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La vita della parola “computer” (1) Gli albori

11 Feb

Particolare della copertina di “Fantastic Adventures” del dicembre 1949

Per “colpa” di questo articolo di Zoppaz, del blog “Diciamolo in italiano“, dal novembre 2018 un tarlo mi si è insinuato nella parte del mio cervello che freme per le indagini: la vita della parola “computer” e del concetto che rappresenta, in patria americana e nella nostra Italia amante degli esterismi.

Data la vastità della portata di questa parola, ciò che segue non può essere una trattazione esaustiva: nei prossimi giorni semplicemente mi limiterò a tracciare percorsi e raccontare le incredibili chicche che ho trovato, in questi mesi di “indagini”. Buon viaggio!


La vita della parola “computer”
1. Gli albori


Premessa

Uno dei grandi italiani dimenticato dagli italiani, Giuseppe Baretti, in un testo del 1765 della sua incontenibile rivista “La Frusta Letteraria”, scritta con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue, racconta dei “facetissimi” epiteti che gli sono stati affibbiati a mo’ di insulto: «calcolatore, computatore, gabelliere, finanziere di tutti i re». Sebbene il tono sia scherzoso, si può comunque notare che all’epoca quegli epiteti non sono piacevoli da ricevere, come se avere a che fare con le mansioni tipiche dei contabili fosse umiliante. Baretti non sapeva che i primi due di quegli epiteti erano destinati a luminoso futuro: calcolatore e computatore.

I due termini hanno lunga e prolifica vita nella lingua italiana come sinonimi, ma – come viene specificato nel Dizionario di Nicolò Tommaseo nel 1865 – il primo acquista una valenza anche negativa. Ancora oggi se diamo del “calcolatore” a qualcuno non gli stiamo affibbiando doti contabili bensì lo accusiamo di agire esclusivamente per proprio tornaconto personale. Come dice il citato dizionario, un calcolatore è «computatore degli utili proprii».

Con “computista” come raro sinonimo seicentesco, il computatore è nome storico della lingua italiana che si perde con la fine dell’Ottocento, ritornando in Italia dopo il 1970 solo nella sua versione inglese: computer. Dal 1980 il computer non è solo un oggetto di uso quotidiano per tutti gli italiani, è anche un nome entrato in pianta stabile in una lingua sempre più permeabile e priva di difese contro qualsiasi infezione arrivi dall’inglese. E sì che la cultura popolare ha avuto decenni per cercare un’alternativa lessicale ad una realtà inarrestabile: ecco la storia di quei tentativi, prima dell’inevitabile resa all’itanglese.


Introduzione

Spencer Tracy entra nell’ufficio, si mette carponi in terra e comincia a prendere le misure con un metro estensibile, sotto gli occhi allibiti delle lavoratrici: chi è quell’uomo curioso e cosa diamine sta facendo? Per indagare però attendono la loro responsabile, Katharine Hepburn, che appena vede Spencer Tracy lo riconosce, prima ancora che lui si qualifichi: è un efficiency expert, che il doppiaggio italiano rende con «esperto della produttività». Tracy si risente di essere chiamato con quella vecchia espressione, lui che invece è il futuro che avanza: lui è un tecnico dell’automazione [methods engineer].

Hepburn capisce al volo che Tracy non è venuto a portare la pace ma la spada, capisce benissimo le intenzioni della Compagnia radiofonica federale [Federal Broadcasting Co.], e l’ha capito quella stessa mattina, quando è stata all’IBM per una dimostrazione del loro «nuovo cervello elettronico» [the new electronic brain]. Difficile dire se “La segretaria quasi privata” (Desk Set, 1957) sia il primo film a parlare di un computer, ma di sicuro è il primo ad aver capito quanto profondamente sta cambiando il mondo. E l’ha capito molto prima dei traduttori italiani.


Cervello e computatore

In una lettera senza data, ma per convenzione fatta risalire al 1946, indirizzata allo psichiatra britannico W. Ross Ashby, fra i pionieri della cibernetica, il celebre Alan Turing scrive (nella mia personale traduzione):

«Lavorando con l’ACE [Automatic Computing Engine] sono più interessato nella possibilità di produrre modelli dell’azione del cervello [models of the action of the brain] che nelle applicazioni pratiche del computare [practical applications of computing].»

Il geniale matematico britannico in quella lettera ha identificato, senza saperlo, i due aspetti principali con cui verrà associata la macchina che le sue idee contribuiranno in seguito a creare: il “cervello elettronico” ed il “computatore”, cioè il computer. L’ungherese naturalizzato americano John von Neumann usa dichiaratamente gli scritti del 1937 di Alan Turing per progettare un calcolatore per l’Institute for Advanced Studies di Princeton, che lo costruisce nel 1946, mentre Turing comincia ad abbozzare le idee di quel concetto che nel 1950 chiamerà “il gioco dell’imitazione”, e che gli autori di fantascienza ribattezzeranno “il test di Turing” (per capire se una persona sia in realtà solo un robot che si crede umano). Questi citati sono però dei semplici principianti, che stanno seguendo le orme dei maestri: la fantascienza era già arrivata là dove loro neanche immaginavano di mettere piede…

da “Planet Stories” n. 10 della primavera 1942

Se sul numero di aprile 1943 di “Unknown Worlds” il grande Fritz Leiber nel racconto Conjure Wife usa con disinvoltura l’espressione «electric brain», sul numero 10 della neonata rivista pulp “Planet Stories”, datato primavera 1942, il Maestro Fredric Brown già utilizza una parola che all’epoca anche gli scienziati stentano a stabilire cosa sia:

«Lesse i dati sui quadranti intorno allo schermo e li scagliò, sotto forma di pensieri, verso la psicobobina del computer.» [hurled them as thoughts against the psychocoil of the computer]

Chissà se gli appassionati lettori del racconto The Star Mouse siano rimasti più stupiti della psychocoil o del computer: che pazzi sono, questi autori di fantascienza, devono essersi detti, loro e le loro strane parole inventate.

Howard Smallin, professione: computer! Da “Weird Tales” del giugno 1930

Va specificato che le riviste pulp di fantascienza non erano certo nuove all’utilizzo del termine, che si poteva trovare già almeno dal 1930. Com’è possibile che nei primi anni Trenta apparisse il termine “computer” usato con disinvoltura? Semplicemente perché si parlava di un “computatore”: cioè una persona che computa, che fa calcoli. Seguendo le riviste dedicate ai racconti di fantascienza, è avvertibile la mutazione del termine: dall’indicare una persona che fa calcoli, passa pian piano ad indicare una macchina che fa calcoli.

Un computer su ogni nave! da “Amazing Stories” del luglio 1931

Parliamo però di scrittori che non hanno le basi scientifiche di veri specialisti poi passati alla narrativa, come per esempio Robert A. Heinlein, che nel 1947 comincia la sua carriera di romanziere con Rocket Ship Galileo (in Italia, “Razzo G.2”, rarissima unica edizione de La Sorgente 1957) con tanto di “computer” nel testo. «We’ve got twelve of our best ballistic computers calculating possible routes for you now»: i “computer balistici” sanno tanto di calcolatrici molto poco futuristiche – se non addirittura semplici “pesone che fanno calcoli” – ma appunto Heinlein era un vero scienziato prima che un autore del fantastico. Così come il suo amico, un certo Isaac Asimov (potreste averne sentito parlare), che lo stesso 1947 nel racconto Little Lost Robot parla sia di computing machines che di computers. Ma in Italia come vengono accolte queste parole così futuristiche?

Difficile recuperare le prime traduzioni italiane dell’epoca, visto che più spesso ad essere ristampate sono nuove traduzioni avvenute un decennio dopo, quando cioè “computer” è ormai diventata una parola nota e quasi obbligatoria. Per esempio il citato racconto “Il topo stellare” di Fredric Brown appare in italiano solamente quarant’anni dopo, ne “Le grandi storie della fantascienza 4” (SIAD 1981) con Roberta Rambelli che può tranquillamente lasciare “computer” non tradotto. Avere un’idea precisa di come l’italiano degli anni Cinquanta e Sessanta – quando la fantascienza è esplosa nel nostro Paese – abbia reagito all’invasione dei computer rimane materia per collezionisti, ed è un lavoro certosino che sono costretto a rimandare a future “indagini”.

Di sicuro “calcolatore” rimane l’opzione italiana più gettonata, visto che a quanto pare nessuno ha mai preso in considerazione il termine “computatore”, malgrado sembri la traduzione perfetta di computer visto che entrambi i termini derivano dalla stessa radice latina. Si conosce solo un caso, cioè il ballistic computer del romanzo Podkayne of Mars (1962) di Robert A. Heinlein che, arrivando in Italia come “Una famiglia marziana”, diventa «computatore balistico» grazie alla traduzione di Hilja Brinis per il numero 323 di “Urania” (15 dicembre 1963). Non sono riuscito a trovare altri casi.

A sorpresa il computatore è tornato utile negli anni Novanta. Per esempio c’è il clacker di William Gibson e Bruce Sterling per il loro The Difference Engine (1991) che in Italia per “La macchina della realtà” (Mondadori 1992) diventa «computatore»: forse il traduttore Delio Zinoni voleva un termine ricercato per ricreare l’effetto di una parola strana. Così come con lo stesso termine viene reso il reckoner di Robert J. Sawyer per “Starplex” (1996) tradotto da Mauro Gaffo per “Urania” n. 1332 (29 marzo 1998).

L’Italia però è la patria della creatività, quindi esiste anche un metodo non molto noto per rendere “computer” in italiano: semplicemente… cancellando le frasi che lo contengono! Per esempio il romanzo “Le correnti dello spazio” (The Currents of Space, 1952) di Isaac Asimov contiene la frase «With their automatic relays and trajectory computers»: come la traduciamo? Semplice, non la traduciamo. Si salta una riga e via così…

Malgrado i problemi dei traduttori italiani, scienziati e romanzieri americani fanno a gara a chi immagina un uso sempre più futuristico delle nuove macchine e quindi il futuro corre veloce. Prima di suicidarsi nel 1954 mordendo quella mela avvelenata – e creando il Mito della Mela Morsicata che forse ha dato l’idea per il simbolo dell’Apple – Alan Turing ha potuto vedere diverse applicazioni pratiche delle sue idee: quello che invece non ha potuto vedere sono le conseguenze sulla vita quotidiana di queste invenzioni, dato che solo nel 1955 William Marchant scrive il testo teatrale Desk Set, da cui il film con Tracy ed Hepburn.

(continua)

L.

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17 commenti

Pubblicato da su febbraio 11, 2019 in Indagini, Linguistica

 

17 risposte a “La vita della parola “computer” (1) Gli albori

  1. Kuku

    febbraio 11, 2019 at 8:39 am

    No vabbè, cado dalla sedia quando vedo che per non evitare un “problema”, vabbé problema, si sega via una frase. Ma è serietà questa???
    Non mi è chiara una cosa: se già nel ‘700 c’erano sia calcolatore che computatore, cos’è successo dopo? perché avrebbero dovuto apparire come parole strane, in seguito?
    E anche in inglese, perché “compute” e “computer” avrebbero dovuto sembrare termini bizzarri per i lettori in quei romanzi anni ’40?

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 11, 2019 at 9:53 am

      In italiano semplicemente “computatore” è andato scomparendo, non utilizzato neanche quando è arrivato “computer”, di cui sembra una traduzione efficace – essendo in fondo lo stesso termine.
      Negli anni Quaranta ancora non esistevano i computer come noi li intendiamo, saranno costruiti dopo, quindi teoricamente un lettore poteva non capire di cosa parlasse l’autore: infatti nei casi di cui riporto l’immagine non si parla di “computer” ma di “computatori”, cioè di gente che calcola 😉

      Piace a 1 persona

       
      • Kuku

        febbraio 11, 2019 at 12:42 pm

        Aiuto, sono stata spammata anche sul citascacchi! Ma perchè wp mi odia?

        Piace a 1 persona

         
      • Lucius Etruscus

        febbraio 11, 2019 at 12:45 pm

        ahahaha vado a de-spammizzarti 😛

        Mi piace

         
    • Conte Gracula

      febbraio 11, 2019 at 2:12 pm

      In passato, per far stare i romanzi più grossi nello stretto formato di Urania, c’era la tendenza a segare via parti di testo, quindi c’è una vaga possibilità che la frase evidenziata da Lucius sia stata tagliata (assieme ad altre) per “condensare” il testo.

      Piace a 2 people

       
      • Lucius Etruscus

        febbraio 11, 2019 at 2:21 pm

        Sei molto diplomatico: Fruttero e Lucentini “editavano” i romanzi con il machete: sfora di dieci pagine? Via dieci pagine!
        Solo che poi passano gli anni, e con le ristampe si cerca di reintegrare, riattaccando tutto quello che si è tagliato via: un concetto ignoto alla Mondadori…
        Comunque “Introduzione alla cibernetica” non ha tagli: il traduttore del 1953 in molti punti stravolge completamente il testo, pur non sfuggendo al compito di tradurre “computer”. La Bollati Boringhieri non aveva certo problemi di spazio, come invece capita spesso alle collane da edicola, ma temo che ci fosse una cultura molto più “sciolta” della traduzione…

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  2. zoppaz (antonio zoppetti)

    febbraio 11, 2019 at 9:27 am

    Bella questa prima parte! Argomento spinoso e dalla vastità estrema, perché sin dalle sue radici il calcolatore/elaboratore si mescola con altre due questioni: la calcolatrice, cioè una macchina per il calcolo automatico di cui il calcolatore è inizialmente erede, e il concetto di robot/automazione legato al “cervello elettronico”, la macchina pensante, l’elaborazione delle informazioni più complessa (il calcolatore che giocava a scacchi negli anni ’50 fu dirompente, ma non vorrei anticipare nulla delle prossime puntate, mi siedo qui e aspetto da spettatore)

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 11, 2019 at 9:55 am

      Ti ringrazio e rinnovo: è tutta “colpa” tua ^_^
      Mi sono limitato al computer e ad alcune tappe scelte in un percorso vasto come l’universo, quindi ho lasciato da parte le automazioni o gli scacchi automatici, che mi avrebbero portato pure indietro di secoli!
      Già così sarà una settimana ricca di post giornalieri zeppi, visto che una “semplice” indagine mi ha portato via mesi di ricerche e visioni e trascrizioni 😛

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  3. Emanuele

    febbraio 11, 2019 at 10:37 am

    Mi senta giusto saltare una frase se non la si capisce! D’altronde tu quando provi a leggere fumetti DC e non li capisci, non salti intere vignette? 😅

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  4. Conte Gracula

    febbraio 11, 2019 at 2:16 pm

    Di solito, sento usare calcolatore, come alternativa a computer. L’ultima volta è stato… forse 15/17 anni fa 😛

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    • Lucius Etruscus

      febbraio 11, 2019 at 2:21 pm

      Sì, curiosamente “computatore” non è mai stata una parola in lizza per il premio di “miglior versione italiana di computer” 😛

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  5. theobsidianmirror

    febbraio 11, 2019 at 2:57 pm

    In tutto questo la cosa che mi sconvolge di più è la scelta di un nome d’arte come Aristarco Scannabue…

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  6. redbavon

    febbraio 11, 2019 at 10:43 pm

    “Elaboratore elettronico” è l’espressione che ho sentito più spessp all’apparizione dei primi computer tra noi marzia..oops…italiani. Aspetto il “continua” con voracia.

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      febbraio 12, 2019 at 6:25 am

      Ha assunto vari nomi, prima che l’inglese spazzasse via tutto, e meno male che noi italiani siamo famosi per la creatività 😀

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