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Gli zombi di Star Trek (2)

12 Apr

The Price of the Phoenix” (Bantam Books, luglio 1977) di Sondra Marshak e Myrna Culbreath.

Dalla pagina Wikipedia del romanzo scopriamo che:

«Kirk viene teletrasportato a bordo dell’Enterprise dopo la sua morte accidentale su un pianeta senza nome. Spock si confronta con il sovrano planetario, Omne, che rivela a Spock di aver aperto la strada al “processo della fenice”, una modifica della tecnologia del trasportatore in grado di creare un duplicato esatto di una persona vivente, incluso un duplicato di Kirk. una breve fusione mentale e verifica che il duplicato sia effettivamente Kirk, che chiama “James”. Spock accetta quindi un’offerta da Omne per saperne di più sul processo della fenice, tuttavia Omne spiega che il “prezzo della fenice” richiederà il tradimento della Federazione e della prima direttiva.»

Torna quanto già avevamo visto con “Star Trek: Mission to Horatius” (1968) di Mack Reynolds: il tema del duplicato e del problema della sua “anima”. Scotty, personaggio che simboleggia il popolo “ruspante”, parte ad elencare una serie di nomi dispregiativi per il risultato di Omne:

«Androids, doubles, imposters, illusions»

Il doppio non piace, non si scappa, e Spock – più colto e raffinato – così commenta la proposta di Omne di duplicare Kirk:

«A ghost, a zombie, a pale imitation. Some obscene sorcery…»

Questa “oscena stregoneria” porterà solo ad una “pallida imitazione”: un fantasma… uno zombi. L’aveva spiegato McCoy nel citato romanzo del 1968, la duplicazione si può anche fare ma va perduto «un ingrediente primario: qualcosa che è chiamata psiche [psyche], o se volete anima. Ciò che differenzia l’uomo dall’animale.» Quindi uno zombi è un duplicato, una “pallida imitazione” senz’anima.

Nell’agosto 1987 il romanzo di Marshak e Culbreath arriva in Italia come primo numero della storica collana “Star Trek” targata Garden Editoriale, con l’ovvio titolo “Il prezzo della fenice” (traduzione della brava Annarita Guarnieri, fan dell’universo di Star Trek!).

«Uno spettro, uno zombie, una pallida imitazione. Una qualche oscena stregoneria.»

Ormai dopo dieci anni il termine “zombie” (con la “e”) è più che sdoganato quindi la traduttrice può usarlo con disinvoltura, ma cosa sarebbe successo se un romanzo di questa serie fosse arrivato prima in Italia?

Sempre la Bantam Books nel 1978 presenta il suo ottavo romanzo di Star Trek: “The Starless World” di Gordon Eklund,

«His voice had attracted attention. Several of the Strangers began to edge toward him. They moved like shambling zombies.»

In questi anni Settanta sembra ormai affermata nell’universo startrekiano l’accezione zombie, con la “e”, che viene rispettata dalla mitica Laura Serra quando traduce il romanzo per il numero 800 (9 settembre 1979) di “Urania” (Mondadori) con il titolo “La sfera di Dyson“:

«Le parole di Kirk avevano attirato l’attenzione degli altri. Molti Stranieri presero a dirigersi verso di lui, muovendosi come zombie

Va bene, si è perso per strada l’aggettivo (shambling zombies, zombie tremanti, tremolanti) ma ormai è chiaro: i lettori di fantascienza americani ed italiani conoscevano l’espressione “zombi” e “zombie” già prima che il successo dei film di George A. Romero, dal settembre 1978 in poi, sdoganasse il termine anche fra gli spettatori, molto meno informati.

Il termine sarà abbondantemente usato dai romanzieri che si cimenteranno nell’universo di Star Trek dagli anni Ottanta in poi, in maniera così massiccia e sproporzionata rispetto agli anni Settanta che la mia ipotesi è che prima zombi fosse una parola nota ma non così di moda come diventerà grazie a Romero. Viene usata senza spiegazione quindi i lettori degli anni Settanta, sia americani che italiani, la conoscono, ma viene usata con parsimonia semplicemente perché non è “di moda” come sarà negli anni Ottanta.

Continuano le ricerche…

L.

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7 commenti

Pubblicato da su aprile 12, 2019 in Linguistica

 

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7 risposte a “Gli zombi di Star Trek (2)

  1. Conte Gracula

    aprile 12, 2019 at 9:49 am

    McCoy non prende in considerazione che la copia possa ottenere quel qualcosa che non possiede di partenza: ce la fa Pinocchio, perché non un clone?

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    • Lucius Etruscus

      aprile 12, 2019 at 9:53 am

      Dal punto di vista di un cristiano in un oggetto creato dall’uomo non può essere infusa l’anima: Pinocchio diventa umano grazie ad un intervento “superiore”, qui invece si parla di meri duplicati fatti in fabbrica.

      Piace a 1 persona

       
      • Conte Gracula

        aprile 12, 2019 at 12:35 pm

        Però, in Star Trek, capita spesso con i robot. Prendi Data in Next Generation: ha allevato un gatto a cui si è affezionato e ha anche avuto una storia, dopo l’upgrade del chip emozionale – certo, finita male, dopodiché dichiarò che avrebbe cancellato l’esperienza dalla sua memoria, con gran sconcerto della tipa, ma in un episodio successivo, veniva mostrato che Data teneva ancora una sua foto o qualcosa di equivalente.

        Diciamo che la reazione di questi romanzi mi ricorda certe uscite di Dolce & Gabbana sui bambini concepiti in vitro 😛

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      • Lucius Etruscus

        aprile 12, 2019 at 1:26 pm

        I tempi cambiano, stai parlando di un prodotto nato sul finire degli Ottanta e cresciuto nei Novanta: la percezione cambia, non a caso Asimov in quel periodo può parlare di un robot che chiede gli stessi diritti umani, pur essendo palesemente artificiale, e contemporaneamente al cinema Sarah Connor ci spiega che se anche un Terminator può capire il valore di una vita umana, forse un giorno potremo capirlo anche noi. In questo “brodo culturale”, ci sta che un essere artificiale venga percepito come “umano”, mentre decenni prima era già difficile trovare umano Spock, che artificiale non era! L’emozionante dichiarazioen di Kirk del secondo film (“Di tutte le persone che ho conosciuto, era la più umana”, all’incirca) colpisce proprio perché Spock è un personaggio che per l’epoca in cui è nato non sembra umano: già nel sesto film il problema del politicamente corretto fa dire che “umano” è un termine razzista. In quest’epoca non bisogna discriminare nessuno (a parole) quindi neanche i robot!
        Ancora nei primi Ottanta “android” è un termine spregiativo, che indica una copia, una “parodia” (per usare un termine utilizzato ad inizio Novecento per la ginoide di “Metropolis”): se nel libero 1968 Dick aveva reso le sue ginoidi donne libere e colte, nel cupo 1982 Scott le rende prostitute assassine. Ogni tempo ha le persone artificiali che si merita…

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  2. Kuku

    aprile 12, 2019 at 3:28 pm

    Sappi che questa tua serie di post fantazombici mi ha suscitato un ricordo da cui ho ricavato un post!
    Sono affascinata da queste traduzioni, chissà perché l’aggettivo shambling è stato rimosso. Osservo inoltre come siano state fuse due frasi in una. Il risultato è decisamente buono anche se mostra un altro stile rispetto all’originale. Niente più frasi corte e secche.
    Scusa la deriva traduttistica ma c’è tutto un mondo dietro questi adattamenti, come si evince da questi post (e anche altri, dove mostri le varie traduzioni)

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    • Lucius Etruscus

      aprile 12, 2019 at 3:41 pm

      Che chicca che hai tirato fuori! Commenterò sul tuo blog…
      Nel mio piccolo ho cercato di dare spazio ai traduttori italiani perché è una categoria in pratica sconosciuta eppure ha una qualità altissima, spesso capace di salvare testi scritti un po’ rozzamente.
      Devo ripescare la mia intervista alla traduttrice di queste opere di Star Trek, perché è una persona fantastica 😉

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      • Kuku

        aprile 12, 2019 at 3:48 pm

        Ripesca, ripesca, che la cosa mi interessa assai. Posso solo immaginare l’immane lavoro che ha dovuto fare!

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