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La vita della parola “computer” (2) Anni ’50

12 Feb

Spencer Tracy e Katharine Hepburn ne La segretaria quasi privata (1957)

Per “colpa” di questo articolo di Zoppaz, del blog “Diciamolo in italiano“, dal novembre 2018 un tarlo mi si è insinuato nella parte del mio cervello che freme per le indagini: la vita della parola “computer” e del concetto che rappresenta, in patria americana e nella nostra Italia amante degli esterismi.

Data la vastità della portata di questa parola, ciò che segue non può essere una trattazione esaustiva: nei prossimi giorni semplicemente mi limiterò a tracciare percorsi e raccontare le incredibili chicche che ho trovato, in questi mesi di “indagini”. Buon viaggio!


La vita della parola “computer”
2. Anni Cinquanta


Portare la spada

Nel film “La segretaria quasi privata” (Desk Set, 1957) Spencer Tracy interpreta uno dei maggiori esponenti della «scienza elettronica» [electronic brain] e «inventore di una macchina con cervello elettronico [electronic brain machine] chiamata EMERAC: la memoria elettromagnetica per calcolo e ricerche aritmetiche. [EMMARAC: ElectroMagnetic Memory And Research Arithmetical Calculator]». La Hepburn rimane meravigliata dall’EMERAC di Tracy, che ha visto in funzione all’IBM: «Mi ha dato la sensazione che forse, dico forse, gli esseri umani sono un po’ superati.» «Non mi stupirei se smettessero di produrli», chiosa divertito Tracy.

EMERAC è un calcolatore, perché la parola “computer” ancora non sembra esistere al cinema: una cosa sono gli informatissimi lettori di fantascienza, un’altra sono i distratti spettatori in sala. E non solo.

Qualche anno prima, nel 1950, Norbert Wiener, tra i padri della cibernetica, scrive il suo “The Human Use of Human Beings”, che arriva subito in Italia per Bollati Boringhieri, nel 1953, come Introduzione alla cibernetica. Il traduttore Dario Persiani si fa in quattro per modificare – a volte anche pesantemente – il testo originale così da tradurre quegli strani termini usati dall’autore, il quale parla di qualcuno che conta, anzi: qualcuno che computa. Un computer.

Il nostro traduttore trasforma computing machine in «calcolatrice» e statistical computer in «contabile statistico», e sono traduzioni corrette: nessuno dei macchinari citato è un computer come noi lo intendiamo, così come ogni volta che l’autore cita quel termine lo intende in senso “umano”. Qualcuno che computa, che fa i calcoli, e che durante la concitata guida di un aeroplano in guerra non ha tempo di usare bene tutti i suoi strumenti ed avrebbe bisogno di qualcosa che contasse e calcolasse al posto suo: ecco che il traduttore rende il termine giustamente con «chi esegue i calcoli». Oggi pensiamo alla cibernetica come qualcosa di “virtuale”, ma i suoi padri avevano fatto la Seconda guerra mondiale e pensavano a come eseguire velocemente calcoli molto concreti che possono salvarti la vita. Non esiste ancora il computer, esiste il computatore.

I bambini latini imparavano a contare in modo molto “fisico”, utilizzando il calx, un sasso il cui diminutivo è calculus, “sassolino” appunto, rimasto oggi nella lingua italiana quando si parla di “calcoli renali”. Con questi sassolini si imparava l’aritmetica base, e sia gli insegnanti di questa materia sia chi genericamente gestiva i numeri aveva un nome ben preciso: calculator. E a questo servono le macchine create negli anni Quaranta: devono aiutare gli umani calcolando al di là delle loro possibilità, quindi sono “calcolatori”.

Malgrado i fiori, Spencer Tracy non sta portando la pace, bensì la spada

Subito però questa qualifica non è più adatta, perché l’impressione che si ha di loro è ben più inquietante. Una macchina che abbia doti così elevate non è un semplice calcolatore, e infatti il celebre Fritz Leiber già nel 1943 usa nella narrativa fantascientifica un termine dall’immediato successo: electronic brain, cervello elettronico. È questa l’invenzione di Spencer Tracy, un enorme cervello che renderà molto più agevole e rapido il lavoro di Katharine Hepburn. Ma lei, che è di per sé un cervello elettronico in quanto ricorda tutto con precisione millimetrica, non ci sta ad essere surclassata da una macchina. Perché ha capito dove sta andando il mondo, e che il suo lavoro verrà spazzato via. Ma che lavoro fa la Hepburn?

Agli occhi di uno spettatore moderno il reparto di cui Katharine Hepburn è al comando suona davvero curioso: si tratta infatti del Research and Reference, che il doppiaggio italiano trasforma in “Ufficio Quesiti”, ed è una traduzione corretta. Perché la gente chiama, pone domande (Quante stelle ci sono nella bandiera americana? Quanta distanza c’è tra New York e Los Angeles?), le signorine preposte al servizio si informano – sfogliando la ricca biblioteca interna od utilizzando altre biblioteche – richiamano e forniscono la risposta. A seconda del quesito possono volerci pochi istanti (come i nomi delle renne di Babbo Natale, ripetuti ogni cinque minuti ad ogni dicembre) come parecchi giorni. La Hepburn sa benissimo che l’Ufficio Quesiti è destinato a scomparire, perché la macchina inventata da Spencer Tracy impiega pochi secondi a fornire le inutili risposte alle inutili domande – per la cultura americana, violentemente nozionistica, solo le informazioni inutili ripetute a pappagallo sono importanti – e da questa situazione non si scappa. Non importa il buonismo del film: oggi il lavoro dell’Ufficio Quesiti è svolto dagli automatismi di Google, quindi aveva ragione la Hepburn: Tracy ha portato non la pace bensì la spada.


Nutrire il calcolatore

«Urlando non otterrete nulla, né vi sarà di alcun aiuto la psicologia»: così un divulgatore prolifico come Herbert Kondo ci spiega “Come si impartiscono ordini ad un cervello elettronico”, in un articolo tradotto per la rivista italiana “Radiorama” (1958). «Le comunicazioni tra esseri umani e macchine costituiscono uno dei più importanti problemi tecnici della nostra èra», un’èra in cui non esiste ancora la parola “computer” e per spiegare al lettore cosa siano queste apparecchiature di cui si parla viene usato un concetto curioso: «Queste nostre macchine automatiche sono dei meravigliosi schiavi al nostro comando». Eppure trent’anni prima Karel Chapek ci aveva dimostrato come anche gli schiavi robotici possano avere un cuore…

«Per impartire ordini alle calcolatrici che costituiscono il cervello delle macchine automatiche, occorre tradurre tali ordini dal linguaggio umano in simboli appropriati che costituiscono appunto il codice di comando. […] La calcolatrice legge gli ordini direttamente su questo nastro ed esegue così quanto abbiamo ordinato: risolve complicatissimi problemi matematici oppure, a sua volta, fa eseguire, ad una macchina utensile, una certa operazione meccanica.»

Purtroppo oggi troppe persone sono convinte che l’italiano vada cacciato a pedate dal mondo dell’informatica, perché è una lingua incapace di rappresentarla: questi sprovveduti dovrebbero prendere in mano un numero della citata rivista “Radiorama”, che parla di informatica, meccanica, elettronica e tutto in perfetto e splendido italiano, senza dare spazio ad un solo termine in lingua straniera. “Interpolatore”, “Registratore di errore”, “Servo amplificatore”, “Impulso di comando”, “Impulso di reazione”, sono tutte frasi italiane perfettamente funzionali ed utilizzate nel 1958 ma spazzate via dalla cieca esterofilia di sedicenti linguisti. Già nel 1965 la rivista “Selezione Radio TV” si permetterà qualche termine estero, per esempio “Stacks”, ma riportato fra virgolette e subito spiegato: «“Stacks” di memorie magnetiche: “piani” di memoria».

L’EMERAC in piena funzione

Torniamo però alle macchine che leggono gli ordini: perché dovrebbero farlo? Ovvio, per “servire l’uomo”…

«Scopo di questa macchina è togliere il lavoro più pesante all’impiegato, dandogli più tempo per quello impegnativo. Per esempio, vedono tutti quei libri? Bene, il contenuto di essi è stato travasato in [fed into] EMERAC.»

Sembra un’inconsapevole citazione del Metropolis (1927) di Friz Lang, con l’enorme macchina posta nel cuore della Città che divora tutte le energie dei poveri per permettere ai ricchi il loro paradiso artificiale. (Quanta modernità in un film quasi centenario…) Qui però ad essere divorate sono “informazioni librarie”.

Già alcuni anni prima, nel film “Quando i mondi si scontrano” (When Worlds Collide, 1951; in Italia dal maggio 1952), appena scoperto che l’umanità sulla Terra sarebbe finita e un manipolo di eroi sarebbe andato su un altro pianeta a cercare di ricominciare, uno dei primi provvedimenti ufficiali è stato digitalizzare intere biblioteche: la storia del computer sembra andare di pari passo con le “biblioteche digitali”.

Tornando al film in questione, Spencer Tracy tira fuori un mucchiettino di schede: ecco l’Amleto di Shakespeare in codice.

«Queste schede creano degli impulsi elettronici che vengono acquisiti e conservati dalla macchina di modo che in avvenire se qualcuno telefona e chiede qualcosa su Amleto, una signorina batte sulla macchina il quesito, EMERAC si mette al lavoro e la risposta esce qui.»

Tracy ha appena inventato Google, nel 1957, ma nessuno lo sa. E la prova arriva proprio dall’inutile nozionismo che gli americani scambiano per cultura. «Quanto danno viene procurato annualmente alle foreste americane dal verme del germoglio?» La Hepburn e le sue impiegate ci hanno messo più di trenta giorni a trovare la risposta («138.474.359,12 dollari»): EMERAC ci impiega pochi secondi. La macchina ha vinto sull’uomo, e nessuno dei due si chiede chi sia stato così folle da porre una simile domanda, né qualcuno ha sollevato l’obiezione che i dollari non hanno sempre lo stesso valore, quindi quella inutile risposta alla inutile domanda sarà priva di senso già l’anno successivo a quello in cui è stata posta. Ma gli americani sembrano avere una cultura nozionistica che non preveda alcun tipo di riflessione, quindi il “cervello elettronico” ragiona esattamente come loro… solo più velocemente.

(continua)

L.

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9 commenti

Pubblicato da su febbraio 12, 2019 in Indagini, Linguistica

 

9 risposte a “La vita della parola “computer” (2) Anni ’50

  1. zoppaz (antonio zoppetti)

    febbraio 12, 2019 at 9:10 am

    Il tema della macchina pensante in questi anni genera molte resistenze psicologiche e paure che si ritrovano a prendere corpo nella fantascienza. Dietro la macchina pensante, il cervello elettronico, si cela il mito dell’uomo che si eleva a dio per creare qualcosa di vivente, ma genera mostri che inevitabilmente gli si rivolteranno contro, come appunto si vede meglio nella figura del robot o in Metropolis. E’ lo stesso tema del Golem ebraico, dell’homunculus alchemico, del rito wudu che trasforma i lavoratori in zombi, di Frankenstein… questo mito viene così proiettato tecnologicamente sulle macchine e i cacolatori, come Hall 9000, e credo proprio che emerga nel passaggio dal concetto di macchina calcolatrice (alla fine non perturbante visto che esistevano precedenti dall’abaco alla pascalina) all’elaboratore in grado quasi di “pensare”… cogito ergo sum… allora prenderà vita?

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 12, 2019 at 10:22 am

      Il sapere che l’Altro ha un suo pensiero è sempre fonte di paura, per fortuna è pieno di sceneggiatori senza pensiero a tranquillizzarci 😀
      Scherzi a parte, ogni nuova tecnologia porta paura e narrativa popolare che la demonizzi, così che nessuno la studi seriamente e facciamo danni prima di capirci qualcosa. Chissà se un giorno, nella storia umana, la novità verrà prima analizzata e poi giudicata…

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      • Conte Gracula

        febbraio 12, 2019 at 11:47 am

        Oddio, la narrativa in negativo ha la sua utilità: indicando pericoli (sensati) ci permette di immaginare precauzioni – come le leggi della robotica di Asimov, che non dico di applicare tout court in un’intelligenza artificiale vera, si potranno elaborare meglio, magari.
        In fondo, pensa a un’intelligenza programmata in modo superficiale, libera di costruirsi una morale a piacere… se butta storto, potrebbe effettivamente fare alla Skynet (o Matrix) e buonanotte a noi XD

        Diciamo che una soluzione potrebbe consistere in un’intelligenza ultraspecializzata e limitata, magari priva di astrazione e con sistemi di controllo “stupidi”, che la blocchino al primo scantonamento – farne una paragonabile a un essere umano potrebbe creare indifferentemente un genio, un mediocre o un criminale 😛

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      • Lucius Etruscus

        febbraio 12, 2019 at 12:00 pm

        Asimov rappresenta quella fantascienza così alta e “propositiva” che esula alla fine dalla narrativa popolare: mi riferisco agli autori di robottoni che rapiscono fanciulle e dottori pazzi che clonano esseri umani: purtroppo sono questi che creano l’opinione pubblica.

        Gli scienziati e i ricercatori sanno benissimo che l’essere umano è talmente sbagliato a livello fisico e psichico che è assurdo replicarlo: perché replicare un modello che non funziona? Purtroppo la risposta è “per fare stupidi robottini carini che piacciono a chi sovvenziona questi studi”.
        Nessuno è ancora riuscito a stabilire cosa sia l’intelligenza, ma è sicuro che l’uomo ne è privo, visto come vive: che senso ha dare quel grado di stupidità agli automi? Sono solo esperimenti per convincere chi ha i soldi a cacciarli, l’intelligenza artificiale viene studiata per aiutare la vita umana, la quale con l’intelligenza non ha nulla a che vedere 😀

        Mi immagino la scena dello scienziato che deve imporre controlli “stupidi” ad una macchina, e per farlo si fa ovviamente aiutare da una macchina più intelligente di lui 😀 Questo sì che sarebbe un bel racconto di fantascienza: il robot che aiuta gli umani a stabilire quanto stupidi debbano essere i robot, e consiglia loro di seguire attentamente i reality in TV e di minacciare di morte ogni straniero, prima di affittargli casa in nero e sottopagarlo a lavoro. Per me i robot fanno come in “Robocop 2”: si sparano in fronte perché questo mondo umano “intelligente” non fa per loro 😀

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      • Conte Gracula

        febbraio 12, 2019 at 12:32 pm

        Esagerato XD

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  2. redbavon

    febbraio 12, 2019 at 2:34 pm

    Permettetemi, ma secondo me si sta facendo una confusione tra “computer” e “cibernetica”.
    Già dalla fine degli anni Venti si cercano soluzioni per il filtraggio delle informazioni e calcoli predittivi. La soluzione arriva da un ambito disciplinare apparentemente lontano: la matematica e le ricerche sulla logica. La “macchina di Turing” è, infatti, un modello astratto sui quali si basano le “macchine calcolatrici”. E’ il 1936.
    L’impulso alla realizzazione di macchine calcolatrici fu la guerra. Non mi stupisce perciò che ai computer sia collegato un senso di diffidenza. Ciò a prescindere dall’inevitabile intersezione con il tema della cibernetica, che utilizza i “computer” per simulare le funzioni del cervello umano.
    Computer e cibernetica vengono spesso sovrapposti come temi – per esempio, il film WarGames che vi aggiunge anche il tema “videogioco” – ma il “computer” non “pensa”, esegue calcoli, istruzioni, programmi scritti comunque da un essere umano.; è un esecutore più veloce e capace di un umano su operazioni ripetitive.
    Il robot o il cyborg scatena un tema escatologico e di conseguenza ansie e resistenze: la capacità di una “macchina” complessa (computer più meccanismi) di raggiungere l’auto-consapevolezza.
    Letteratura e cinematografia sono andate a nozze: “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (e Blade Runner), Ghost in the Shell sono due buone rappresentazioni di ciò che intendo.

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 12, 2019 at 3:02 pm

      Sì, la discussione si è estesa ed esula ovviamente dal tema del post, che è semplicemente il computer e la parola che viene utilizzata per descriverlo.
      Non a caso le prime apparizioni in narrativa americana della parola “computer” intende proprio uno che fa calcoli, e infatti gli scienziati che avevano fatto la guerra se ne fregavano di intelligenze artificiali: a loro premeva trovare un sistema di calcolo veloce e preciso. Il resto appartiene alla “pace”.
      Nella mia futura “Enciclopedia delle Parole Fantastiche” ci sarà spazio per dividere temi di vasto interesse come Robot (servo della gleba in forma meccanica), Androide (a forma d’uomo), Ginoide (a forma di donna), Cyborg (organismo cibernetico, cioè un umano con il corpo potenziato), Automa (cioè che si muove da solo), e relativi nomi alternativi come Parodia, Pupella e Fembot: tutti nomi che non sono sinonimi, bensì universi narrativi molto ben separati.
      Ciò che li accomuna è che sono serviti alla narrativa per veicolare la paura del progresso e fare presa sicura nel pubblico.
      Quale paura può incutere una macchina calcolatrice? Ovvio: che cominci a prendere decisioni razionali. E per l’uomo, che razionale non è, questo fa dannatamente paura: lo vedremo domani, quando le macchine calcolatrici domineranno il mondo… 😛

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  3. Kuku

    febbraio 13, 2019 at 9:07 am

    E quanto danno deve aver fatto il verme del germoglio al cervello di colui che ha posto quella domanda?

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 13, 2019 at 10:27 am

      Come esempio di utilità di quel servizio è devastante: anche senza computer quel reparto era destinato alla chiusura 😀

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