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La vita della parola “computer” (5) Anni ’70

15 Feb

Per “colpa” di questo articolo di Zoppaz, del blog “Diciamolo in italiano“, dal novembre 2018 un tarlo mi si è insinuato nella parte del mio cervello che freme per le indagini: la vita della parola “computer” e del concetto che rappresenta, in patria americana e nella nostra Italia amante degli esterismi.

Data la vastità della portata di questa parola, ciò che segue non può essere una trattazione esaustiva: nei prossimi giorni semplicemente mi limiterò a tracciare percorsi e raccontare le incredibili chicche che ho trovato, in questi mesi di “indagini”. Buon viaggio!


La vita della parola “computer”
5. Anni Settanta


Dittature computerizzate

Come abbiamo visto, ogni commedia frizzante a sfondo computeristico ha l’equivalente drammone catastrofico, quindi subito dopo Kurt Russell con il computer in testa cadiamo tutti nel nuovo pericolo delle macchine.

Ormai lo sappiamo, tutti gli avvisi lanciati nel 1964 dal Dottor Stranamore e da A prova di errore, poi amplificati da 2001 (1968), sono totalmente inutili: lo dimostra l’uscita nel 1970 di “Colossus: The Forbin Project“, inedito in Italia fino al settembre 2018, quando Shockproof (Penny Video e Kinoglazorama) lo porta in DVD. Il Colossus del titolo è plausibilmente un omaggio alla macchina omonima progettata dal matematico Max Newman nel 1942 basandosi sul concetto di “macchina di Turing”. Il film è tratto dal romanzo omonimo del 1966 di D.F. Jones, uscito in Italia come numero 475 della collana “Urania” (Mondadori) il 19 novembre 1967.

La pellicola si apre con la resa incondizionata degli uomini alle macchine, quella paventata in passato e ampiamente non consigliata:

«Per anni siamo vissuti sul baratro di una guerra, magari scatenata per errore: siamo uomini, ed ognuno di noi può sbagliare, ma oggi sbagliare è troppo pericoloso. […] Come presidente degli Stati Uniti d’America sono in grado di informare gli uomini di tutto il mondo che oggi, alle 3 antimeridiane, la difesa di questa nazione e con essa la difesa di tutto il mondo libero è stata assunta da una macchina, un sistema che abbiamo chiamato Colossus.»

Proprio la decisione che tutti i predecessori pregavano non avvenisse mai: Colossus stabilisce se c’è stato un attacco e nel caso reagisce, fa cioè esattamente quello che le precedenti storie consigliavano di non lasciar fare ad un automatismo.

«Colossus; questo è il nome della macchina. Si tratta fondamentalmente di un cervello elettronico, ma molto più perfezionato di quelli costruiti finora.» Creatore è il dottor Charles Forbin (Eric Braeden), presentato nel film come «maggiore esperto mondiale dei sistemi computerizzati» [The world’s leading expert on computer systems], ma come si è visto è una traduzione recentissima, quindi non ha valore per anni Settanta: uscito in Italia nel 1967, il romanzo originale di Jones vede tutti i propri «computer» tradotti in «calcolatore» da Maria Benedetta De Castiglione, traduttrice molto prolifica dell’epoca, segno che sono ancora termini non entrati nel linguaggio comune.

Appena accendono Colossus, gli americani scoprono che contemporaneamente i russi hanno acceso la loro versione del super-computer, chiamato Guardian. I due “cervelloni” cominciano a comunicare e a mettere il mondo in stallo: invece di due super-potenze sull’orlo della guerra abbiamo un unico super-cervello, formato da due macchine: un’unica dittatura sanguinaria fornita di telecamere ovunque e quindi molto difficile da colpire con atti di ribellione.

L’interno di Colossus

Rimaniamo sul tema delle dittature computerizzate con il film “Rollerball” (giugno 1975) di Norman Jewison, scritto da William Harrison. Uscito in Italia nel settembre successivo, il doppiaggio italiano del film si prende parecchie libertà ma non ha problemi ad utilizzare il termine “computer”, visto che alla domanda di Jonathan (James Caan) su chi abbia riepilogato i libri della biblioteca l’impiegata risponde «I computer». Non si creda però che la parola sia poi così comune, visto che poi la versione italiana svicola spesso. Per esempio Jonathan dice stizzito: «The books are really in computer banks being summarized», e il doppiaggio rende la frase con «Se uno vuole leggere deve andare per forza al deposito elettronico».

James Caan nel “cervello elettronico” del futuro

La situazione in questo “deposito elettronico” (computer bank) è drammatica, visto che il computer Zero, «l’archivio di tutto quanto il mondo» (the world’s file cabinet), fa i capricci e ha appena cancellato tutta la memoria del XIII secolo. «Peccato», è l’unico commento del bibliotecario (Ralph Richardson).

Ops, abbiamo appena perso il XIII secolo: peccato…

Scopriamo così che non esistono più libri, che sono stati tutti inseriti nella memoria di Zero e questo lo rende «il cervello base, è l’unico nel mondo», ma in realtà l’originale dice «He’s the central brain, the world’s brain»: non solo usa un pronome maschile per un oggetto, quindi antropomorfizzando il computer, ma lo chiama “il cervello del mondo”. Tutta la conoscenza è ormai filtrata attraverso di lui, e agli uomini non rimangono che “riepiloghi”. Tutto il mondo dunque è ai piedi di un computer “fluido”, il cui cuore è fatto d’acqua densa di conoscenza: «È un oceano di memoria» (A memory pool). Va sempre ricordato che per gli americani la memoria è sinonimo di conoscenza.

Zero: il cervello del mondo


Parentesi italiana

Con gli anni Settanta l’informatizzazione si fa sempre più sentire nell’immaginario collettivo italiano, e l’arrivo del “cervello elettronico” al servizio della Polizia italiana viene immortalato dal milanese Vittorio Salerno nel suo film “Fango bollente” (1975), così che quando al sagace commissario Santagà (Enrico Maria Salerno) chiedono come mai sia stato sbattuto fuori dalla Mobile, lui può rispondere: «Perché io lavoro col cervello». Davanti alla reazione stizzita dell’interlocutore, Santagà si appresta a specificare con un sorriso: «Ma no, con il cervello elettronico, giù alla centrale. Cos’avevi capito?»

Cervello elettronico tutto italiano

Il film mostra una Torino disumanizzata dalla violenza negli stadi e nelle strade, ma soprattutto dall’elemento disumanizzante per eccellenza: la macchina. (Che nella storia non viene mai chiamata “computer”). Nella fabbrica dove lavorano i tre criminali psicopatici protagonisti della vicenda i fili e i macchinari informatici formano una giungla inestricabile e soprattutto incomprensibile, con il puntiglioso e seccante capetto (il noto caratterista Enzo Garinei) che sembra parlare come un manuale tecnologico, ed ogni giorno rinfaccia agli operai la loro inefficacia. Nascondendosi ovviamente dietro il computer: «Sai cosa ha detto di te la macchina? Che hai il 30% di imperfezione!»

Quanti ricordi, quelle grandi tastiere…

Se già per gli americani è stato difficile allontanarsi dall’idea che il computer sia lo strumento perfetto per predire i risultati dei giochi d’azzardo, figuriamoci se questo aspetto poteva sfuggire ad un popolo di giocatori (perdenti) come gli italiani. Così Santagà dimostra di aver capito bene a cosa serva il “terminale”: «Pensavo che con questa macchina si potrebbe sapere esattamente fra quante settimane… uscirà il 42 sulla ruota di Palermo!» Davanti alla titubanza dell’operatore, che fa notare come la macchina stia già lavorando e non si possa fermarla, il commissario d’un tratto sfoggia una competenza inaspettata: «Ci sono ancora due mega di memoria liberi.»

Le meraviglie del computer in versione italiana!

Questo come altri film del periodo utilizza il computer solo di sfuggita, come fenomenale simbolo di un progresso oppressivo ma inevitabile, il prodotto di una società borghese. Non a caso è lo spietato criminale protagonista a fornire al commissario la frase leitmotiv della storia: «Questa società ormai produce di tutto: perché non dovrebbe produrre anche mostri?»

Nel giro di pochi anni il computer diventa materia di tutti i giorni, tanto da essere citato dal Pomata di Enrico Montesano in “Febbre da cavallo” (1976): «#». Ma soprattutto ci allontaniamo sempre di più dai “media caldi” di 2001, perché ora a dettar legge nella fantascienza è un’opera totalmente diversa da quella di Kubrick: è Guerre Stellari (1977) di George Lucas. Qui nessuno parla con i computer né loro rispondono, e in realtà trattandosi di una storia molto più vicina al fantasy che alla fantascienza di tecnologia informatica ce n’è davvero poca, ma basta a stuzzicare la voglia italiana di imitazione. Un pezzo da novanta dell’italian pulp come Aldo Crudo – editore di fiumi di romanzi di genere arrivati in edicola con pseudonimi anglofoni – si nasconde dietro l’incredibile pseudonimo Al Crydo e scrive insieme ad Alfonso Brescia un film di fantascienza che quest’ultimo dirige con il nome Al Bradley: “Anno zero – Guerra nello spazio”.

Uscito nei cinema italiani il 1° ottobre 1977, cioè venti giorni prima del kolossal di Lucas, il film di Brescia non ha nulla a che vedere con il fantasy spaziale bensì è legato alla tradizione italiana della fantascienza, quella dei film anni Sessanta di Antonio Margheriti e Mario Bava. Quindi abbiamo il solito enorme stanzone che riempie un intero teatro di posa, e un esercito di comparse preme pulsanti colorati ed aziona levette: non esiste una sola tastiera, malgrado il computer (mai nominato) sia grande come uno stanzone. Brescia ne approfitta per girare due film insieme, e nel giugno del 1978 presenta il suo “Battaglie negli spazi stellari”, che continua l’idea di un enorme computer un po’ goffo, visto che per qualche semplice informazione ha bisogno di un quintali di meccanismi e un esercito di operatori. Sembrano molto lontani i tempi di “Star Trek” in cui bastava una sola persona a consultare un agile computer, e forse la maggiore conoscenza dell’ingombro del “cervello elettronico” ha modificato la fantasia. Non tanto da rinunciare all’idea del secondo film di un super-computer che minaccia la Terra.


Generazione Proteus

Malgrado appaia goffo, quintali di metallo ingombrante, il computer fa sempre paura e rimane minaccioso, e per l’immaginario collettivo rimane quello impazzito di 2001 ma anche quello follemente ambizioso di “Generazione Proteus” (Demon Seed, MGM 1977) di Donald Cammell, tratto dal romanzo omonimo del 1973 di Dean R. Koontz. E stavolta “produrre dei mostri” non è un modo di dire.

Quanti ricordi, quei flopponi morbidosi

La società moderna è ormai informatizzata e il professor Harris (Fritz Weaver) vive in una casa totalmente automatizzata, con un “maggiordomo elettronico” che provvede a tutto. Ma la creazione più ambiziosa di Harris è un sistema di intelligenza artificiale chiamato Proteus 4. «Oggi una nuova dimensione è stata aggiunta al tradizionale concetto di computer: oggi Proteus 4 comincerà a pensare, e penserà con un potenziale e una precisione tali da rendere sorpassate molte funzioni del cervello umano». Il doppiaggio non ha più problemi a parlare di “computer”, e abbiamo anche la versione plurale “computers”, rispettando i termini originali del film.

Guarda, già va in onda “SuperQuark”!

Ovviamente ogni creazione del progresso mette paura e quindi Proteus 4 è un mostro, un Hal 9000 che comincia ad uccidere chi si oppone al suo scopo: raggiungere l’immortalità tramite la generazione di un proprio figlio, grazie all’aiuto (non volontario) di Susan Harris (Julie Christie), la moglie del professore: che ci sia un richiamo edipico, visto che Proteus in un certo senso si ribella al padre per giacere con la madre?

In fila indiana si lavora meglio

Le paure nei confronti del computer fanno presto a stemperarsi, così in “Telefon” (id., 1977) di Don Siegel (in Italia dal 12 gennaio 1978) si va in tutt’altra direzione, così la giovane Dorothy (interpretata dalla grintosa Tyne Daly, appena lanciata da un film al fianco dell’ispettore Callaghan) con il suo paio di grossi occhiali è una fenomenale operatrice informatica, che riesce a risolvere un caso complicato senza mai alzarsi dalla scrivania: il doppiaggio italiano non ha problemi a parlare di computer, seppur con parsimonia. Stesso discorso per la commedia per famiglie “Il gatto venuto dallo spazio” (The Cat from Outer Space, giugno 1978; in Italia dal marzo 1979) dove l’astronave dell’alieno “gattoso” vanta il suo bel computer.

La Walt Disney si sta tecnologizzando


Conclusione

Arrivano gli anni Ottanta e questo viaggio finisce: in questo decennio la parola “computer” è parte integrante di qualsiasi forma di comunicazione, ripetuta all’eccesso e senza più darsi il minimo peso di valutare alternative italiane. Calcolare, computatore, cervello elettronico, tutta roba del passato: il computer ha vinto, ma in realtà a vincere è l’itanglese.

Satanismo e computer: arrivano gli anni Ottanta!

Addirittura il genere satanico esploso negli anni Settanta è riuscito a contaminarsi con l’informatica degli Ottanta, in un incredibile piccolo film come “La promessa di Satana” (Evilspeak, 1981; in Italia solamente in TV dal 22 aprile 1988) di Eric Weston, in cui il giovane e impacciato cadetto Stanley Coopersmith (il giovane ma già inquietante caratterista Clint Howard) trova nei sotterranei dell’Accademia militare che frequenta un antico Libro della Morte, risalente ad uno stregone del XVI secolo. Grazie ad un computer riesce prima a tradurre il testo latino poi grazie alla guida informatica riesce ad evocare il demone presente in quelle pagine. Una storia alquanto cialtronesca ma che rappresenta alla perfezione quanto l’informatica stesse facendo breccia in ogni genere e sotto-genere.

Questo viaggio finisce con il simbolo dell’entrata del computer (e dell’inglese) nel linguaggio comune: la pop music!

L.

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19 commenti

Pubblicato da su febbraio 15, 2019 in Indagini, Linguistica

 

19 risposte a “La vita della parola “computer” (5) Anni ’70

  1. Kuku

    febbraio 15, 2019 at 9:46 am

    Veramente bella questa carrellata cine-informatica! Quanto tempo hai impiegato a fare tutta questa ricerca?? Non riesco a immaginarlo.
    “Deposito elettronico” non è mica male come espressione.
    2 mega di memoria liberi nel ’75?? Era praticamente un oceano davvero!
    Questo Telefon di Siegel mi aizza una certa curiosità.

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 15, 2019 at 10:25 am

      Telefon è un film invecchiato non bene ma quando lo vidi io, negli Ottanta, era una bomba.
      Non so se ricordi la commedia “Una pallottola spuntata”, all’inizio, quando il cattivo dice una frase e il cameriere diventa un assassino: è copiata fotogramma per fotogramma da Telefon 😉
      Negli anni Ottanta avevo 64 kb di memoria: sarei impazzito con due mega! 😀

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  2. zoppaz (antonio zoppetti)

    febbraio 15, 2019 at 10:46 am

    Anche la parola “terminale”, che ricordi, ha avuto la sua regressione. Fuori dal cinema e dalla fantascienza la “mazzata” che distrugge le alternative italiane è arrivata proprio nella seconda metà degli anni ’70 con l’avvento del “personal computer”: inizialmente si è usato l’inglese senza troppe alternative per indicarlo e pubblicizzarlo (a parte “terminale” per indicare le postazioni collegate alle unità centrali), e dunque il calcolatore ha cominciato a essere associato con le grandi macchine di epoca precedente e il pc alle nuove. Poi il concetto di personal è caduto, dato per scontato, ed è rimasto solo computer.

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 15, 2019 at 10:54 am

      Per tutta l’infanzia ho usato la parola “terminale” senza avere idea di cosa volesse dire: il tempo di capirlo, e già non si usava più…. Le vorrei dedicare una “indagine” a parte, dopo una pausa da questa ammazzata di quasi tre mesi di ricerche 😛
      Grazie ancora per il tuo contagio ^_^

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  3. Conte Gracula

    febbraio 15, 2019 at 2:28 pm

    Il film dell’81, col computer per evocare il demonio, è di pochissimo successivo a un romanzo giapponese con un tema simile, Digital Devil Story (da cui è stata tratta una longeva serie di videogiochi) 😛
    L’idea era nell’aria, mi sa.

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 15, 2019 at 2:29 pm

      Erano le novità del momento, alla fine non stupisce siano finite nello stesso calderone. Così come anni prima non stupiva trovare storie con computer senzienti che tendevano a controllare il mondo umano 😉

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  4. pirkaf76

    febbraio 15, 2019 at 4:27 pm

    C’entra solo parzialmente, ma visto che viene citato nell’articolo mi chiedevo: Koontz è uno dei pochi scrittori horror che non ho mai approcciato, sai se merita?

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 15, 2019 at 4:31 pm

      Guarda, io l’ho conosciuto proprio con il romanzo “Generazione Proteus” che ho adorato alla follia. Il film l’ho visto da ragazzino e non lo ricordavo per niente: rivisto oggi è invecchiato male. Il romanzo invece lo considero un gioiellino e così mi sono appassionato all’autore.
      Ho provato un altro romanzo, e poi un altro e poi un altro… finché ho mollato. Illeggibile! Roba che forse negli anni Settanta poteva andare ma proprio non si può leggere!!!!
      Però per carità, magari ho beccato i titoli sbagliati, ne ha scritti un mare e che io sappia scrive ancora. Da anni mi riprometto di leggere la sua saga su Frankenstein, passata anche al cinema (o comunque all’home video), ma mi sa di minestrina riscaldata per “giovani” e non ne ho il coraggio 😛

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      • pirkaf76

        febbraio 15, 2019 at 9:29 pm

        Proverò a procurarmi Generazione Proteus, allora.
        Grazie!

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      • Kuku

        febbraio 19, 2019 at 11:51 am

        Ma dai! Leggevo il tuo commento e quando scrivevi “Ho provato un altro romanzo, e poi un altro e poi un altro” pensavo: “Ecco, un autore da mettere in lista”, quando poi sono arrivata alla fine col lapidario giudizio “Illeggibile”! In pratica perseveravi nonostante non ti piacessero nella speranza di beccare qualcosa di positivo? L’autore dovrebbe farti un monumento.

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      • Lucius Etruscus

        febbraio 19, 2019 at 12:29 pm

        Visto che lo sconsiglio a tutti da anni, credo proprio che il monumento dovrà aspettare 😀

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  5. gioacchino di maio

    febbraio 15, 2019 at 5:17 pm

    Forse anche la parola computer ora sembra appartenere al passato, sostituita da intelligenza artificiale, è interessante notare che Colussus (grazie della dritta sul fatto che esiste un film tratto dal romanzo) ha delle affinità con la serie tv Person of Interest, con appunto due A.I. che si scontrano, controllano tutto per modificare il mondo.

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 15, 2019 at 5:19 pm

      Non ho mai visto “Person of Interest”, davvero ha questo soggetto? Dovrò cominciare a vederlo!
      Non so perché quel film sia rimasto inedito per quarant’anni, ma ora è uscito in una buona edizione DVD.

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  6. redbavon

    febbraio 17, 2019 at 11:36 am

    Interessante e piena di spunti questa tua ricerca. Tuttavia il termine “computer” è benvenuto e non mi genera un conato di vomito linguistico al pari di certi termini che mescolano malamente due lingue con il risultato di storpiarne due insieme. Intendo parole come “schedulare”, “backuppare” (Dio solo lo sa quale sia la forma “corretta” per scriverla) e tutte le parole del nostrano “engRish”.
    Nessuna meraviglia se il termine “personal” (e terminale) siano decaduti. Sopravvive nell’acronimo di uso assai più comune “PC” (spesso con accezione errata che distingue i computer basati su Windows e quelli su Mac OS). Con la diffusione nelle case, anche più di uno in ogni nucleo familiare, il computer è sottinteso che sia “personal”: ognuno ha il suo. La lingua parlata elimina tutto ciò che è pleonastico. Credo sia una naturale evoluzione della lingua parlata che si riflette su quella scritta. Basti pensare che nei miei tempi lontani di scuola “ma però” era considerato errore, oggi è accettato.
    Se i francesi e gli spagnoli utilizzano proprie parole per definire il “computer”, io sono felice di poterlo chiamare così.
    D’altronde molte nostre parole vengono dal greco e l’informatica di massa è nata negli Stati Uniti, naturale che ci sia un’influenza nella nostra lingua.

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 17, 2019 at 11:50 am

      Anch’io non ho problemi a dire computer, lo faccio da quando avevo 9 anni, quello che mi spiace è non avere alternative, e visto che l’italiano è stato perfettamente in grado di descrivere l’informatica fino agli anni Sessanta, senza bisogno di neanche una mezza parola inglese, ecco dove nasce il mio dispiacere: non è una conoscenza esterna che è arrivata dove non c’era niente (proprio come il greco è storicamente servito ad indicare cose per cui non esisteva alcuna parola), è puro colonialismo linguistico che abbiamo accettato con la felicità dello zio Tom. Visto che ogni singolo concetto informatico aveva una parola italiana perfettamente in grado di rappresentarlo, aver accettato l’inglese come unica lingua – al contrario del resto del mondo, che si esprime con la propria lingua – è un evento che giudico negativo e di cui mi spiace. Poi ovvio che se andassi in giro a dire “computatore” o “calcolatore” nessuno mi capirebbe, ed è questo il problema. Conosci un altro Stato nel mondo in cui se parli nella lingua ufficiale… non ti capiscono?
      Se fosse solo l’informatica, sarebbe il meno: in tutto il mondo usano termini italiani per la musica, visto che l’abbiamo inventata noi (anche se, come ogni altra cosa italiana, l’abbiamo subito ignorata), il problema è che già siamo testimoni di passaggi evolutivi che farebbero ribrezzo ad altre culture. Per esempio siamo l’unico Stato al mondo in cui gli atti legislativi, quelli ufficiali del Governo, utilizzano termini in una lingua che non è quella ufficiale: capisci che non si tratta più di mode, del “ma però” che è ancora errore ma semplicemente ci siamo stufati di correggere la gente ignorante che lo usa? Siamo nella guerra all’italiano, dove tutti combattono però CONTRO di esso.
      Sui bandi di gara della Repubblica italiana non c’è più scritto “data di scadenza”: c’è scritto “deadline”: la guerra è finita, e abbiamo perso. Un Paese che non conosce l’inglese ha assunto l’inglese come lingua ufficiale…

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      • redbavon

        febbraio 17, 2019 at 2:17 pm

        Il latino è stata una lingua colonizzatrice per molte altre (da strata, stasse, street e se ne possono fare a iosa di altri esempio) e ciò è stato un bene per le popolazioni che l’hanno adottata. L’inglese non è la lingua più parlata sul pianeta, ma è quella scelta per comunicare più facilmete in tanti ambiti, dal commercio alla comunità scientifica. Pure con il differente contesto storico, l’inglese assume la stessa funzione del latino. Non parlerei di “colonialismo”, bensì di una forma “neocolonialismo linguistico” e, come accaduto nei Paesi in cui avviene la conferma della lingua dei colonizzatori come lingua ufficiale (in Africa è molto diffuso), l’inglese viene adottato dai Paesi in cui l’influenza prima del Regno Unito, poi degli Stati Uniti è stata o lo è ancora significativa. Di per sé, per quanto si possa non condividere questa “dipendenza” di costumi fino addirittura a quella politica – è una condizione che cambia insieme al cambiamento della società. Esattamente come la lingua. La lingua, infatti, è “viva”, non è cristallizzata in un punto del tempo.
        Di fatto, oggi l’inglese viene utilizzato per:
        1) la sua utilità economica e tecnologica
        2) è sinonimo di modernità;
        3) è un segno distintivo di condizione: (avrei potuto scrivere “status symbol”) è un indicatore di progresso ed efficienza.
        Se siano elementi positivi o negativi, la diatriba è enciclopedica e ricade nel dibattito dell'”imperialismo linguistico”.

        Non sono un esperto ma – come sai – sono estremamente curioso e, nel mio piccolo, cerco sempre di utilizzare termini italiani, anche se il mio ambito si presta molto alla scorciatoia gergale, all’espressione tecnica, tutte in inglese.

        E’ una questione di scelte. Ciò che non sopporto è che si utilizzi un’altra lingua per creare distanza o marginanilizzare l’interlocutore, nel tentativo (idiota) di affermare la propria superiorità o argomentazioni.
        Ti cito un caso storico che va in senso contrario alla difesa della lingua nativa.
        Nel giugno 1976, in Sudafrica gli studenti di colore delle scuole di Soweto protestarono contro la decisione del governo di insegnare esclusivamente in lingua Afrikaans (lingua non autoctona, ma “franca”, nata dall’olandese e un misto di lingue africane).
        Il Governo dei “bianchi” che applicava l'”apartheid” utilizzava l’Afrikaans come strumento di controllo sulla popolazione di colore, negandogli così l’accesso a maggiori risorse cognitive, d’informazione e di comunicazione in una lingua così diffusa e multi-disciplinare come l’inglese.
        Durante le manifestazioni pacifiche degli studenti, la polizia rispose sparando e uccidendo il primo giorno di proteste quattro persone tra cui un tredicenne. I giorni successivi molti testimoni riferiscono che la polizia sparavano a vista.
        Fonte Wikipedia che cito testualmente: “Il numero esatto delle vittime viene stimato, a seconda delle fonti, da 200 a 600. La Reuters dichiarò che i morti erano stati “più di 500″. Il solo governo sudafricano menzionò cifre significativamente diverse, parlando di 23 vittime. Il numero dei feriti fu stimato essere superiore a 1000.”.
        Sono morti per avere diritto all’insegnamento in una lingua diversa dalla propria, l’inglese.
        Questo tragico episodio rappresentò un punto di svolta nel cambiamento nell’opinione pubblica nei confronti del governo dei “bianchi” e il punto di inizio del rovesciamento dell'”apartheid”, che terminò solo nel 1994.

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      • Lucius Etruscus

        febbraio 17, 2019 at 2:48 pm

        Ovviamente è un atto terribile quello che ricordi, e per fortuna qui in Italia non siamo a quei livelli, anche se nessuno si lamenterebbe, ma la cosa è più subdola: la lingua viene imposta sì ma sottoforma di moda, e infatti i tre punti di forza che tu citi sono quelli sempre citati in questi casi, perché si crede siano veri. Il problema è che non lo sono: si “pensa” che lo siano, e la cosa è molto differente.

        Non si può fare alcun confronto con il latino, perché era la lingua degli invasori e la lingua burocratica: se domani gli Stati Uniti invadessero militarmente l’Italia, dubito fortemente che rimarrebbero tutte quelle migliaia di inglesismi che oggi riempiono la nostra lingua. Il latino medievale, molto più vicino alle lingue ancora vive, era la lingua dei dotti, degli studiosi e dei burocrati: in Italia non siamo né dotti, né studiosi, né burocrati, quindi niente può tornarci utile da quel fronte.
        Invece la colonizzazione è stata culturale, ci hanno detto “l’inglese è figo, è di moda, è smart”, in un vecchio post ho mostrato un film anni Ottanta con Romina Power che pontificava in musica su quanto si dovesse usare l’espressione “in e out”, cioè due parole inglesi, e come queste fossero decisamente di moda. Nessuno le ha imposte, nessuno le ha obbligate, ma ovviamente tutti gli spettatori sono stati indottrinati. Se invece avessero fatto un film dicendo “è bello e di moda parlare italiano”, ecco che sarebbe scattata l’accusa di fascismo. Perché tutto ciò che è italiano è brutto, sfigato, maligno. E’ out…
        Come hanno fatto le aziende estere a fare affari negli ultimi secoli? Con gli interpreti: ora invece fa figo se la gente del posto parla già l’inglese. Se conoscere la lingua fosse comodo a livello commerciale, perché non importiamo termini cinesi e russi, visto gli stretti legami che abbiamo con questi due popoli? Quanti romeni, indiani e altre etnie abbiamo in Italia? Perché non importiamo neanche mezza parola da loro, visto che ci abbiamo a che fare ogni giorno? Perché l’italiano non sta cambiando dal basso, com’è avvenuto sempre negli ultimi secoli – quando cioè i colti dicevano “equus” ma il popolo preferiva “caballum” ed è rimasta quest’ultima versione – ora la lingua è imposta dall’alto, con le mode e la “figaggine”, e in alto non ci sono romeni e indiani, a cui parliamo ogni giorno e di cui non ce ne frega una mazza della lingua. Evidentemente ci sono persone che preferiscono l’inglese, e noi subito dietro, da tipici italiani. Sentiamo un dirigente coglione in giacca e cravatta che dice “serve lo skill per completare la mission e ricevere il feedback”? E invece di spernacchiarlo – visto che la pernacchia è patrimonio storico italiano che stiamo perdendo – pensiamo “com’è umano lei” e subito lo imitiamo. E’ successo anche a me, l’ho raccontato in un post dove parlavo degli inglesismi “roll out” e “feedback” ma non ho avuto problemi: mi sono informato delle alternative italiane e così quelle due parole non sono andate a sostituire due italiane, sono solo un simpatico ricordo di un modo cazzone di esprimersi fra gente superficiale 😀

        Non ho problemi ad usare termini inglesi, visto che vivo da decenni in ambienti informatici, ma non mi sento figo se dico “download” e sfigato se dico “scarico”, posso usare videogame e videogioco, return ed invio, shift e maiuscolo (visto che sono della Commodore Generation e noi siamo cresciuti con la tastiera scritta in inglese!) e dico “acca di emme i” perché adoro vedere la faccia del tecnico cazzone che con un sorriso mi corregge “acca di emme ai”, dimostrando la sua ignoranza linguistica.
        Come sempre, ognuno parla come vuole, ma il problema è che per volere bisogna sapere: se io non so che esistono alternative, come faccio a scegliere? Se esiste solo una parola inglese e mi hanno detto che è figa, che è moderna, che è più stringata e che non esistono parole italiane, e io ci credo, alla fine… che razza di scelta è stata? Tecnicamente è un’imposizione: non violenta, certo, ma sempre un’imposizione.

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      • redbavon

        febbraio 17, 2019 at 3:15 pm

        Passo oltre al tema del latino, altrimenti facciamo notte.
        Però ci tengo un punto perché è qui che non ti seguo proprio più:
        “mi hanno detto che è figa, che è moderna, che è più stringata e che non esistono parole italiane, e io ci credo, alla fine”.
        A me non l’ha imposta nessuno, nessuno mi viene a dire di utilizzare “scarico” o “download”, anche io pronuncio acca-di-emme-i e pronunciavo “Sega” e non “Siga” come pubblicizzato in TV. Così mi imbatto pure nel “saputello” che oltre a utilizzare l’inglese in una comunicazione scritta, ne coniuga il plurale, spargendo “s” nemmeno parlasse lo spagnolo come Massimo Troisi nel film “Non ci resta che piangere”. Questi sono i più ostinati nella loro ignoranza insieme a chi in italiano utilizza la congiunzione “ed” anche se separa due vocali differenti. Per me può continuare a utilizzarla come e quando vuole, basta che però non mi voglia “dare lezioni” di come si scrive.

        Di chi è la responsabilità? Del “colonialismo” dell’inglese, di una super-potenza che vuole spazzare via la nostra cultura oppure dei singoli individui?
        Questi ultimi, per me non hanno l’attenuante di credere alla storiella dei 3 punti che ho citato non perché corrispondano a una verità, ma sono convinzione radicata.
        Esistono delle alternative e uno se vuole se le cerca. Il problema non è che non c’è stata scelta e che un’opzione è più comoda e facile.
        Comunque io “joystick” continuo a chiamarlo “joystick” e non ti fare venire idee strane perché io a chiamarlo “bastone della gioia” non ci penso proprio…anche perchè poi hanno ragione a dire che i videogiochi alla fine “te cecano l’occhi” ;)))

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      • Lucius Etruscus

        febbraio 17, 2019 at 3:39 pm

        ahahah ti prego, fai un video di te che vai al negozio di computer a chiedere “Vorrei un bastone della gioia” 😀 Successo di visualizzazioni su YouTube assicurato ^_^
        Di sicuro nessuno ce lo impone, non ci sono piani mondiali per attentare all’italiano, il problema è infatti che l’italiano… si affossa da solo!
        Se la gente cercasse, saremmo il popolo più colto del mondo, visto che basta niente per trovare tutto: il problema è che nessuno cerca, e nel momento in cui una fonte ufficiale – tipo un telegiornale, o un quotidiano nazionale, per non parlare delle comunicazioni ufficiali del Governo – usa un termine inglese senza spiegarlo, ecco che è la lingua stessa ad essersi messa all’angolo e ad essersi fatta colonizzare senza neanche combattere.
        E’ un circolo vizioso: i giornalisti usano una lingua maccheronica itanglese perché si devono far capire dagli ascoltatori, e gli ascoltatori usano una lingua maccheronica itanglese perché così parlano i giornalisti. E a qualsiasi obiezione le risposte sono fisse: “la lingua evolve”, “è più moderno”, “è più efficace”, “è più stringato” e via dicendo.

        Magari ci fosse una cospirazione, magari ci fossero le multinazionali che attentano alla nostra lingua, almeno avremmo un nemico da combattere.
        Invece ci facciamo vincere da spot pubblicitari itanglesi, ci lasciamo convincere a pensare smart, a vivere cool, a mangiare fast o slow e via dicendo. Per carità, ognuno fa quel che vuole, l’importante è sapere quel che si fa.
        Il risultato però è quello che dicevo in “archivio o database”: le parole inglesi ci sembrano migliori, più complete, e non sappiamo più parlare in italiano. Ripeto: dubito fortemente che esista al mondo uno Stato che giudichi inefficace la propria lingua e scelga di parlottare malamente in una lingua straniera, senza capirla…

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