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[Pseudobiblia] Romanzo a Mitford (2017)

20 Set

Ormai è nota ai lettori del blog la mia passione per i filmacci più inguardabili che però ruotino intorno a falsi libri o falsi scrittori, quasi sempre storielline d’amore dozzinali perché è il genere principe del pubblico occidentale. Così non potevo farmi sfuggire il canale TV8 che il 16 settembre 2019 ha trasmesso, con doppiaggio italiano esclusivo, Romanzo a Mitford (At Home in Mitford, 2017), uno dei prodotti sfornati in serie dalla celebre Hallmark: la casa dei pomeriggi d’amore.

Il film è la versione cinematografica del primo di una lunga serie di romanzi con cui l’autrice statunitense Jan Karon (del tutto inedita in Italia) ha raccontato le vicende di questo paesino, Mitford: 14 titoli, fra il 1994 e il 2017, non sono pochi, quindi un certo seguito l’hanno sicuramente avuto.
Questo potrebbe sembrare un film che tenti di portare in TV il successo librario della saga, ma da come è strutturato risulta invece un unicum, forse un omaggio a Mitford.

La protagonista, Cynthia Coppersmith (una Andie MacDowell in splendida forma), ci viene brevemente presentata come scrittrice di successo che però ha appena subìto una cocente delusione d’amore: il marito che le faceva da faro nella notte si è appena risposato con un’altra, e questo – ci sembra di capire dai primi minuti – le ha provocato una sorta di blocco dello scrittore. Malgrado il suo agente letterario la pressi perché consegni il nuovo romanzo entro 45 giorni, la donna fa i bagagli, prende la sua gatta Violet e dalla caotica Boston parte per il tranquillo paesino di Mitford.

Ah, dimenticavo: la Coppersmith è celebre per i suoi libri… su Tom il Porospino! Il mondo sta aspettando la sua ultima avventura…

Vendere libri per l’infanzia coi porcospini rende molto, in America

Appena preso possesso della casa del vecchio amato zio, che capiamo essere da poco defunto, cerca di mettersi a scrivere approfittando della situazione rilassata, ma ovviamente non ci riesce.
Come ogni scrittrice mostrata dal cinema degli anni Duemila, anche Cynthia mette sul tavolo un computer portatile circondato da carta e penna: un giorno capiremo a cosa serviranno mai, a parte il chiaro intento scenografico.

Tipici strumenti delle false autrici dello schermo

La poca attenzione viene spezzata dall’entrata in scena di un cagnone troppo esagitato, inseguito da un uomo che dice di non essere il suo padrone ma che comunque sta cercando di calmarlo. Dopo qualche equivoco, finalmente la tecnica classica raggiunge il suo apice e l’uomo misterioso ha in serbo una sorpresa: si tratta di padre Tim Kavanaugh (Cameron Mathison). Un episcopale, quindi tranquilli che la storiellina d’amore si può fare.
Da notare come la scrittrice Coppersmith sia “apocrifa”: è a padre Kavanaugh che è dedicata la serie di romanzi originali!

Potete scommetterci che ci scapperà la scintilla

Quella che segue è una storia che non ha bisogno di spiegazioni. Fra i due personaggi è avvertibile una certa scintilla ma – indovinate un po’? – un venditore locale, un po’ volgarotto, dice di essere innamorato di Cynthia e così finiamo come ogni storia d’amore americana: una protagonista contesa da due uomini di diverso carattere e spessore.
Padre Tim si fa indietro ma poi ci sono trovate di geniale banalità come il pretendente volgarotto che è allergico alla gatta Violet: ah, che grandi trovate di sceneggiatura! Tra bambini teneroni, cagnoloni puffoloni, gattoni pelosoni, cavalloni trotterelloni e ogni altro stereotipo grondante zucchero, tutto finisce in una melassa insopportabile e di una scontatezza disarmante.

Visto?

Impegnata in chiacchiere amorose e in acquerelli banali, non sappiamo molto dell’attività letteraria di Cynthia Coppersmith. Sappiamo che il suo primo libro – “La principessa unicorno” – l’ha scritto nel giardino della casa dello zio, a Mitford appunto, e sappiamo che ora in libreria c’è “Violet goes to Paris

L’unico pseudobiblion mostrato

Ogni volta che scopro un film su un (falso) scrittore ho grandi speranze, ma poi come sempre è la solita storiellina d’amore dozzinale che NON parla MAI di libri…

L.

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11 commenti

Pubblicato da su settembre 20, 2019 in Pseudobiblia

 

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11 risposte a “[Pseudobiblia] Romanzo a Mitford (2017)

  1. Conte Gracula

    settembre 20, 2019 at 1:18 pm

    Spesso, i miei post li scrivo prima su carta, magari la scrittrice fa lo stesso…
    Comunque, stai lontano da The Good Witch, ha un solo episodio a tema pseudobiblia (è ovviamente una storia d’amore, il tema, ma ogni tanto leggono passaggi del libro, persino ad alta voce).

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    • Lucius Etruscus

      settembre 20, 2019 at 1:20 pm

      Mmmmmmmm come faccio ora ad ignorare questa deliziosa segnalazione? 😛
      Davvero scrivi prima su carta? Non perdi troppo tempo? Per quanto scrivo io ogni giorno, spenderei troppo in blocchi di carta 😀

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      • Conte Gracula

        settembre 20, 2019 at 1:26 pm

        Il computer lo accendo solo quando devo usarlo, un quaderno posso usarlo per scrivere nei ritagli di tempo (e sono più veloce con la matita che con la tastiera).

        Per la segnalazione, forse è meglio che cerchi gli episodi della serie su Wikipedia (occhio a non confonderti tra i film TV e la serie TV).

        Una cosa buffa su The Good Witch: la protagonista ha un negozio di coserie chiamato Bell, Book and Candle, forse in riferimento a un vecchio film, ma quello è il nome di un vecchio rito di scomunica (credo cattolico) con annesse maledizioni XD

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  2. pirkaf76

    settembre 20, 2019 at 4:00 pm

    Hai mai visto You?
    E’ un telefilm su un ragazzo stalker e manipolatore che gestisce una libreria.
    C’è molto materiale lì per la tua rubrica.

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  3. Kuku

    settembre 21, 2019 at 11:08 pm

    Adoro questi post di pattume romantico a sfondo, molto sfondo, librario.
    Ma nella foto di lei al tavolo, non vedo manco il portatile…dov’è?? Quella statua di gatto, se ce l’avessi io sulla scrivania in quella posizione, proprio sul bordo, credo che in tempo zero finirebbe in mille pezzi dopo essere stata urtata dal quaderno…

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    • Lucius Etruscus

      settembre 22, 2019 at 7:20 am

      ahahah ti capisco, anch’io non posso tenere nulla sul bordo di qualsiasi superficie, che è scontato la intrupperò 😛
      Il portatile è sotto il quaderno: è la posizione standard per le scrittrici di successo 😀
      Ormai è diventato un canone standard di queste storie romance la scrittrice o lo scrittore che non scrivono mai. Sarebbe come raccontare la storia di un ballerino o di un musicista e non mostrarlo MAI in attività durante la vicenda. Evidentemente piace, visto che le migliaia di film che sfornano ogni giorno sono tutti uguali a questo 😀

      "Mi piace"

       
  4. zoppaz (antonio zoppetti)

    settembre 23, 2019 at 12:11 pm

    Non saprei più scrivere su carta un articolo; sono rimasto molto colpito quando ho scoperto che per esempio Amélie Nothomb scrive i suoi libri a mano (o almeno la faceva di sicuro sino a 10 anni fa), e un po’ ne invidio il gesto, come ammiro le capacità degli scrittori antichi per cui era la sola possibilità.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 23, 2019 at 12:40 pm

      Malgrado l’abitudine mi renda ormai estranea la carta, capisco scrivere a mano una recensione, ma un articolo – come per esempio quelli che scrivi tu – lo trovo di una scomodità unica, oltre che lunghissimo. Una cosa è avere la capacità di fare subito mente locale su ciò che si vuole scrivere e farlo su carta, senza mille correzioni, un’altra è scrivere una bozza che poi per forza di cose verrà più volte modificata, verranno inseriti frutti di ricerche, brani, estratti, magari ad un certo punto ti rendi conto che devi cambiare un intero paragrafo, o che stai andando da tutt’altra parte rispetto a quanto avevi pensato…
      Ovvio che tutto questo fino a tempi recentissimi si faceva lo stesso, ma ti portava via una quantità di tempo che oggi non sarebbe più possibile. Sono sicuro che la Nothomb (come qualsiasi altro romanziere) possa passare una giornata intera a scrivere, chi invece lo fa per piacere magari non ha neanche un’ora, quindi tutto ciò che possa aiutare a risparmiare tempo – come appunto scrivere direttamente in digitale – è benvenuto. Io per esempio scrivo direttamente con i codici html (corsivo, neretto, link, ecc.) in modo da risparmiare tempo!

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      • zoppaz (antonio zoppetti)

        settembre 23, 2019 at 1:02 pm

        Vero, anche se non è solo una questione di risparmio di tempo. Per esempio c’è chi ha sostenuto che romanzi intricati come quelli di Umberto Eco siano figli della scrittura digitale, cioè non sarebbero stati possibili in epoca pre-elettronica per la loro complessità. Landow, nel libro ormai datato “Ipertesto. Il futuro della scrittura”, rifletteva proprio sulla possibilità di spostare interi blocchi e di intervenire in un continuo flusso che se imprigionato nella materia della carta sarebbe impossibile. Altri hanno evidenziato come, al di là del mito dello scrittore davanti al foglio bianco in cerca di ispirazione, scrivere si inserisce in un contesto di cose già scritte da cui si parte. Lo scrivere è dunque un partire da testi preesistenti che si elaborano, citano, accostano in maniera ipertestuale in un processo creativo e ri-creativo che nella scrittura a mano ha dei limiti, nella scrittura virtuale trova invece la sua applicazione in una modalità di ordini di grandezza superiori.

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      • Lucius Etruscus

        settembre 23, 2019 at 1:17 pm

        E’ un discorso molto intrigante. So che oggi ci sono dei software che aiutano gli scrittori a gestire trame complesse, ma credo che poi dipenda molto da come uno si trova: c’è chi usa semplici foglietti da ordinare per avere davanti gli occhi tutto lo svolgimento della vicenda!
        Sarebbe da studiare il tipo di complessità che si può raggiungere su carta e in digitale, ma di sicuro la “testa” del romanziere conta molto. Sono più che sicuro che una sorta di Mozart della narrativa – che cioè sia in grado di focalizzare alla perfezione ciò che ha in mente per poi scriverlo in modo fluido alla prima bozza – esista e sia esistita, ma certo il lavoro di editing era enorme e giustificava il tantissimo personale che l’editoria necessitava, purtroppo professionalità scomparse o tendenti alla scomparsa dato il grande controllo che l’autore può avere sul proprio testo. (Parlo dal punto di vista tecnico, non artistico.)
        Scrivendo prevalentemente in digitale e peril digitale ormai uso in automatico tecniche miste, fatte di codici e “ganci” da lasciare nel testo per poi tornare a riempire con citazioni, estratti, o indagini supplementari da fare in seguito. Il tutto usando più programmi perché i software mediamente fanno schifo e ognuno ha difetti che vanno corretti con altri software, che funzionano a forza bestemmiatrice, quindi alla fine la quantità di santi strappati dal Cielo è sempre alta, in proporzione ai testi scritti. Sulla carta sarebbe tutto molto più facile, ma drammaticamente più lungo…

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