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Funerale per due (1985)

19 Giu

Mi è capitato per le mani uno degli ormai rari romanzi di James Hadley Chase, uno dei grandi padri del noir moderno che purtroppo l’Italia non ama più come un tempo. (Del suo strano arrivo nel nostro Paese, ho già raccontato qui.) Il romanzo in questione è “Funerale per due” (We’ll Share a Double Funeral, 1982), disponibile in italiano in un’unica edizione, quella del “Giallo Mondadori” n. 1882 (1985), con splendida copertina di Carlo Jacono.

Straordinaria è la parabola di René Brabazon Raymond, il giovane libraio di Londra che sognava di scrivere come gli americani e – guide turistiche alla mano per descrivere i luoghi – lo fece davvero, creando bestseller da iniziare a firmare con un nome più americano come James Hadley Chase. Nel 1982 ha ormai quasi ottant’anni (morirà tre anni dopo), ha fatto in tempo a vedere il successo internazionale dei propri libri e l’oblio in cui l’ha relegato l’editoria italiana, dopo averlo a lungo esaltato, così come ha visto molta della sua opera finire sul grande schermo, con risultati di alterna qualità. Ed è proprio quest’ultimo medium che sembra interessato a prendere in considerazione.

Malgrado Chase non sia stato uno sceneggiatore, lo stesso rende protagonista di questo romanzo Perry Weston, un ricco e noto sceneggiatore di Hollywood, uno di quelli che scrivono storie di crimini violenti che inchiodano gli spettatori, uno di quelli che i produttori vogliono sempre all’opera perché le loro storie diventano film di grande successo. Dubito fortemente che Perry sia un personaggio autobiografico, visto che come dicevo Chase non scriveva per il cinema – semplicemente i suoi romanzi sono stati più volte adattati per lo schermo, piccolo e grande – e questo lo rende ancora più intrigante perché non è una “furbata” dell’autore, è pura fiction.

Perry Weston è calato in una storia corale che inizia da più punti di vista ma converge in un’unica trama. In una terribile notte di tempesta subisce un incidente mortale un’auto della polizia: i due agenti sono spacciati, ma quel che peggio è che rimane libero l’uomo che trasportavano. Chet Logan, un uomo nato e cresciuto nella criminalità e che piuttosto che venir acciuffato dalla polizia non esita a massacrare chiunque gli si ponga davanti. Quand’anche fosse una innocua famigliola della fattoria in cui si rifugia.
Mentre la tempesta sevizia crudelmente un paesino sperduto nella campagna della Florida, le forze di polizia devono organizzarsi pur essendo impotenti a gestire la situazione: già attraversare una strada sembra impossibile, con quel tempo, figuriamoci difendersi dal più pericoloso assassino che quel paesino di pescatori abbia mai visto.

In questo inferno arriva Perry Weston, che vuole rifugiarsi nella sua capanna da pescatore per trovare nuove idee per la prossima sceneggiatura, fatta di criminalità e violenza. Quando carica a bordo un poveraccio bagnato fradicio, non sa che sta per avere tutta la criminalità e la violenza di cui ha bisogno. Visto che non sa di star portandosi in casa un pericoloso assassino.

Purtroppo Chase non è interessato a giochi letterari, il suo protagonista si limita ad accennare vagamente che dall’assassino di cui si ritrova ostaggio potrebbe nascere un buon personaggio per il cinema, tutto il dialogo in realtà si basa sulle ingiustizie della vita, che portano un uomo al successo e un altro alla criminalità. La forza del romanzo è in una narrazione asciutta ma precisa, priva di qualsiasi vezzo “allunga-brodo” ed anzi Chase secondo me aveva proprio il difetto opposto: faceva scorrere via velocemente situazioni molto più pregne, ricche di spunti che meritavano di essere approfonditi. E soprattutto, quando finisce… lo fa con l’accetta. Niente svirgolii, niente emozioni, niente giudizi finali: crolla la scritta “FINE” come se cadesse dall’alto e basta così.

Sorprendente il personaggio della moglie del protagonista, così diverso dai generi di donna che di solito ho trovato nei romanzi di Chase, cioè di due tipi: la casalinga succube e la femme fatale. In effetti i due tipi di donna di solito veicolati anche dal cinema. Non escludo che l’autore fosse attento ai cambiamenti, perché – sebbene quasi ottantenne – sembra cogliere qualcosa nell’aria: dal 1978 è nato il fenomeno non solo delle final girl ma anche delle girls with guns, e questo cambia le cose. Le donne hanno sempre sparato, nei noir, ma erano le “cattive”, le donne fatali che rovinavano i protagonisti. Chase invece con la moglie di Weston crea uno strano personaggio: una donna indipendente, che sì sfrutta il marito e lo tradisce ma che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno… neanche da un assassino seriale!
Mi ha profondamente stupito trovare un romanzo del 1982 in cui la donna non emetta un solo grido ed anzi di fronte al cattivo non provi altro che odio, e desiderio di ucciderlo. È una perfetta Ripley, solo che quel personaggio nascerà quattro anni dopo!

Insomma, ad ottant’anni Chase è più “giovane” e al passo coi tempi di tanti “giovani vecchi”, legati a schemi passati spacciati per nuovi. Con una bibliografia sterminata, può benissimo lasciare che il romanzo si scriva da solo e che risulti una lettura veloce e piacevolissima.

L.

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5 commenti

Pubblicato da su giugno 19, 2019 in Recensioni

 

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5 risposte a “Funerale per due (1985)

  1. Kuku

    giugno 19, 2019 at 10:26 am

    Non so perché la autrici di romance non si facciano ispirare da questi scrittori per i loro personaggi femminili invece di farne sempre svenvoli signorine ottocentesche, che Jane Austen ne faceva di ben più moderni.
    Cmq, il romance qua non c’entra niente, era solo una considerazione. Di questo libro non ne hanno fatto il film?

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      giugno 19, 2019 at 10:33 am

      No, niente film, e sì che sarebbe stata una storia perfetta, che sembra proprio tagliata su misura per lo schermo.
      In questo periodo, grazie a fortunati “ritrovamenti”, sto studiando proprio l’evoluzione della donna nella narrativa di genere, ed è palese che dalla fine degli anni Settanta inizi un’ascesa a ruoli che storicamente erano stati da sempre predominio assoluto degli uomini. Per larghe somme, dal 1977 nasce la “final girl”, cioè la donna non più svenevole, vittima degli eventi e bisognosa di un uomo che la salvi dal mostro bensì attiva, lucida, indipendente e addirittura è lei ad affrontare il mostro finale, vincendolo. Con gli anni l’idea cresce e proprio questo romanzo dimostra come già dal 1982 è in gestazione un’idea che diventerà regola solo dal 1986: la “GWG” (Girl With Gun). Non più femme fatale con pistoletta nascosta, ma donna che spara come gli uomini e affronta il cattivo finale con super-pistolone schwarzeneggereggianti. Hai presente RIpley in Aliens, no? ^_^
      Con Nikita l’idea sciaborda nei Novanta e diventa canone fisso ancora oggi, ma curiosamente SOLO nei prodotti scritti da uomini: non so perché, ma le autrici non amano le donne forti, le preferiscono sì indipendenti ma sempre al fianco di uomini forti (maschi alpha: giuro che questa definizione la danno loro, non io!) quindi c’è qualcosa nelle “final girl / GWG” che non piace alle autrici…

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  2. Catia in cucina

    giugno 20, 2019 at 11:36 am

    Sono certa d’averlo! (se non è andato perduto all’epoca del mio funesto trasloco). Grazie Lucius mi hai risvegliato la curiosità d’andare a frugare nello scatolone dei gialli! 😀

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