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La vita della parola “computer” (4) Anni ’60 (2)

14 Feb

Per “colpa” di questo articolo di Zoppaz, del blog “Diciamolo in italiano“, dal novembre 2018 un tarlo mi si è insinuato nella parte del mio cervello che freme per le indagini: la vita della parola “computer” e del concetto che rappresenta, in patria americana e nella nostra Italia amante degli esterismi.

Data la vastità della portata di questa parola, ciò che segue non può essere una trattazione esaustiva: nei prossimi giorni semplicemente mi limiterò a tracciare percorsi e raccontare le incredibili chicche che ho trovato, in questi mesi di “indagini”. Buon viaggio!


La vita della parola “computer”
4. Anni Sessanta (2)


Evitare di pensare

Ormai il tema “computer contro comunisti” è troppo caldo per non sfruttarlo, e il celebre romanziere spionistico Len Deighton nel 1966 sforna un romanzo (Garzanti, luglio 1967) che diventa subito un film omonimo; “Il cervello da un miliardo di dollari” (Billion Dollar Brain, novembre 1967; in Italia dal settembre 1968).

Torna Harry Palmer, personaggio che ha fatto la fortuna dell’attore Michael Caine sin da Ipcress (1965) e protagonista di diverse spy story cinematografiche. Qui è una spia particolarmente divertita e dissacrante, quasi una parodia del genere, e seguendo il misterioso e poco degno di fiducia Leo Newbigen (Karl Malden) si ritrova davanti ad un “giocattolo” [little toy]: così Leo descrive il computer da cui tutta la rete di spie di cui fa parte riceve ordini. «Noi gli diamo un’informazione, lui passa l’informazione a suo fratello più grande, e poi ci arrivano gli ordini.» Il commento di Palmer non può che essere tagliente: «Ci evita di pensare» [Cuts out thinking].

Sarà poi il ricco petroliere texano generale Midwinter (Ed Begley), ossessionato dai pozzi petroliferi e dalla lotta al comunismo in egual misura, a portare Palmer «nel XXI secolo». Dopo aver superato vari sistemi di sicurezza, apre una enorme porta blindata ed esclama orgoglioso: «Il mio cervello! Mi costa un miliardo di dollari» [My Brain. Cost me one billion dollars], da qui il nome della storia. Quella che viene mostrata è una enorme stanzona piena di apparecchiature: la miniaturizzazione era ancora inconcepibile, solamente Asimov aveva una fantasia così fervida da immaginare un «cervello elettronico formato ridotto» (dal racconto Junior del 1953).

Il monito del Dottor Stranamore e di A prova di errore non è servito a nulla, o comunque l’impressione di romanzieri e cineasti è che ancora l’eccessiva fiducia nella tecnologia porti l’insana abitudine dei potenti ad affidarle le sorti del pianeta. Così il folle generale Midwinter è più che convinto che grazie al suo cervello da un miliardo di dollari e grande quanto un campo da tennis potrà risolvere il problema del comunismo del mondo: «Il mio cervello non sbaglia mai!» [my Brain is never wrong], come dicono tutti quelli che sbagliano.

Karl Malden, Michael Caine, i suoi occhiali e il “cervello”

Mentre nel romanzo Deighton cita tranquillamente il termine “computer”, come parte del “Brain”, nel film la parola viene pronunciata una volta sola, quando cioè il generale chiama la sala del suo cervello “central computer area“, che il doppiaggio italiano trasforma in «locali del calcolatore centrale». Computatori, calcolatori, elaboratori… ma che differenza c’è?


Non chiamatelo calcolatore

Nel 1960 la rivista italiana “Radiorama” ci racconta di “calcolatrici” ad uso essenzialmente militare, per «normali conteggi o per calcoli di tipo militare, per usi logistici, controlli di combattimento, operazioni tattiche», come il Mobidic, curiosa abbreviazione di Mobile Digital Computer. Il calculator, l’abbiamo visto, è in latino colui che calcola o comunque gestisce i numeri, ma l’atto del contare ha un verbo ben preciso: computare. Però c’è un livello ancora superiore, perché chi si sforza, si impegna e quindi in pratica usa l’intelletto per calcolare, è indicato da un altro verbo latino ancora: elaborare. Sembrano sottigliezze di poca importanza… per noi umani. Invece, sebbene probabilmente nessuno l’ha notato, malgrado tutti lo chiamino «calcolatore», HAL9000 definisce se stesso «elaboratore»…

È arrivato il 1968 e Kubrick ha ancora da dire qualcosa sulle macchine. Perché nel frattempo le teorie sociologiche di Marshall McLuhan hanno cambiato parecchie carte in tavola: basta con queste macchine che compiono calcoli invisibili, stampati su chilometri di moduli continui di carta, il futuro è nei media caldi. Il futuro è della voce, e la radio batterà il computer. Quel futuro non è arrivato, ma è arrivato “2001: Odissea nello spazio” (2001: A Space Odyssey, 1968) di Stanley Kubrick, scritto insieme ad Arthur C. Clarke che ha trasformato in contemporanea la sceneggiatura nel romanzo omonimo (Longanesi 1969). La prima storia di computer… senza computer.

Nel film non si vede una sola tastiera, sentiamo solo voci e quelli che incredibilmente sono dei tablet, con almeno quarant’anni di anticipo. Nessuno scrive, non esiste carta: è la concretizzazione delle teorie di McLuhan, che influenzeranno il cinema a venire. Perché parlare con una macchina è perfetto per il cinema, rispetto ad una scena molto più “scomoda” come un attore chino a battere tasti, con lo spettatore costretto a leggere ciò che viene inquadrato: nei decenni precedenti – ma anche futuri – è successo con le macchine da scrivere, che hanno dato vita a scene cinematografiche sempre poco riuscite. No, i media caldi di McLuhan sono la scelta cinematografica migliore.

Abbiamo dunque il «perfezionatissimo calcolatore Hal 9000, il cervello e il sistema nervoso dell’astronave», così da mantenere l’immagine dell’electronic brain. La descrizione della sigla HAL è «Calcolatore algoritmico euristicamente programmato» [Heuristically programmed ALgorithmic computer], e si tratta di «un capolavoro della terza generazione di calcolatori» [a masterwork of the third computer breakthrough]. Aver umanizzato la macchina rende inutile il discorso sulla macchina: HAL è solamente la versione moderna del generale impazzito del Dottor Stranamore. E computer è ancora tradotto “calcolatore”. Non è certo questo il film della “svolta”…

Solo alla fine degli anni Sessanta la lingua italiana si arrende: né “calcolatore” né “elaboratore” né “computatore” sembrano termini adatti per la nuova realtà che sta conquistando il mondo. Una realtà che si chiama computer.

Se nel 1961 solo la Marina americana poteva pensare di avere un “cervello elettronico”, meno di dieci anni dopo già il professor Quigley (William Schallert) lo propone al college privato di Medfield, nel film “Il computer con le scarpe da tennis” (The Computer Wore Tennis Shoes, dicembre 1969). «Il computer non è più un lusso», e – come si vede dal doppiaggio italiano – non è più neanche un “cervello elettronico”!

Il film (uscito in Italia il 27 maggio 1971) usa ampiamente il termine «computer» e ci fornisce anche un prezzo, 10 mila dollari, che il rettore non è minimamente disposto a pagare, con grande rammarico dei giovani studenti, che invece sono ansiosi di usare questa grande innovazione tecnologica.

Occhio, che il cervello elettronico comincia a “ridursi” di formato

Mentre in Italia, al momento di annunciare il film su “La Stampa” il 4 dicembre 1970, il computer è definito «una delle macchine infernali del nostro tempo», il film americano cavalca invece l’entusiasmo per le nuove frontiere della tecnologia, pur rimanendo una fiaba saldamente ancorata a stili arcaici, come per esempio la corrente elettrica dai poteri misteriosi – mediante i quali il giovane Kurt Russell protagonista diventa un computer umano – e l’idea tutta americana secondo cui basti ricordare per essere intelligenti. Quindi se da un lato il computer vola spedito verso il futuro, dall’altra la narrativa non muove un passo: abbiamo non solo la trovata dell’elaboratore che è in grado di vincere al gioco d’azzardo, anche se qui sono le corse dei cavalli al posto della roulette di Per favore, non toccate le palline, ma addirittura siamo fermi all’idea del cervello elettronico umano de La segretaria quasi privata, con la Hepburn che ricordava tutto. Le macchine non possono nulla contro i luoghi comuni.

Salutiamo gli anni Sessanta con “Prendi i soldi e scappa” (Take the Money and Run, agosto 1969) con il suo surreale colloquio di lavoro fra l’intervistatore e il protagonista Virgil (Woody Allen):

«Ha per caso qualche esperienza nell’uso di un computer elettronico ultimo tipo?» (high-speed digital-electronic computer)
«Sì, l’ho usato»
«In che ditta?»
«Mia zia ne ha uno.»

(continua)

L.

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6 commenti

Pubblicato da su febbraio 14, 2019 in Indagini, Linguistica

 

6 risposte a “La vita della parola “computer” (4) Anni ’60 (2)

  1. zoppaz (antonio zoppetti)

    febbraio 14, 2019 at 8:41 am

    Hai ricostruito anche la storia di computatore, che in effetti non credo in molti sappiano che una volta aveva avuto una sua circolazione, tant’è che ancora oggi i dzionari la riportano anche se ormai sarebe da affiancare alla crocetta delle parole morte (in Spagna invece è decollata, e tutt’oggi si usa insieme al femminile computadora e ad altre alternative).

    Piace a 1 persona

     
  2. Kuku

    febbraio 14, 2019 at 9:11 am

    Il “computer” sdoganato dalla Disney!!
    Me lo ricordo bene quel film, visto in RAI quando li davano in prima serata (questa sì che è fantascienza) e mi ricordo del giovane Kurt che guidava nella tempesta ripassando per il test del giorno dopo che era naturalmente a risposta multipla. Guidava con il libro attaccato al finestrino dirigendosi verso l’edificio in cui stava il computer. Per far vedere che non sapeva niente ricordo che diceva qualcosa tipo:”La risposta a questa domanda dev’essere A oppure C”. Poi andava a guardare la soluzione e naturalmente era B. Quel sistema di valutazione e studio mi sembrava già allora abbastanza assurdo.
    Il colloquio di Woody Allen in quel film era piuttosto divertente!

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      febbraio 14, 2019 at 10:26 am

      I quiz americani mi fanno seriamente dubitare del valore della loro istruzione, comunque quel film l’ho visto anch’io da ragazzino sulla Rai con gran divertimento.
      Avevo circa 12 anni quando ho visto quel film di Woody ed è stato amore a prima vista: aveva quel tipo di umorismo dell’assurdo che adoravo. Poi va be’, ha cambiato temi mille volte ma sono cambiato anch’io, così siamo cresciuti insieme 😉

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