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Ghostwriting 1. Non quel Dumas

22 Apr

Un artista non crea mai da solo.
In una sua lezione del 2009 su “Arte e fede”, il cardinale Ravasi dice che una buona opera d’arte testimonia «l’Oltre e l’altro». L’Oltre è ovviamente l’elemento divino che, per chi crede, è depositario dell’ispirazione ma esula dal mio discorso: ciò che qui interessa è l’“altro”, colui che trasporta questa ispirazione e la fa avere all’artista.
Questo “altro” dev’essere sì estraneo all’artista ma in una forma che egli sappia comprendere per lasciarsi ispirare, dev’essere straniero ma ospite: cioè le due accezioni del termine latino antico hostis – da quell’indoeuropeo gheis- da cui il proto-germanico gastix che a sua volta ha generato il gotico gasts, l’antico norreno gestr e l’antico alto germanico gast – che vuol dire tanto “ospite” quanto “ostile”, entrambe parole italiane provenienti dallo stesso termine latino.

Come fa questo “ospite” a veicolare il messaggio all’artista? Ovviamente attraverso l’ispirazione. «Intervento di uno spirito divino che, con azione soprannaturale, determina la volontà dell’uomo ad agire […] con la parola o con gli scritti», ci spiega il Vocabolario Treccani. Quindi ogni ispirazione è guidata da quello che spirito che curiosamente oggi in inglese è reso con gasp, una strana “p” finale che rovina una deliziosa contrapposizione che ancora nel 1872 i dizionari riportavano: “Gast = respiro, spirito” – “Ghost = anima, spirito”. Entrambi i termini derivanti dalla stessa radice indoeuropea gheis– di cui sopra. Tante parole per indicare quel “fantasma” che viene a dirci cosa scrivere…

Il “Newcastle Morning” del 15 marzo 1889 ci informa che un certo Robert Dennis ha fatto causa ad Henniker Heaton, un politico ed un intellettuale del suo tempo, per la somma di 500 sterline. L’accusatore dichiara che dal 1885 ha scritto tutti i discorsi pubblici di Heaton, i testi che egli firmava per il “National Review” e le sue lettere inviate al “Times”. Come definisce se stesso Robert Dennis? Con una semplice parola: “ghost”.
«Mr. Heaton’s “ghost”», scrive il giornale, mettendo tra virgolette un termine che proprio in quel periodo sta acquisendo il significato di “qualcuno che lavora segretamente per qualcun altro”.

Sul finire degli anni Venti del Novecento il “New York Times” usa il termine ghost writer con disinvoltura, anche se virgolettato, e con l’andar dei decenni questa espressione entra sempre più nel linguaggio comune. Quindi prima non c’erano “scrittori fantasma”? Ovviamente c’erano, ma per indicarli si usavano espressioni più… “colorite”.


I bianchi e i neri

Un giorno il generale Manstein decise di scrivere personalmente le proprie memorie: com’è spesso usanza, per far questo si rivolse a qualcuno che sapesse scrivere. Scelse niente meno che il grande filosofo e letterato parigino Voltaire, il quale però fu lento nella scrittura anche perché nel frattempo il Re di Prussia gli aveva commissionato la “correzione” di alcuni versi. Stanco di attendere, Manstein pressò lo scrittore, il quale non poté che rispondere pungente: «Il re mi ha inviato i suoi panni da sbiancare: i vostri dovranno attendere.»

Chi sbianca i panni altrui?

Questo aneddoto è raccolto in un saggio, L’esprit de tout le monde, che assomiglia più ad un rotocalco di gossip che ad una cronaca: pubblicato a Parigi nel 1859 da P.-J. Martin, raccoglie in ordine alfabetico aneddoti saporiti, voci di corridoio e in generale chiacchiere non documentate. Però testimonia il fatto che Voltaire fosse visto come un ghostwriter ante litteram: che lo sia stato davvero – ed è facile che sia così – ha poca importanza.
Nella sua risposta piccata il filosofo parigino usa un termine curioso: blanchir, “sbiancare”, “dipingere di bianco”. Dunque era questo il nome che si usava per chi scriveva segretamente per altri? No, è solo una deliziosa contrapposizione, perché si usava un termine ancora più… “colorito”.

Uno sbiancatore parecchio… “nero”!

Stando al Dictionnaire mytho-hermétique (1758) di Dom Pernety, all’epoca si usava il termine teinturier, “tintore”. «Dicesi, per similitudine» specifica il Petit trésor della lingua francese curato nel 1821 da Giuseppi Filippo Barberi, «di chi corregge e colora le altrui opere. Egli pare che quegli che corregge gli altrui scritti dia loro una certa sua tinta, un certo suo colore particolare, siccome il tintore dà del colore alle stoffe, e alle tele.»
Imbiancare e tinteggiare sono espressioni deliziose e giri di parole divertenti, ma dal Settecento chi scrive segretamente per altri ha un solo nome: nègre. Oggi è una parola che fa scalpore e scalda gli animi, ma va specificato che si parla di mansioni editoriali, non di questioni di razza.

Tipica espressione del nègre scrittore

Il termine è così utilizzato – anche in Italia, nella versione “negro” –  che con il procedere delle questioni razziali si cerca di nasconderlo sotto il tappeto, tanto che nel 1930 ci viene spiegato che al posto di le nègre va ora usato ghost writer, come troviamo scritto nel “The Modern Language Journal” n. 14 di quell’anno, e nel 1933 lo ribadisce il francese Pierre Daviault nel suo Questions de langage. Ma il termine comunque rimane troppo radicato per scomparire, infatti nella rivista newyorkese “Crisis” dell’aprile 1951 (pag. 233) viene spiegato che

«Nello slang francese, “ghost writer” si dice “le nègre”».

Voltaire dunque era un nègre? Al contrario, con la sua frase il filosofo sembra informarci che era bensì un più raffinato blanchisseur. Con questo titolo infatti il pettegolo Martin inizia, alla lettera V, il suo elenco di aneddoti sul celebre scrittore: “Voltaire blanchisseur”.
Il filosofo usò quell’espressione “biancheggiante” forse anche per distinguersi dallo scandalo editoriale che “annerì” il suo tempo.


Quel negro di Dumas

Pochi anni prima del libro di Martin un’altra contrapposizione di colori aveva infiammato Parigi: nel 1845 il giornalista letterario e scrittore Charles Jean-Baptiste Jacquot, noto con lo pseudonimo di Eugène de Mirecourt, dà alle stampe il più esplosivo dei suoi saggi: Fabrique de Romans: Maison Alexandre Dumas et Compagnie. Questo «sinistre libelle» (come da alcuni venne definito all’epoca) infiammò più di un animo, e Dumas in persona trascinò il Mirecourt in tribunale, in un processo che si concluse con la condanna a sei mesi di carcere per il povero giornalista.
Ma cosa diceva mai questo libretto di così offensivo da scatenare le ire del Grande Dumas? Malgrado la pena inflitta all’autore, il testo non diceva altro che la verità.

La nonna paterna di Alexandre Dumas (padre, specifico ora senza ripetere poi) era una schiava nera di Haiti: il letterato rivendicava il “sangue nero” che gli scorreva nelle vene e i tratti somatici da mulatto. Era un nègre… che aveva un nègre!
Su questo gioco si basava l’accusa accorata di Mirecourt: Alexandre Dumas non era quell’autore che tutti stimavano in Francia e nel mondo, bensì un semplice nome apposto sulle opere di altri. Quelli che venivano chiamati “segretari” di Dumas, altro non erano che i suoi nègres, quelli cioè che scrivevano i capolavori che la gente amava e che fruttavano bei soldi.

Alexandre Dumas

Il giornalista fece nomi e cognomi e stilò elenchi di chi avesse scritto in realtà cosa, dimostrando che Dumas non era chi tutti credevano fosse. «I nostri attacchi sono diretti solo all’uomo di lettere, al pirata che ci deruba», chiude con passione Mirecourt il suo saggio, non esitando a chiamare “immorale” Dumas e lanciando un previsione purtroppo sbagliata: «Nessun giudice avrà il coraggio di condannarmi se a gran voce lancio il monito “la letteratura perirà”!» Invece un giudice “coraggioso” lo si trovò, anche perché gli attacchi del giornalista erano più diretti alla vita privata di Dumas che a quella letteraria, al contrario di quanto lui stesso avesse affermato.

Cosa c’è di vero nelle accuse di Mirecourt? Tutto, ovviamente, perché nel mondo letterario a pensar male ci si coglie sempre. Ma con una distinzione imperativa: nessuno dei nègres di Dumas… era Dumas!
«Era un imbroglione, ma geniale» ci viene incontro Arturo Pérez-Reverte con il suo capolavoro Il club Dumas, atto d’amore sconfinato per il feuilleton e la letteratura popolare, «Dove altri si sarebbero limitati al plagio, lui costruì un mondo romanzesco che si regge in piedi ancora oggi… “L’uomo non ruba, conquista” ripeteva spesso… “Fa di ogni provincia che occupa un ampliamento del suo impero: vi impone le sue leggi, la popola di temi e di personaggi, allunga il suo spettro su di essa…” Che altro è la creazione letteraria?»

Auguste Maquet
il nègre di Dumas

Molto probabilmente i “collaboratori” di Dumas non si limitavano alla ricerca storica e alla stesura di prime bozze dei testi – come vuole il giudizio ufficiale – ma scrissero gran parte dei romanzi che portano ancora oggi la firma di Dumas. Senza però quella firma, di quei romanzi non rimarrebbe alcun ricordo: come non ne rimane di quei romanzi che i nègres scrissero prima e dopo la loro collaborazione con il celebre scrittore. Questi “collaboratori” erano semplici scrittori, non avevano quel qualcosa in più per diventare leggende.

Il più celebre dei nègres di Dumas fu Auguste Maquet. Questi insegnava al Lycée Charlemagne, dove aveva studiato insieme a Théophile Gautier e Gérard de Nerval, ma nel 1835 lascia tutto perché vuole diventare scrittore. «Chiederò alla letteratura quello che l’università mi rifiuta: gloria e profitti», ebbe a dire: con questi “ideali” in mente, fu una fortuna diventare “collaboratore” di Alexandre Dumas. La gloria non fu molta – sebbene oggi è ancora noto – ma di sicuro i profitti furono eccellenti: al momento della morte, Maquet era più ricco di Dumas… Può bastare come ricompensa?

Di sicuro il rapporto con un il gigante non fu facile, tanto che i rapporti finirono male: in seguito Maquet fece causa perché gli venisse riconosciuta la paternità di quasi venti romanzi firmati da Dumas, ma non vi riuscì. Come insegna Marecourt, chi attacca Dumas perde.


L’altro Dumas

Il rapporto tra il nègre Dumas e il nègre litteraire Maquet diviene un apprezzato testo teatrale nel 2003: Signé Dumas, di Cyril Gely ed Eric Rouquette. Nel 2010 Safy Nebbou e Gilles Taurand trasformano il testo nella sceneggiatura del film L’autre Dumas, diretto da Safy Nebbou e interpretato da Gérard Depardieu (Dumas) e Benoît Poelvoorde (Maquet).
Il film risulta ancora inedito in Italia.

La storia non ha praticamente nulla di letterario. Girato nella meravigliosa ambientazione dello château de Monte-Cristo – che Dumas si fece costruire nel 1846, per poi perderlo quasi immediatamente per via dei molti debiti – già è noto il fatto che Maquet sia il vero scrittore, sebbene Dumas possegga il “tocco magico”. La trama verte interamente sul fatto che uomini vecchi si rovinano per donne giovani e che ogni rivoluzione nasce dal desiderio di portarsi a letto le rivoluzionarie: tutto già risaputo, per un film alla fin fine noiosetto.
Ci sono però alcune licenze, nel film e nel testo teatrale: Maquet addirittura dice di avere depositato al sicuro le prove che dimostrerebbero come alcuni romanzi firmati da Dumas li abbia scritti lui. Ovviamente non fu così.
Ma questo rientra nel pieno stile dumasiano: la Storia vera filtrata attraverso la menzogna letteraria per dar vita ad altro… a qualcosa di bello.

Ci vorrebbe un nome figo per un moschettiere…

Che ne dici di D’Artagnan?

Chiedetelo a Gatien Courtilz de Sandras, che nel 1704 scrisse le vere memorie di un vero moschettiere, Charles de Batz-Castlemore, conte di Artagnan. La sua vita è molto simile a quella del suo omonimo letterario, ma questo oscuro guascone possiamo ancora ricordarlo dopo trecento anni solo perché finì negli ingranaggi della “fabbrica del romanzo” di Dumas: nessuno ricordava il vero moschettiere che si faceva chiamare d’Artagnan finché Auguste Maquet non si mise a reinventarne la vita, abbellita poi dal tocco di Dumas.
Nel rapporto che passa fra I tre moschettieri e Les mémoires de Mr. d’Artagnan c’è il segreto della… “scrittura fantasma”.

Uno scrittore che può prosperare grazie al suo “fantasma”

Alexandre Dumas è stato il primo e più noto autore ad aver subìto la rivolta del proprio ghostwriter, pur uscendone a testa alta: ad altri è andata decisamente peggio, come vedremo la prossima settimana.

L.

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10 commenti

Pubblicato da su aprile 22, 2019 in Indagini

 

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10 risposte a “Ghostwriting 1. Non quel Dumas

  1. landiivano

    aprile 22, 2019 at 8:03 pm

    Articolo splendido! Che mi ha tra l’altro riportato alla mente, con un po’ di dolore, un articolo di Eugene Jeffrey Gold che pubblicai quasi venti anni fa sulla rivista on-line “Il monte analogo” di cui ero direttore. Si trattava in realtà della trascrizione di un lungo colloquio sulla bottega di Rembrandt che Gold intrattenne con i suoi allievi nel corso di una cena e che fu registrato su nastro. L’originale si intitolava infatti “The Rembrandt Tapes”. Grazie all’amicizia con alcuni allievi di Gold riuscii ad ottenere l’esclusiva mondiale ed era la prima volta in assoluto che il nastro finiva trascritto (sebbene non su carta ma su pagine online). Purtroppo il lavoro è andato tutto perduto, e temo in modo irrecuperabile, ma il concetto era lo stesso che hai espresso in questo post, solo trasposto su Rembrandt. Alla fine erano gli aiutanti di bottega a dipingere i quadri, ma nessuno di loro e neanche tutti loro insieme sarebbero mai stati in grado di produrre un Rembrandt.

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    • Lucius Etruscus

      aprile 22, 2019 at 8:28 pm

      Ti ringrazio di questa testimonianza, ed i grandi pittori – tutti muniti di una propria “bottega” – dimostrano perfettamente come la creazione artistica sia più un lavoro di gruppo che un viaggio solitario, malgrado sia quest’ultima versione ad essere più affascinante per il pubblico. Preferiamo pensare ad un pittore che perda tempo e salute a completare la sua opera invece di una bottega che prepara il lavoro per lui così può semplicemente passare a dare quel “tocco” che rende l’opera “personale”.

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      • Conte Gracula

        aprile 23, 2019 at 8:33 pm

        Ma in questi casi, sarebbe giusto che firmassero tutti 😛

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      • Lucius Etruscus

        aprile 23, 2019 at 8:37 pm

        Oggi le cose sono cambiate e spesso e volentieri sotto il nome importante in copertina appare anche un altro nome, più piccolo, che sicuramente ha fatto tutto. Tutte le biografie di grandi personaggi americani riportano il tizio che le ha scritte, facendolo passare per “aiutante”, così come decenni fa il vero autore di un romanzo lo trovavi nascosto nel traduttore (nei casi italiani) o nel “consulente” (in quelli americani).
        Ai tempi di Dumas non esisteva nulla del genere, figuriamoci quando Voltaire scriveva per gli altri! 😀

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  2. zoppaz (antonio zoppetti)

    aprile 23, 2019 at 11:02 am

    Aspettavo questa continuazione… bellissima! Sulla traduzione italiana di “negro” con questa accezione di scrittore invisibile mutuata dal francese segnalo anche una pubblicazione del nuovo Millennio che usa la parola che ormai è considerata offensiva per indicare i fenotipi umani: Claude Bleton, “I negri del traduttore”, Voland 2006.

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    • Lucius Etruscus

      aprile 23, 2019 at 11:27 am

      La Voland tira sempre fuori titoli spettacolari, e con quel nome non poteva essere altrimenti ^_^
      Contento ti sia piaciuta la puntata: la settimana prossima sarà ancora più ghiotta 😉

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  3. theobsidianmirror

    aprile 24, 2019 at 9:02 pm

    Quindi, se l’etimologia non m’inganna, non si dovrebbe mai rivelare il nome di chi scrive dei “guest post” su blog di altri…

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  4. Kuku

    aprile 28, 2019 at 11:38 pm

    Non sapevo niente di questa storia di Dumas che scriveva poco. Ma anche il figlio faceva così?
    Nel caso di Voltaire lo sbiancante (più di “Può, dove il detersivo non può”), forse intendeva che doveva eliminare le cose negative degli scritti altrui, con un significato tipo panni lavati (in casa)?

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    • Lucius Etruscus

      aprile 29, 2019 at 6:59 am

      Potrebbe anche darsi che Voltaire si limitasse ad una specie di “correzione bozze”, ma visto che i suoi clienti erano tutti illetterati è molto più facile che scrivesse direttamente lui 😛
      Di Dumas figlio non si sa niente, anche perché con cotanto padre a rubare la scena rimaneva poco per lui…

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