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Ghostwriting 11. Twixt in a Dark Hall

01 Lug

Il destino di alcune giovani donne è di diventare angeli, anzi: Angel. Come la Angel di Dashiell Hammett che con la sua abitudine di raccontare la stessa lacrimevole storia e tutti gli scrittori che rapinava, questi poi ne traevano ispirazione e scrivevano tutti la stessa storia. Dando origine al fenomeno che stiamo raccontando.
«Io non sono il messaggio, io sono il messaggero» spiegava l’angelo di Così lontano così vicino (1993) di Wim Wenders: la donna che diventa ghost per ispirare il writer non è il contenuto dell’opera, ne è solo il veicolo. Non sempre per propria scelta.

Non so cosa sia successo a Francis Ford Coppola e perché abbia perso il suo “tocco”, ma sta di fatto che dopo Bram Stoker’s Dracula la sua carriera è crollata in modo così istantaneo che diventa difficile guardare un suo film successivo senza passare l’intera durata a chiedersi: ma davvero questo l’ha fatto Coppola?
Dimentichiamo dunque il suo nome, che ormai è solo una pagina del cinema di tanto tempo fa, e facciamo finta che quello di Twixt (2011) sia un giovane regista acerbo che cerchi disperatamente facili consensi adoperando trucchetti “piacioni” con l’enfasi e l’entusiasmo (immotivato) che contraddistinguono appunto un giovane esordiente.
Non ho trovato prova certa di una distribuzione italiana

Bella grafica ma di grana grossa

Un Val Kilmer in caduta verticale nella serie Z interpreta il romanziere Hall Baltimore – il cui cognome palesemente cita l’ultimo luogo di residenza di Edgar Allan Poe – in pieno tour promozionale per il suo nuovo libro: Witch Hunter (“Cacciatore di streghe”). Forse “tour promozionale” è un’espressione esagerata: Hall se ne va in giro con l’auto piena di copie del suo libro e cerca di piazzarle tramite “firma-copie” nelle librerie dei più sperduti paesini della provincia americana.
Lo troviamo a passare per Swann valley, ridente cittadina in cui non c’è proprio niente da ridere, e non esistendo qui alcuna libreria il nostro scrittore deve presentare il suo libro nella locale ferramenta.

Non proprio il vostro autore preferito

La gente non fa certo a botte per farsi firmare le copie del nuovo libro, sia perché non conosce quelli precedenti sia perché ignora chi sia Hall Baltimore. Diciamo che il nostro eroe non è in un periodo spensierato della sua carriera, o della sua vita, ma per fortuna lo sceriffo Bobby LaGrange (il sempre eccezionale Bruce Dern) è un suo lettore. Forse l’unico in città.

Segnati qualche dritta per diventare un attore di culto

«Cosa si prova a vivere nella cantina di Stephen King?» gli chiede sghignazzando lo sceriffo: diciamo che non è un campione di diplomazia, ma in fondo il suo interesse per lo scrittore è solo secondario: ciò che LaGrange vuole è sottoporgli i racconti horror che ama scrivere. Il solito scocciatore, e Hall sta già togliendoselo dai piedi quando scatta l’invito che non si può rifiutare. All’obitorio cittadino c’è una morta sconosciuta con un paletto conficcato nel cuore… può interessare?

Mmmm, sì, mi sembra un spunto buono per un romanzo di Hall Baltimore

Hall è dubbioso riguardo alla proposta dello sceriffo di “fare coppia” per scrivere un romanzo sugli strani omicidi di Swann valley, e intanto si reca ad una località turistica del posto: la casa in cui dormì Edgar Allan Poe.

Giusto Poe poteva dormire qui

Il nostro scrittore condivide un dolore con molti suoi colleghi. Ha iniziato la carriera con un romanzo “di cuore”, Fortune’ Pilgrim, incensato dal “New York Times” e dedicato alla figlia Vicky con tutto l’amore di papà: ovviamente è roba che non vende. Volete mettere una serie di romanzi incentrati su un cacciatore di streghe? È molto comune, nella fiction, la figura del romanziere che si ritrova a dover scrivere libri che disprezza e a soffrire di non poter scrivere ciò che vorrebbe: dubito che esista nella realtà, ma nella narrativa fa sempre la sua bella figura.

Il primo ed unico vero romanzo di Hall Baltimore

Mentre la sua agente (che è anche sua moglie) lo incita ad iniziare un nuovo romanzo, quindi, il nostro Hall proprio non ne vuol sapere di altre streghe: vorrebbe scrivere qualcosa di più personale, magari… sulla morte della figlia, anche per lenire il dolore con la scrittura. Ma nessuno vuole un libro del genere. Almeno non da Hall Baltimore.

È il momento che il writer incontri il suo ghost

Mentre il writer si aggira per la cittadina notturna in cerca di ispirazione, subito gli si affianca il ghost pronto a dargliela: è una ragazza di 12 anni, si chiama Virginia ma per via dei dentoni che sta cercando di curare con l’apparecchio si fa chiamare Vampira. Tutti però la chiamano semplicemente V (Elle Fanning).
Ovviamente è un sogno in cui Hall immagina la ragazza uccisa vista all’obitorio, che però gli accenna ad un antico fatto di sangue avvenuto proprio nella casa dove dormì Edgar Allan Poe: se quella storia ha ispirato il maestro dell’orrore, può andare bene anche per il nostro Baltimore.
Non sfugga il collegamento alle origini stesse del ghostwriting: la ragazza ha raccontato a Poe e a Baltimore la stessa storia, come la ladra Angel di Hammett la raccontava a tutti gli scrittori che derubava. Dubito però sia un riferimento voluto…

Penne ed alcol: può iniziare la scrittura

L’editore (una simpatica comparsata di David Paymer) è disposto a pubblicare The Vampire Executions, un romanzo di vampiri di Baltimore ma solo ad una condizione: che abbia un finale esplosivo, roba forte. E il nostro scrittore mente, promettendogliene uno. Promettendogli «a great twist ending», un finale spettacolare di cui ovviamente non ha la benché minima idea. Né lui né lo sceriffo che è più che contento di partecipare all’operazione.

Edgar… aiutami tu a scrivere!

Quello che segue è l’esposizione di una trametta abbastanza superficiale e già vista mille volte, con l’indagine “moderna” che cerca di far luce su un brutto fatto di sangue di un lontano passato tramite l’uso di flashback e una dose letale di trucchetti cinematografici che forse, nella mente di Coppola, volevano farlo tornare ai tempi di Dracula: non lo fanno. Sia perché il budget è una barzelletta, sia perché fare “il grande cinema” con una telecamerina digitale fa ridere, se non facesse piangere.
Così tra dissolvenze pretenziose, paraculate come chiamare in scena Poe in persona (l’ottimo Ben Chaplin) e giochi di immagini più ascrivibili ad un giovane esordiente acerbo che ad un maestro del cinema (ormai cotto), il film procede senza molto interesse.

Le due “vittime” dello stesso ghost

Malgrado una sceneggiatura che non avrei problemi a definire dilettantesca, se non portasse la firma di Francis Ford Coppola (ma magari è un omonimo!), l’unica particolarità del film è appunto l’andare (probabilmente senza saperlo) alle origini del ghostwriting, con una giovane donna che “appare” tanto a Poe quanto a Baltimore, due scrittori che in realtà non sono affatto interessati alla persona, in fondo se ne fregano del fatto di sangue che ha portato V alla morte (e forse al vampirismo): ciò che conta è l’ispirazione letteraria che sapranno trarne.
Baltimore alla fine scrive The Vampire Executions e sappiamo che è un capolavoro che vende 30 mila copie. Un po’ pochine, per il mercato americano…

Dunque gli scrittori amano incontrare giovani donne “fuori dal normale” che sappiano ispirare loro nuove trame e possibilmente romanzi bestseller. Ma come si diventa ghost? Come può una ragazza avocare a sé tutti questi “poteri ispiratori”? C’è una scuola per insegnarlo?
Sembra incredibile… ma c’è. Si chiama Blackwood.

Ne parla il film Down a Dark Hall di Rodrigo Cortés, che esce in anteprima italiana con il semplice (e immotivato) titolo Dark Hall. Distribuito nelle nostre sale dal 1° agosto 2018 grazie alla Eagle Pictures (fonte: ComingSoon.it), la stessa casa lo porta in DVD dal dicembre successivo.
Gli sceneggiatori Mike Goldbach e Chris Sparling portano su schermo il romanzo omonimo del 1974 di Lois Duncan, la prolifica autrice che l’anno precedente aveva scritto una storia che in seguito è diventata un grande canone, oltre che un film: I Know What You Did Last Summer (1973). Parecchie trame sono semplici rielaborazioni del classico “So cosa hai fatto”.
L’autrice è praticamente ignota in Italia, So cosa hai fatto (Sperling & Kupfer 1998) arriva in italiano solo grazie all’uscita del film omonimo, così come Dark Hall viene portato in libreria da Mondadori solo nel luglio 2018 in occasione (di nuovo) dell’uscita del film omonimo.

Katherine “Kit” Gordy (AnnaSophia Robb) è una ragazza problematica che finisce sempre nei guai, così i genitori pensano bene di mandarla in un collegio femminile che sappia raddrizzarla a dovere: cioè uno di quei lager tipici della narrativa statunitense, dove gli studenti sono imbottiti di farmaci e tenuti prigionieri. Potenza dell’educazione…
A dirigere la scuola c’è la bieca e un po’ “duretta” Madame Duret (anche se la “t” è muta) interpretata pare da Uma Thurman, anche se a guardarla non si direbbe.

Dicono che questa sia Uma Thurman: io non ci credo…

Katherine e le altre ragazze vivono una normalissima trama scolastico-adolescenziale, con tutte le noiose banalità del caso, finché non diventa chiaro che le arti in cui vengono istruite… vengono loro sempre meglio, più di quanto sia plausibile immaginare.
Come mai ragazze che non hanno mai visto un numero in vita loro ora sono provette matematiche? Come mai appena preso un pennello in mano diventano pittrici eccezionali? Ogni ragazza diventa una maestra nell’arte in cui si esercita… come se le ragazze stessero diventando novelle muse. O meglio, come se l’anima di antichi maestri stesse entrando in loro.

A scuola di ghost

«Essere posseduta solo per imparare a suonare il piano è un privilegio?» Sembra una frase pronunciata in un film di denuncia su un maestro di musica stupratore, invece le parole vanno prese alla lettera: Katherine è stata scelta dall’anima di un maestro di musica per essere il suo nuovo “corpo”, anzi le sue mani. Tramite la ragazza, un pianista defunto potrà tornare a portare la musica nel mondo.

«Stupida ragazza, tu non sai suonare alcuno strumento. Voi non capite: siete i loro strumenti. Ognuno di noi ha un dono, il mio è di comunicare con l’altro lato. Il tuo dono, il dono che avete voi, ragazze mie, è di essere dei tramiti.»

Al di là di tradurre other side con “altro lato” – Aldilà forse era più consono – la confessione di Madame Duret ci spiega che la scuola serve solo a far incontrare i ghost, maestri nelle arti senza però più un corpo, con nuovi corpi freschi da utilizzare per poter continuare la propria arte.
Malgrado il doppiaggio italiano utilizzi la parola “tramite” (nel romanzo si parla di receiver e la traduttrice Egle Costantino usa giustamente “ricevente”), nel film il termine usato è vessel, splendida immagine che evoca sia letteralmente il “vascello” ma anche l’immagine di ciò che trasporta. Ancora negli anni Settanta in italiano il “cassamortaro” o il “becchino” aveva un nome più dignitoso come “psicopompo”, cioè trasportatore di anime: ciò che trasporta non ha la dignità di ciò che è trasportato, ma la sua funzione è parimenti basilare.
E torniamo all’angelo di Wim Wenders, che non è messaggio bensì messaggero: cioè trasportatore di messaggio. Esattamente ciò che fa il ghost che ispira un writer.

«È dall’alba dei tempi che gli artisti cercano tutto questo, la massima fonte di ispirazione: la Musa.»

I poemi omerici già avevano capito il grande gioco del ghostwriting, ed infatti utilizzavano l’epiclesi (in greco) o invocatio (in latino): cioè iniziavano sempre con il writer che invoca il ghost ispiratore. «Cantami o Musa» (ἔννεπε, μοῦσα) è l’inizio dell’Odissea, citato anche ad apertura del film, mentre «Cantami o Diva» (ἄειδε θεα) è l’inizio dell’Iliade: perché le Muse sono così importanti da essere divine.
Questa è Blackwood: una fabbrica di muse, di ghost pronte ad ispirare futuri writer.

Cantami o Musa…

La storia in realtà non ha alcun interesse per il ghostwriting. Il film è null’altro che una scontatissima e noiosissima storiellina di fantasmi, mentre nel romanzo si punta molto di più su risvolti decisamente pratici dell’idea di fondo:

«Hai visto i risultati ottenuti in passato. La piccola Jeanne Bonnette ha scritto tre romanzi. Li abbiamo pubblicati con uno pseudonimo e il ricavato ci ha permesso di acquistare Blackwood. E quella ragazza nera di Marsiglia, come si chiamava? Gigi? Più di cinquanta quadri a olio, direttamente dall’epoca dell’Impressionismo francese.»

Madame Duret ha semplicemente messo su una “fabbrica del falso”, sfruttando le anime dei grandi artisti e le loro giovani reincarnazioni per ricreare celebri opere da vendere. In fondo già abbiamo visto uno stesso ghost ispirare più writer… perché non guadagnarci anche sopra?

«Nessuno si è preso il disturbo di informarci riguardo a che fine avremmo fatto. Un conto è fungere da ricevente, cosa di cui comprendo il valore, ma tutt’altro è sapere che ti distruggerà.»

Non sembra che diventare Muse sia un processo innocuo, quindi le ragazze del romanzo e del film dovranno sfuggire al loro destino.
Eppure il destino di tutti è l’oblio, mentre da almeno diecimila anni la Musa di Omero viene citata e cantata. Forse la vera immortalità… si nasconde nel ghostwriting.

L.

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1 Commento

Pubblicato da su luglio 1, 2019 in Indagini

 

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Una risposta a “Ghostwriting 11. Twixt in a Dark Hall

  1. zoppaz (antonio zoppetti)

    luglio 1, 2019 at 5:31 pm

    mi piace questa idea che contiene allo stesso tempo l’immortalità e l’immoralità del ghostwriting! 🙂

    Piace a 1 persona

     

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