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Ghostwriting 2. Sbiancata dal suo negro

29 Apr

Leggenda vuole che Eduardo De Filippo fosse spietato se non addirittura dittatoriale con i membri delle proprie compagnie teatrali, quando in realtà Vincenzo Salemme – che da giovane lavorò in una di queste compagnie – cerca di sfatare questo mito semplicemente notando come una personalità autoritaria e distaccata, se non proprio fredda, mal si adattasse al desiderio di ogni attore di essere confortato e lodato.

Uno dei tanti aneddoti che arricchiscono il mito dell’Eduardo crudele ruota intorno ad una rappresentazione teatrale interrotta da lui stesso: rivolgendosi al pubblico, fa notare come uno dei suoi attori abbia sbagliato a pronunciare una battuta, esortando l’attore così umiliato a ripartire, recitando meglio.
Non importa se sia mai successo davvero o se sia solo leggenda, quel che importa è che il biografo Maurizio Giammusso ci spiega che questo comportamento nel mondo teatrale ha un nome ben preciso: sbiancamento.

Un termine perfetto per indicare quell’umiliazione del trovarsi reali davanti ad un pubblico a giustificarsi di una propria mancanza… una volta che la finzione sia crollata.

Abbiamo già visto “i bianchi e i neri”, cioè le due accezioni “colorate” con cui identificare chi scriva segretamente per altri: c’è il nobile blanchisseur e il più umile nègre. Ma c’è anche il mestierante teinturier, quel “tintore” settecentesco il cui termine però veniva utilizzato da ben altro dizionario: il Dictionnaire mytho-hermétique (1758) di Dom Pernety ci informa che quella parola vuol dire anche “alchimista”.
State attenti agli scrittori fantasma, perché conoscono mille trucchi…

Lo scopre sulla propria pelle la scrittrice di successo Judith Ralitzer, che nell’immagine iniziale del film Roman de gare (2007) viene accusata di aver ucciso il proprio ghostwriter. «Come potevo sapere che il mio nègre ubriaco non sapeva neanche nuotare?» è la sua difesa…

La romanziera di successo Judith Ralitzer, incastrata tra il bianco e il nero…


Romanzo da stazione

Durante le riprese di questo film, malgrado nel cast spiccasse una stupenda e bravissima Fanny Ardant nel ruolo principale, nessun giornalista si interessò di chi fosse mai questo Herv Picard, regista sicuramente alle prime armi visto che nessuno l’aveva mai sentito. Al momento di distribuire il prodotto finito, però, beghe legali e le richieste dei produttori spinsero il Picard a togliersi la maschera e a dichiarare la propria vera identità: Claude Lelouch, il nègre di se stesso…
Stanco della notorietà, il celebre regista si era nascosto per vedere se la gente amava più i suoi film o più la sua firma: l’esperimento è perfettamente riuscito, visto che di Roman de gare non si interessò nessuno finché non uscì fuori Lelouch alla regia. È solo la sua firma che conta, dunque.

Non importa il film, importa la firma…

Alcuni critici avevano accusato il regista di scrivere storie troppo semplici, troppo commerciali: le sue sceneggiature – per i critici – sembravano quei romanzetti di genere venduti alle stazioni, che in Francia portano il nome di roman de gare. Così la scrittrice Judith Ralitzer apre il film raccontando di aver avuto l’idea di un attentato alla Casa Bianca che passi attraverso l’avvelenamento di un vino di Borgogna: azione, thriller e tanti morti infarciranno un romanzo che non potrà avere altro titolo se non Roman de gare.

Un genere che dà il titolo al romanzo omonimo raccontato nel film omonimo

Il film di Lelouch è paragonabile solo a Il Club Dumas (1993) di Arturo Pérez-Reverte: un gioco letterario all’interno di un gioco letterario, fino a formare un labirinto inestricabile dove nessuna realtà può superare la finzione.
Accantonata infatti la storia della scrittrice Ralitzer, scopriamo che un pericoloso serial killer – chiamato “il mago” per la sua passione di fare trucchi di magia alle proprie vittime – è fuggito dal carcere. Vediamo poi un uomo misterioso che, in un autogrill, fa apparire dei fiori dal nulla e li regala ad una bambina…

Uno scrittore o un maniaco? E c’è differenza?

Quest’uomo riesce ad offrire un passaggio ad una donna sola e vulnerabile, dando vita ad una storia sul filo del thriller che dura fino a metà film. A questo punto, la pellicola si ferma – quasi fosse un’opera bergmaniana – e l’uomo misterioso raggiunge la scrittrice Ralitzer: ha appena avuto l’idea per il suo nuovo romanzo.


La scrittrice e il “fantasma”

Dall’estate del 1998 a Beaune, in Borgogna, dove si sono conosciuti, la Ralitzer e l’uomo misterioso (uno strepitoso Dominique Pinon) sono complici: lui scrive romanzi di successo e lei li firma prendendosi tutto il merito. Ora l’uomo è appena tornato dal suo viaggio che è durato metà film e, salito a bordo della barca dove lavora la scrittrice, le rivela la trama del “suo” prossimo libro:

«È il viaggio di un uomo attraverso la Francia. Non sapremo mai, fino alla fine, se sia un insegnante che ha abbandonato moglie e figli, un serial killer in fuga o uno scrittore in cerca di ispirazione. Ah, dimenticavo: lui crede di essere Dio. E il titolo è Dio è un altro

Tutto ciò che abbiamo visto nella prima metà del film è stato il viaggio (fisico e metaforico) compiuto dallo scrittore fantasma per cercare ispirazione, in vista del romanzo più importante della sua vita: Dieu est un autre… Il primo che vuole firmare con il proprio nome.

Un romanzo di successo, scritto da… da…?

Basta anonimato, basta essere un ignoto nègre, dopo più di sette anni di fedele “scrittura fantasma” ora la donna gli deve un romanzo con il suo nome scritto sopra: Pierre Laclos. Per la prima volta, il nome corrisponderebbe anche al vero autore.

«Magari il piccolo negro [petit-nègre] può smettere di infestarti.»

Come può reagire una scrittrice venerata in tutta la Francia davanti alla prospettiva di perdere la sua “vena creativa”? Come può reagire di fronte al proprio nègre che si ribella in modo così sfacciato? Non può che assumere un’espressione agghiacciante e invitare l’uomo a soggiornare sulla sua barca, in mezzo al mare, durante la scrittura del “suo” romanzo…

Un romanzo scritto da Judith Ralitzer, potete scommetterci…

Lelouch sin dall’inizio gioca con le aspettative dello spettatore: l’uomo misterioso è un assassino? E lo è anche la Ralitzer? Visto che il nègre sta scrivendo un romanzo plausibilmente di successo, senza testimoni, in mezzo al mare, in pieno potere della donna… sin dal primo secondo lo spettatore intuisce che la situazione non può che finir male per il povero ghostwriter.
Il regista lo sa, e gioca come il gatto con il topo. Ogni frase, ogni occhiata, ogni gesto gioca con ciò che gli spettatori si aspettano. «Ti ucciderei, Pierre» dice la Ralitzer sorridendo. «Sarò morto solo quando scriverò la parola “fine”» risponde lui. Quando una mattina la donna si alza, il romanzo Dieu est un autre è completo sulla sua scrivania e il nègre è sparito dalla nave… il gioco è fatto.

«Ti ucciderei, Pierre.»

«Sarò morto solo quando scriverò la parola “fine”»

La tenue disperazione di circostanza della scrittrice per la scomparsa di Pierre Laclos dura poco: appena il nuovo romanzo esce in libreria firmato Judith Ralitzer e le critiche iniziano ad osannarla, il ricordo del suo nègre svanisce.
Ma, come vuole il classico intreccio di un roman de gare, ci sono sospetti e ombre, e addirittura testimoni: ad un anno dagli eventi la scrittrice verrà formalmente accusata di omicidio. La donna si dispera finché Lelouche non mette in atto un altro espediente da feuiletton: il colpo di scena finale… Pierre ha finto di morire per incastrare la donna.

Uno scrittore fantasma… che non è più fantasma in tutti i sensi


Sbiancata dal suo negro

Lo scrittore fantasma prima diventa davvero un fantasma, poi però sveste la sua divisa ectoplasmatica e torna alla realtà. Pierre torna dalla tomba (in cui non è mai stato) solo per incastrare la donna che da anni firma i suoi romanzi.
Ha abbandonato l’idea di vedere il proprio nome in copertina, rendendosi conto che non avrebbe mai venduto un romanzo con il proprio nome, ignoto a tutti – esattamente come Lelouche si è reso conto che non avrebbe mai venduto un film firmato Hery Picard! – comprendendo così un’antica verità: come l’abito fa il monaco, il nome in copertina fa il libro.
«Chi ha scritto I tre moschettieri, Dumas o il suo negro?» si difenderà la scrittrice durante un’intervista accusatoria.

La scrittrice di successo e il suo petit-nègre

La Ralitzer è distrutta: le prove schiaccianti che Pierre ha in mano dimostreranno a tutta la Francia che la donna non ha mai scritto una riga, malgrado gli onori raccolti in tanti anni. «Cosa succede adesso?» chiede la donna, sperando in un ricatto: magari Laclos la sta solo ricattando per avere più soldi. Ma l’uomo non vuole nulla e la congeda con una frase terribile.

«Niente. Te ne vai, completamente sbiancata dal tuo negro.»

«Completament blanchie par ton nègre» è un ulteriore delizioso gioco lessicale di difficile resa in italiano: affonda le radici nel blanchir di Voltaire e si riferisce ad un nègre che ama eseguire trucchi di magia… quasi fosse un alchimista, un teinturier.

«Te ne vai, completamente sbiancata dal tuo negro»

Malgrado possa sembrare che sia stato svelato tutto di questo film, compreso il colpo di scena finale, sottolineo che mille altri giochi e trucchi attendono chi voglia gustarselo. (In lingua originale, però, visto che risulta ancora inedito in Italia.)
Roman de gare è un gioco letterario e quindi mostra la realtà. La trasmissione televisiva che apre e chiude la pellicola ha per ospiti veri scrittori con veri libri, come Arlette Gordon con il suo Rue Pouchkine e Bernard Weber con il suo Le papillon des étoiles; la terza ospite Marie-Victoire Debré è “reale” ma del suo libro Bloc sténo non ho trovato traccia. In mezzo a loro, come ospite d’onore, Judith Ralitzer con il suo Dieu est un autre, un falso libro falsamente attribuito che racconta la storia falsa mostrata in un film…

Parafrasando William Shakespeare, il signore assoluto degli “scrittori fantasma”, la vita non è altro che un racconto narrato da un nègre.

L.

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2 commenti

Pubblicato da su aprile 29, 2019 in Indagini

 

Tag:

2 risposte a “Ghostwriting 2. Sbiancata dal suo negro

  1. Kuku

    aprile 29, 2019 at 9:26 am

    Questi sbiancamenti e negri mi fanno venire in mente una cosa sentita molti anni fa a proposito della notazione musicale. Non mi ricordo molto bene, ma le note “bianche” durano di più di quelle “nere” e quindi c’erano questi termini “dealbare” e “denigrare” che si riferivano al fatto di sbiancare, e quindi aggiungere valore, e scurire che significava togliere valore.

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