RSS

The Wife: vivere nell’ombra (2018)

14 Giu

Dopo aver visto il film dello svedese Björn Runge (in DVD Videa), rimanendo interdetto sul giudizio da dargli, ho voluto leggere il romanzo “The Wife: Vivere nell’ombra” (The Wife, 2003) di Meg Wolitzer (Garzanti 2018), adattato da Jane Anderson per il cinema. Continuo a rimanere interdetto…

Mentre il film cerca di rimanere più “oggettivo”, la storia del romanzo è interamente narrata da Joan Castleman (interpretata su schermo da una Glenn Close brava ma non bravissima), una donna d’altri tempi che forse viene utilizzata dall’autrice per parlare di una certa “famiglia classica” che troppo spesso viene data per scontata. Dico “forse” perché il messaggio non è così chiarissimo come magari si potrebbe pensare.
Joan è una moglie, lo dice già il titolo, e questo nella metà del Novecento comporta un apparato di doveri morali e sociali molto ben codificati: se una moglie d’un tratto volesse vivere una vita che le piace, invece di essere l’ombra del marito, sappiamo già quale sarebbe il giudizio della società. E con “società” intendo il giudizio spettegolante delle altre mogli.
Quindi è questo il tema del romanzo? La condizione della donna com’è stata già studiata dalla rivoluzione sessuale ad oggi? No, perché questo vorrebbe dire qualcosa di costruttivo: la Wolitzer è più sbrigativa. È colpa dei maschi, quegli zozzi che non sono altro…

L’io narrante del romanzo ci presenta quel mostro disumano di Joe Castleman (interpretato su schermo da un Jonathan Pryce bravo ma non bravissimo), marito piagnucoloso, in continua ricerca di approvazione, incapace anche solo di stare nella stessa stanza con i figli, che quindi crescono con turbe psichiche, incapace di qualsiasi attività e quindi una palla al piede della moglie protagonista, ovviamente bravissima in tutto ciò che fa e che ha buttato via la sua vita al seguito di questa larva umana. Si vede che è un romanzo che lavora di fino…
Sono più che sicuro che se chiedessimo ad una moglie sessantenne di parlarci della vita accanto a suo marito forse direbbe le stesse cose, e proprio per questo non avrebbe senso scrivere un romanzo come sfogo di una categoria di persone: a meno che questo The Wife non sia figlio dei vari “metoo” e pseudofemministi militanti vari. Cioè ripeta senza alcun contenuto un messaggio già meglio veicolato decenni fa.

Joan e quella larva umana di Joe (© Meta Film London Ltd)

Che una moglie non debba essere succube del marito ed abbia diritto alla propria indipendenza lo do per scontato, ma poi mi viene in mente una vecchia battuta: se sei indipendente, realizzata, sicura di te e felice con te stessa… che te ne fai di un uomo? Che senso ha la “famiglia tradizionale” se dall’Ottocento ci vengono raccontate le brutture che in essa si consumano? Così la moglie protagonista, che ci viene descritta come donna d’altri tempi, d’un tratto ragiona come una giovane donna moderna: vuole i figli ma la libertà, vuole una famiglia ma vuole essere libera. Infatti i giovani moderni sono tutti divorziati, così hanno i figli e sono liberi, e poi i figli cresciuti nell’odio o nell’indifferenza replicheranno questo schema e tempo un paio di generazione la famiglia tradizionale finalmente scomparirà nel nulla. È questo che vuole la moglie del romanzo? Non si sa.

La narrazione non so come giudicarla: o è un finto banale o è banale sul serio. Propendo per la seconda ipotesi. Lunghi flashback da “romanzo serio” alla fin fine si scoprono essere del tutto inutili, così come quando andate a casa di qualcuno e vi ammorba raccontandovi lunghi e complessi episodi di vita totalmente privi di significato se non per chi li racconta. Alla fine del romanzo svetta potente la domanda: ma di che parla ’sta storia?
Se è femminismo, ha lo stesso spessore di un coro da stadio; se è una critica sociale, è superficiale e vuota come un coro da stadio; se è una storia personale ed intima utilizzata come metafora di altre storie simili… sono più interessanti i cori da stadio.

Pure la protagonista preferisce leggere altro

Visto che Joe e Joan hanno nomi simili, non stupirà scoprire che ci sono dubbi in merito alla professione del marito: non è che il tanto celebrato scrittore Joe Castleman, premiato ad alti livelli e considerato un divo in patria, è stato aiutato in modo più che consistente dalla quasi omonima moglie Joan? Soprattutto in un periodo in cui quei maschi brutti e cattivi non volevano pubblicare i romanzi delle donne – che per la semplice assenza di genitali maschili automaticamente sono migliori in tutto – e quindi una moglie se voleva realizzarsi come scrittrice doveva usare un nome maschile?
Robbetta molto dozzinale che nel romanzo ha un’importanza molto marginale, viene buttata lì quasi senza peso, invece nel film si è cercato di creare un po’ di thriller, con un “colpo di scena” che si capisce già dalla locandina.

Quando si parla di scrittrici, il razzismo e il luogo comune è potente. Come si combatte il razzismo? Con altro razzismo, a quanto pare. A chi dice “le donne non sono capaci”, cosa si risponde? “No, sono gli uomini che non sono capaci”. Boh, io preferirei rispondere che siamo tutti capaci e che non è giusto generalizzare, ma evidentemente sbaglio.
Così come considero stupidi i preconcetti maschili nei riguardi delle donne che scrivono, lo stesso trovo stupidi i preconcetti delle donne verso gli uomini scrittori. Sbaglio di nuovo, perché nel tentativo di puntare l’indice su un razzismo, l’autrice cade nello stesso razzismo, ma di segno inverso.

Secondo voi, chi è il genio letterario della coppia?

Per esempio, per motivi ignoti le donne sono convinte che i maschi scrivano sempre di “cose sporche”, amino lanciarsi in gratuite scene di sesso nei loro romanzi ed amino descrivere le vagine dei propri personaggi femminili. Magari avrò letto i libri sbagliati, ma non ricordo una sola descrizione genitale nei libri che mi sono capitati scritti da uomini. E sì che da ragazzo ho letto di nascosto “Gola profonda“: mi sa che neanche lì i genitali venivano descritti! Quindi la scrittura di Joe Castleman svetta su tutte per una particolarità che lui solo ha nel mondo: è l’unico scrittore esistente che non descrive i peli pubici delle sue protagoniste. Mi sono sforzato, ma pur avendo letto romanzacci da edicola dei disinibiti anni Sessanta, proprio non ricordo descrizioni di peli pubici…

Chi alza il dito al cielo a moralizzare, poi non si stupisca se dal cielo scende un dito moralizzante: nel primo capitolo di questo romanzo l’autrice cita almeno per tre volte il pene del marito, raccontandoci di quei bei tempi (ah, i bei tempi) in cui aveva erezioni di quelle buone. Era davvero necessario? Non c’era un modo diverso di dire la stessa cosa senza descrivere la qualità dell’erezione? Un bravo scrittore (di qualsiasi sesso) è quello che ti fa capire le cose, non necessariamente dicendotele.

La questione della moglie nella società non verrà certo risolta da questo romanzo, ma è sconfortante vedere tanta generica superficialità in un tema spinosissimo e che non aveva bisogno certo di soluzioni da coro da stadio. Voglio sperare di cuore che l’intento del romanzo non fosse quello di denunciare la schiavitù femminile al servizio di maschi padroni, perché allora dalla semplice banalità si passerebbe alla stupidità, visto che per tutto il tempo ci viene descritto un mentecatto Joe Castleman che è solo un burattino piagnucoloso nelle mani di una moglie che ha deciso tutto nella vita di coppia. Se però c’erano altri intenti, rimangono del tutto non chiari.

Il film è abbastanza fedele ma i due bravi attori patiscono la totale piattezza, per non dire vuoto, dei propri personaggi, a cui si aggiunge il ruolo ridicolo ed imbarazzante del figlio, che per fortuna nel romanzo è del tutto marginale. La storia è tutta votata ad un confronto finale tra i due coniugi in cui volano gli stracci, ma le premesse sono così vuote che i due attori sono palesemente in difficoltà. Peccato perché sarebbe stata una bella scena finale, con un altro testo.

In un’epoca in cui la famiglia tradizionale esiste solo nei proclami politici – pronunciati da chi una famiglia non ce l’ha o da chi ne ha due o tre – parlare di come negli anni Cinquanta la moglie fosse costretta a rinunciare alla propria sfavillante e soddisfacente vita per rimanere all’ombra dei padroni maschi brutti e cattivi mi sembra semplicemente sterile, oltre che altamente paraculo: secondo me l’intento di questo romanzo è semplicemente strappare facili consensi dalle lettrici pseudofemministe. Niente di male in questo, ma magari io abbasserei quel ditino moralizzatore puntato al cielo…

L.

– Ultimi post simili:

Annunci
 
2 commenti

Pubblicato da su giugno 14, 2019 in Recensioni

 

Tag:

2 risposte a “The Wife: vivere nell’ombra (2018)

  1. Cassidy

    giugno 14, 2019 at 10:46 am

    Un film più bello nella sua premessa e nella sua promessa, di almeno un paio di prove valide da parte dei protagonisti, che invece non brilla, molto meglio questa tua analisi decisamente più appassionata. Inoltre siamo destinati ad ancora parecchi anni di storie vecchie e stravecchie, riverniciate ed etichettate “Me Too”, anche se riciclano dinamiche antiche, va così, tocca rassegnarci. Cheers!

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      giugno 14, 2019 at 11:02 am

      Il coinvolgimento di due grandi attori mi aveva fatto ben sperare in qualcosa di più denso, invece è davvero una storiella vecchia (o finto-vecchia) che se la tira da “scottante attualità”.

      Mi piace

       

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: