romanzo sciaborda di tecnologia quindi sarebbe stato per lei facile lasciarsi andare all’itanglese spinto, riportando identici tanti termini inglesi di difficile resa italiana: scegliere la nostra lingua invece di un’altra è stata sicuramente opera faticosa ma meritoria.

L.

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14 commenti

Pubblicato da su Maggio 20, 2020 in Recensioni

 

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14 risposte a “Transumani nella città di morte (2020)

  1. Cassidy

    Maggio 20, 2020 at 8:25 am

    Ecco questo si che è un gran consiglio per la lettura, lo cercherò grazie! 😉 Cheers

    Piace a 1 persona

     
  2. zoppaz (antonio zoppetti)

    Maggio 20, 2020 at 11:17 am

    Mi schiero sempre, aprioristicamente, dalla parte dei lottatori ZOPpi e russi! 🙂

    Piace a 1 persona

     
  3. Il Moro

    Maggio 20, 2020 at 12:24 PM

    Ohibò molto interessante. Peccato per il finale, ma credo che potrei comunque dargli una chance.

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      Maggio 20, 2020 at 12:30 PM

      E’ raro che io mi appassioni a questo tipo di fantascienza, con racconti di vita quotidiana futura che trovo sempre noiosi, ma la scrittura dell’autrice è trascinante e non si mette a fare lunghi spiegoni: tutto è funzionale a ciò che succede.
      E poi il canone della guardia del corpo è sempre intrigante, per di più se incarnato da un personaggio così intrigante e così efficace.

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  4. Gabriele

    Maggio 20, 2020 at 1:26 PM

    Non mi è piaciuto per niente e l’ho recensito di conseguenza ma…i gusti son gusti!

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    • Lucius Etruscus

      Maggio 20, 2020 at 1:29 PM

      Appunto, ci sta che un romanzo non piaccia a tutti 😉
      Forse mi è piaciuto perché non sono un lettore tipico di questo genere, la “fantascienza hard” o comunque quella estremamente dettagliata mi annoia a morte, qui invece sono più forti altri generi – dall’investigativo all’action – e il bagaglio culturale che l’autrice dimostra di avere corrisponde in pieno al mio, quindi… ci capiamo ^_^
      Lo stesso il finale mi ha deluso, non trovandolo all’altezza del resto del romanzo.

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  5. Vittorio

    ottobre 17, 2021 at 9:25 PM

    Ciao Lucius, a proposito di fantascienza contaminata da azione e investigazione… ti sei mai imbattuto in romanzi di fantascienza con elementi noir?

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    • Lucius Etruscus

      ottobre 17, 2021 at 9:33 PM

      Al volo mi viene in mente “La chiesa elettrica” (Urania) di Jeff Somers, e relativo seguito. E’ passato tanto tempo ma lo ricordo molto bello, con il suo essere una sorta di hardboiled anni Quaranta ma ambientato nel futuro 😉

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      • Vittorio

        ottobre 17, 2021 at 9:52 PM

        Sembra proprio quello che cercavo! Grazie!

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      • Lucius Etruscus

        ottobre 17, 2021 at 9:55 PM

        E’ un piacere. Se mi vengono altri ricordi te li scrivo qui 😉

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