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Il gioco delle coppie (2018) Un film a tema

02 Mag

Lo scorso aprile la Mustang Entertainment (Cecchi Gori) ha portato nelle nostre videoteche il DVD del film “Il gioco delle coppie” (Doubles vies, 2018), produzione europea distribuita nei Paesi anglofoni con l’ispirato titolo di “Non-Fiction“.
Il film sancisce il curioso ritorno di un certo cinema francese che credevo ormai estinto: quello che chiamo “a tema”.

Ha lasciato un ricordo indelebile in me l’immobilismo dei personaggi di un film francese visto da ragazzo, di cui purtroppo non ricordo il nome. All’epoca l’abitudine di vedere film in famiglia era un lancio di dadi: poteva capitare un film che piacesse solo ad una parte della famiglia e toccava sopportare, perché prima o poi toccava a tutti. Quella sera mia madre si appassionò molto al film mentre io lo detestai profondamente, perché da giovane ardimentoso non concepivo un’opera filmica che non fosse interessata ad alcuna azione bensì ad una riflessione su un tema.

Mentre quindi nei miei ricordi c’è questo tizio che, seduto, per un tempo infinito parla di politica con una tizia, sottolineando come concetti come “sinistra” e “destra” fossero intesi in Francia al contrario rispetto alla concezione europea – non chiedetemi di più, non ricordo altro! – vedere questo Il gioco delle coppie oggi mi ha fatto provare emozioni contrastanti. Perché quando poi ho cambiato gusti e ho cercato anch’io un po’ di riflessione, mi sono sentito in colpa di aver disprezzato quel vecchio film francese: ormai però era troppo tardi, e i film “a tema”, con personaggi che discutono su un argomento controverso dando voce ad ogni possibile sfumatura, era un genere ormai estinto.

Questo scritto e diretto da Olivier Assayas è una sorpresa, anche perché viene dopo altri due suoi film che ho profondamente odiato: Personal Shopper (2016), oh mio Dio!, e Quello che non so di lei (2017), insopportabile.

Il titolo italiano del film si focalizza sull’aspetto secondario se non addirittura trascurabile della vicenda, cioè sui rapporti di coppia: forse i distributori hanno pensato che il pubblico italiano è più interessato a tradimenti ed amanti e quindi sarebbe stato un ottimo richiamo, ma ovviamente sarà una delusione per quel pubblico, visto che è la tappezzeria davanti alla quale si svolge la vicenda.

Protagonista è Alain Danielson (interpretato da Guillaume Canet, sosia di Patrick Dempsey!) un piccolo editore francese che si trova ad affrontare un problema comune che tutti hanno ignorato per anni: l’editoria digitale. Bisogna continuare ad ignorarla, come si è fatto dall’inizio del millennio, o è il momento di affrontarla? Oppure è tardi per fare entrambe le cose? Il cuore di Alain è per il cartaceo e per l’editoria storica, quella di una volta, quella che piace a chi non legge e a chi non compra un libro manco sotto tortura. Quindi è chiaro che ha un grosso problema.

L’editore cartaceo di una volta… che è il sosia di Patrick Dempsey!

Sua moglie Selena (Juliette Binoche) è un’attrice insoddisfatta, mi sembra addirittura strizzare l’occhio al canone della tipica intellettuale la cui vita concreta non corrisponde all’immagine che lei se ne è fatta, e quindi ci sta male: il suo ruolo televisivo di analista criminale è un successo, il pubblico ama la serie e l’emittente vuole rinnovarle il contratto per altre stagioni, ma Selena invece vorrebbe la recitazione di una volta, quella densa, quella che nessuno paga per vedere. Quindi è chiaro che anche lei ha un grosso problema.

Amico della coppia è Léonard Spiegel (un accartocciato Vincent Macaigne), scrittore noto ma non di successo, i suoi libri si vendono ma non è che stiamo parlando di un fenomeno. Lui vorrebbe essere uno scrittore di una volta, quello che passa un anno a rimuginare su un libro per poi scrivere elucubrazioni di se stesso e raccontare di storielle d’amore che ha vissuto, spacciandole per letteratura. Insomma, quei cari vecchi autori che non compra più nessuno. Quindi è chiaro che anche lui ha un grosso problema.

L’attrice di una volta e lo scrittore barbuto e sofferente

Moglie dello scrittore è Valérie (Nora Hamzawi), che si occupa di campagne politiche in un’epoca in cui la gente sputa sulla politica. Basta questo per rendere chiaro che anche lei ha un grosso problema.

La versione moderna dei dialoghi socratici: la cena tra amici

Gran parte delle idee dei personaggi le conosciamo attraverso la versione moderna classica del dialogo socratico: la cena tra amici. Cresciuto nella più totale convinzione che le cene tra amici servono a scambiarsi idee sul mondo ed approfondire filosofie di pensiero, è stata una cocente delusione per me trovarmi sempre e solo in cene tra amici dove il Nulla Supremo è l’argomento più ambito, e dove è più facile che la conversazione verta dove si sia parcheggiata la macchina. Ecco perché ben presto ho smesso di parteciparvi.

Dunque abbiamo quattro personaggi che abbracciano argomenti molto “caldi” della contemporaneità, in quanto incarnano realtà in profondo cambiamento e che quindi generano ansia e destabilizzazione in chi ci lavora. Così come l’attrice classica non riesce ad accettare la nascita di un certo tipo di prodotto molto più popolare, così l’editore cartaceo non vuole accettare che il mondo in cui è cresciuto e che ha venerato sia ormai defunto. Decide così di tirare in ballo un quinto personaggio per dare un’occhiata sul mondo dei gggiovani, ed entra in ballo Laure d’Angerville (Christa Théret).

Un film a tema, ma in realtà qualsiasi tipo di narrazione che non sia il volantino di un partito, dovrebbe basarsi su tesi ed antitesi: lo sceneggiatore deve creare il personaggio che la pensa in un modo e quello che la pensa in modo contrario, poi farli interagire tra di loro snocciolando i propri punti di vista. Così facendo si prendono tutti gli spettatori, sia chi la pensa in un modo che nell’altro, e si illustrano le tesi di entrambe le parti così da spostare il discorso dal tifo da stadio ad un’analisi più costruttiva.
Se però l’autore comincia a parlare per frasi fatte e crea personaggi macchiettistici, tutto il gioco crolla e rimane solo aria fritta.

Sicuramente la questione “Cartaceo vs Digitale” a cui tanti post ho dedicato è esplosiva perché di solito si svolge tra interlocutori che non parlano la stessa lingua e che considerano i propri gusti valevoli per l’intera umanità, quindi non mi aspettavo certo che Assayas affrontasse in modo costruttivo la questione nel film, ma l’entrata in scena di Laure è davvero di cattivo gusto.

Siccome è gggiovane, la ragazza è ovviamente concupita dal bell’editore, che da nostalgico non vuole rinunciare al luogo comune dell’uomo di mezza età che combatte il crollo delle certezze con le sveltine, ma poi pontifica assurdità tali che dimostrano un’antitesi scritta con l’accetta, così da convincere segretamente lo spettatore della bontà della tesi senza doverla dimostrare, visto che non si può dimostrare.
Così vengono snocciolate statistiche americane sugli eBook – ma che c’entrano, visto che siamo in Francia? – ci viene suggerito che il controllo delle informazioni è giusto, e se pensi il contrario sei “un vecchio”, e soprattutto Laure e i suoi amici gggiovani promulgano seriamente l’abbattimento delle biblioteche cartacee: a che servono, se tanto tutto è digitale? Va bene che per i vecchi (come l’autore del film) i giovani sono tutti beoti, ma mi sembra un discorso falsato a monte, perché la “morale” del discorso del film è: “piuttosto che dar ragione a questi dementi di giovani, allora ha ragione la tesi dei vecchi”.

Se un film costituito da due ore di discorsi d’un tratto perde colpi sulla qualità dei discorsi, ecco che tutto crolla. Le storielline d’amore che incastrano i personaggi è roba inutile, messa lì solo ad allungare il brodo. Ciò che il film si prefigge di fare, cioè analizzare questioni scottanti, delude perché non riesce minimamente a sollevarsi dalla mera esposizione di questioni che poi però non vengono affrontate – un montaggio inesorabile spezza tutte le conversazioni sul più bello – e alla fine la sensazione è che le conclusioni siano tirate all’insegna del “è giusto così perché lo dico io”. Servivano molto meno di due ore per dirlo.

Léonard Spiegel, un autore schiacciato dai social

In chiusura merita di essere citata l’opera di Léonard Spiegel, scrittore giovane ma di stampo antico che scopre con raccapriccio l’esistenza dei social forum, dove il suo romanzo è criticato e giudicato: abituato com’era a doversela vedere coi critici dei grandi giornali, non ha strumenti per affrontare il lettore comune.

Il suo ultimo libro è “Les adieux à voix basse“, «un’opera esigente e ancora poco conosciuta», e conosciamo anche i suoi precedenti “Fondation” e “Rapport de police“. Gli addii a voce bassa nelle parole dell’autore è un “romanzo autobiografico”, espressione con cui maschera il fatto di essersi limitato a raccontare della sua vita spacciandola per letteratura, cosa che non è certo sfuggita ai lettori.

Assolutamente delizioso il “gioco” finale, in cui Spiegel chiede all’editore se i suoi romanzi usciranno in audiolibro, e nel caso vorrebbe la voce di Juliette Binoche. Si volta poi verso la moglie dell’editore, interpretata dalla Binoche e le chiede: «Tu sai come contattare Juliette Binoche?» La Binoche ovviamente… non lo sa…

L.

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6 commenti

Pubblicato da su maggio 2, 2019 in Recensioni

 

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6 risposte a “Il gioco delle coppie (2018) Un film a tema

  1. Conte Gracula

    maggio 2, 2019 at 9:19 am

    Peccato, un film che affrontasse seriamente – tra i vari – il tema dell’editoria digitale sarebbe stato abbastanza originale.
    Che poi, se si guarda a situazioni di “cambio medium” in passato, si vede che mica i vecchi mezzi spariscono, gli si affiancano i nuovi; chi teme il digitale considera il libro solo come un oggetto, non come un veicolo di idee.

    Comunque, dalla locandina pensavo davvero che l’attore fosse Dempsey XD

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    • Lucius Etruscus

      maggio 2, 2019 at 9:28 am

      Infatti verso la fine il povero editor si mette le mani tra i capelli quando scopre che… forse non ci crederai, tieniti forte… ci sono dei pazzi fuori di testa che leggono eBook sullo smartphone! Capisci il livello di barbarie raggiunto?
      Ecco perché dico che è un film “a tema” venuto molto male, perché il discorso è falsato: fa solo finta di riportare l’antitesi, cioè le ragioni del digitale, invece si limita a veicolare il classico messaggio “i giovani stanno distruggendo tutto”, che è una chiacchiera da bar molto più che una antitesi.

      Nel mio ciclo sulla Tecnologia Libraria ho raccontato la storia dell’editoria dal V secolo a.C. al 2014 riportando, epoca dopo epoca, tutti quei grandi personaggi che si sono scagliati contro la novità del momento: la scrittura è un male, lo scrivere su papiro un è male, lo scrivere su pergamena è un male, lo scrivere sulla carta è male, lo scrivere a caratteri mobili è un male, lo scrivere al computer è un male… Ogni progresso è un male, finché non diventa la regola. Quindi non esistono “vecchi” e “giovani”, solo chi crede troppo nel futuro e chi ci crede poco, ma questo non influenza minimamente il futuro.

      L’affiancamento di solito dura poco, anche se sempre di decenni si parla. Codici e rotoli sono convissuti a lungo come pergamene e papiri, ma poi a decidere è il costo del supporto: i libri cartacei costano uno sproposito assurdo che può essere sostenuto solo se si vene tanto. Siccome si vende pochsisimo, il formato è già condannato, rispetto ai costi infinitesimali del digitale. Il problema non è il formato né i lettori, il prolema è che per decenni l’editoria è stato un business milionario che ora rischia di non esserlo più: né gli autori né gli editori possono più sparare cifre da capogiro, ma non è colpa del digitale: è colpa del crollo verticale dei lettori, che costringono tutti quelli che lavorano nell’editoria a farsi due calcoli per ridurre le spese.
      Vogliamo poi parlare della mafia dei librai, dei distributori, dei tipografi e via dicendo? Tutto questo verrebbe annullato con un soffio, e ovviamente quelli che ci hanno mangiato finora non vogliono rinunciarci.
      Ai lettori non cambia niente, anzi semmai risparmiano e hanno accesso ad una quantità di testi mai vista prima nella storia umana.

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  2. Kuku

    maggio 3, 2019 at 11:24 am

    Questo film qua mi fanno pensare a storie che non hanno capito bene il loro obiettivo. Partono con un tema, ma poi il tema va a finire come soprammobile. I libri qua sono un pretesto per altre cose, col risultato poi di un guazzabuglio di tutto.
    Mi viene in mente il film dove Richard Gere faceva il clochard, con tutti a dire che il film parla di quelli che fingiamo che non esistano. Ma poi il film l’ho trovato così finto e in definitiva non mi diceva veramente niente sull’essere senzatetto.

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    • Lucius Etruscus

      maggio 3, 2019 at 11:27 am

      Sicuramente Gere avrà avuto più risonanza di questo film, che probabilmente ho visto solo io 😀
      L’affrontare temi scottanti è rischioso perché ad un certo punto è chiaro che non esiste una soluzione accettabile, così sai che fa il clone di Patrick Dempsey? Dice che lui crede per fede che il libro cartaceo tornerà ai passati splendori: un intero film basato sull’analisi di una problematica, con tesi ed antitesi, per finire ad un’affermazione che anche detta al bar risulterebbe ridicola?
      Visto che è fatto con fondi europei, temo che l’unico motivo del film sia il sistema italiano: dobbiamo giustificare i soldi che prendiamo, facciamo qualcosa, tanto non la vedrà nessuno 😛

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      • Kuku

        maggio 3, 2019 at 11:39 am

        Ma vedi che ti fanno venire il nervoso? Ti guardi un film per avere uno spunto, un qualcosa che ti faccia pensare, e invece finisci la visione e ti hanno sparato solo cacchiate che ci potevi pensare da solo. Anzi, quelle che avevi pensato erano meglio. Che nervoso mi fanno venire. Poi fanno anche gli “alternativi” impegnati perché parlano di libri.

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      • Lucius Etruscus

        maggio 3, 2019 at 11:47 am

        Mi sa che sono davvero finiti i tempi dei “film a tema”, se è questo il livello della “conversazione”.
        E pensa che il nervoso che stai provando io l’ho provato leggendo saggi nati per descrivere il nuovo mondo digitale, per cercare di saperne di più e vedere quali fossero le nuove tesi sull’argomento. Aria fritta impastata di pregiudizi ottocenteschi: e meno male che sono giovani studiosi che interpretano il tempo in cui vivono…

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