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Il meglio dei libri letti nel 2018

21 Dic

Stuzzicato dall’iniziativa del blog Nocturnia di Nick Parisi, provo anch’io a fare una panoramica sui libri che ho letto quest’anno, facendo anche un proposito per l’anno nuovo: tornare a prendere nota delle mie letture, per fare un elenco più preciso nel 2019.

Sono passati i tempi in cui, da pendolare di mezzi pubblici, potevo arrivare a quote di 100 libri letti l’anno. Ora in maggior parte leggo per studio, per indagine, per ricerca e solo in minima parte per “piacere”. Comunque ecco una selezione dei libri letti questo 2018, per i motivi più disparati.


Narrativa


Annientamento” (Annihilation, 2014) di Jeff VanderMeer è fra le migliori opere letterarie che ho letto dall’inizio del nuovo millennio, oltre che il romanzo più squisitamente cartografico in cui abbia avuto l’onore di imbattermi.

Dalla mia recensione:

Credo che VanderMeer abbia scritto la prima opera in assoluto capace di rappresentare in modo dettagliato la nuova modernità, la nuova realtà in cui noi viviamo almeno dall’inizio del Duemila. E come ogni realtà nasce da un’immagine, anche questa nuova realtà nasce da un’immagine. Nasce da una mappa. Anzi, dalla fine del dominio della mappa sulla nostra concezione del mondo.

L’Area X è il Paese delle Meraviglie e la discesa della protagonista nella Torre/tunnel è null’altro che la discesa di Alice nella tana del Bianconiglio. Ma stavolta tutto è diverso. Cosa c’era appeso alle pareti del tunnel sceso da Alice? C’erano carte geografiche, perché per quanto assurdo il Paese delle Meraviglie continuava a rispettare la modernità, a nascere da un’immagine e a dare senso alle mappe. La discesa della biologa non ha più alcun rapporto con la mappa e ciò che incontra è solo una “realtà liquida”, proprio per rifarsi ad un’espressione con cui il filosofo Zygmunt Bauman ha ribattezzato la modernità in cui noi viviamo: una “modernità liquida”.

«Camminavamo lentamente, sorreggendoci alla tabula rasa della parete destra per non perdere l’equilibrio.»

Cos’altro ci serve per capire che VanderMeer sta facendo compiere alle protagoniste una discesa che è l’esatto opposto di quella di Alice? Quest’ultima vedeva alle pareti delle mappe, le nostre scienziate invece sono costrette ad appoggiarsi ad una tabula rasa. Una tavola vuota, il nemico per eccellenza della nostra cultura.


Schiavi dell’inferno” (The Hellbound Heart, 1986) di Clive Barker, da cui il film Hellraiser.

Dalla mia recensione:

Malgrado tutto questo, romanzo e film hanno piccole differenze, particolari che denotano il buon gusto di Clive Barker, ben conscio – come purtroppo non lo sono molti altri – che i due media sono molto diversi e hanno bisogno di trattamenti diversi. Giusto per fare un esempio quello che nel film è la figlia di Larry nel romanzo è la segretaria, e la scelta funziona benissimo calata nelle due diverse narrazioni.
Un altro esempio è la scelta romanzata di far entrare subito in scena, già nei primissimi paragrafi, i “protagonisti occulti” della storia.

«Ancora pochi attimi e sarebbero stati lì, quelli che Kircher chiamava i Supplizianti, teologi dell’Ordine dello Squarcio, convocati dai loro esperimenti nelle sfere somme del piacere per portare la loro presenza senza età in un mondo di piogge e fallimenti.»

Nel film lo spiegone all’inizio avrebbe avuto un risultato molto meno efficace, così Barker prende una decisione a mio parere molto ispirata e spalma le spiegazioni lungo la storia, tanto che i Supplizianti arrivano solo molto avanti nella narrazione.


Venere in pelliccia” (Venus im Pelz, 1870) di Leopold von Sacher-Masoch, letto per il mio speciale Il dolore di essere Masoch apparso sul blog The Obsidian Mirror.

Dalla mia recensione:

Severin è un uomo fuori dal suo tempo. Tutto ciò che viene dopo Goethe gli è alieno, quindi il suo mondo, il suo tempo, il suo cuore… tutto è fermo all’età classica, quando si viveva a stretto contatto con gli dèi e si interagiva con loro. Severin vive in un clima troppo freddo per il caldo cristianesimo.

Da piccolo si reca di nascosto nello studio paterno per andare ad ammirare una Venere di gesso davanti alla biblioteca, «e mi inginocchiavo davanti a lei rivolgendole le preghiere che mi avevano insegnato, il Pater noster, l’Ave Maria e il Credo». Il giovane ha imparato i riti della religione del suo tempo ma li applica agli dèi del passato. Non si pensi ad un tenero ricordo del comportamento curioso di un bambino davanti alla statua di una dea: «Mi prostrai dinanzi a lei e le baciai i piedi freddi, come avevo visto fare ai nostri contadini con il loro Salvatore morto.» È l’inizio di una trasfigurazione del culto religioso cattolico che permea l’intera storia.

Sebbene non la citi, Severin è talmente amante dei classici che non può non conoscere Galatea, visto che sembra citarne il destino: l’amore inarrestabile dell’uomo che la scolpì – quel Pigmalione che conoscerà nuova fama nel Novecento grazie al commediografo George Bernhard Shaw e al consequenziale film My Fair Lady – rese la statua di gesso viva. In realtà in quel caso fu un intervento divino, ma il concetto è lo stesso: sin da bambino il protagonista decide di scolpire la sua donna..

Aliens: DNA War” (2006) di Diane Carey, fra le migliori storie aliene che io abbia mai letto in tutto l’universo espanso!

Dalla mia recensione:

Al di là di alcuni colpi di scena che sono parecchio “telefonati” – e misteri la cui soluzione non è impossibile da indovinare per chi, al contrario dei puristi talebani, conosce anche altre storie aliene oltre ai film – la narrazione è splendida e appassiona, tenendo il lettore inchiodato fino all’ultima parola. Si sente eccome che l’autrice è una professionista del romanzo di fantascienza, perché le scene d’azione sono arricchite da ampio spazio dedicato all’analisi della situazione.

Sono cresciuto con la fantascienza golden age, quella in cui un personaggio “normale” – cioè con lo stesso bagaglio culturale e morale del lettore – si ritrova in una situazione fuori dal normale e la analizza, magari parlando con un altro personaggio che la pensa in modo diverso e sviscerando tutte le soluzioni possibili. Diane Carey ricrea questa ricetta che io giudico perfetta per la fantascienza e la applica al mondo alieno.

I protagonisti imbastiscono un discorso che esula dalla semplice storiella aliena: si parla di responsabilità umana nell’interferire su una razza aliena, si parla di evoluzione e di biologia, e quanto si sia disposti a sacrificare per cambiare un intero pianeta.
Ripeto, nell’intero universo espanso alieno sono rarissime le storie che possano competer con questo gioiello meraviglioso.


Alien: The Cold Forge” (2018) di Alex White.

Dalla mia recensione:

Fino ad un terzo del romanzo, è una lettura appassionante e gustosissima, poi però l’autore si va ad infilare in un vespaio noiosissimo: una volta presentati i personaggi della stazione di ricerca, fa subito scoppiare i casini e già prima della metà del romanzo ci si ritrova a strisciare di qua e di là per sfuggire agli alieni, le cui gabbie sono state aperte da un misterioso sabotatore. Purtroppo la lettura a questo punto si fa davvero difficile.
Tutte le ghiotte invenzioni della prima parte risultano inutili ed ogni sviluppo di trama si perde nel nulla. L’unico aspetto che si salva è il personaggio di Blue Marsalis, la dottoressa che non deve salvare solo il proprio corpo artificiale, ma anche quello “di carne” che giace in un’ala della stazione.

L’autore cita non solo dal secondo film ma soprattutto da altri elementi dell’universo espanso, dimostrando secondo me quanto la Titan Books stia attenta a creare un prodotto accurato ed un universo narrativo con regole non dipenenti dalla follia di Ridley Scott, pronte ad essere prese in mano da più autori.
Certo, se poi a questo corrispondesse una scelta di trame un po’ più appassionante sarebbe meglio, ma è già comunque un buon risultato…


Quarry” (1976) di Max Allan Collins, da cui la serie televisiva omonima.

Intrigato dall’arrivo in Italia della serie televisiva omonima, mi sono letto il primo di una lunga e fortunata serie di romanzi (inediti in Italia) firmati da un autore più noto in Italia per le sue novelization. Adoro il pulp “maschio” degli anni Settanta e Ottanta, per intenderci quello dei giustizieri dai modi spicci e degli uomini d’azione che risolvono problemi in modo “radicale”. Quarry non sembra appartenere a questo genere, malgrado ci giochi.

Teoricamente Quarry è un assassino di professione, perché tornato dalla guerra non aveva altro che sapesse fare. E questo lo pone di diritto nel genere che citavo. Però non ha il coraggio di fare sul serio le cose che dovrebbe fare, forse perché l’editore non era così “coraggioso” come con altri eroi d’azione, comunque la narrazione è tutt’altro che appassionante e il telefilm rispecchia quasi a fotocopia il romanzo: un sacco di chiacchiere inutili e anche qualche banalità.


Sconosciuti in treno” (Strangers on a Train, 1950) di Patricia Highsmith, da cui un celebre film di Hitchcock.

Dalla mia recensione:

La Highsmith scrive benissimo ma nella foga dell’esordio ha voluto fare un romanzo psicologico senza però mai riuscire a far montare la tensione necessaria: è quasi un racconto asettico di un insieme di particolari in sequenza senza alcuna passione. Succede questo, poi succede questo, poi succede questo… il che risulta noioso, visto che non c’è alcuna tensione ad amalgamare la sequenza. Ogni pagina sembrava di leggerne dieci, e l’impressione è che l’ispirata freschezza stilistica con cui è stata creata la parte in treno – che occupa tipo l’un per cento del romanzo – non si sia riuscita ad utilizzarla per il resto della storia. Quasi come se l’ispirazione iniziale si sia risolta in semplice tecnica (non ispirata) per il resto del romanzo.

Una parola va spesa per un particolare curioso. La storia narrata non riesce mai a rimanere per un’intera pagina in un’unica località, i personaggi viaggiano continuamente per l’intero romanzo, e l’autrice ci racconta per filo e per segno tutte le centinaia di località toccate dalla storia. Guy parte da qui, sta andando qui, si ferma qui, guida fino qui dove incontra la fidanzata, che è partita da qui, viaggiando per qui fino a qui, staranno insieme due giorni e mezzo e poi lui partirà per qui passando per qui e lei andrà qui fermandosi per due ore qui, dove scrive a Guy che è qui, mentre lui manda una lettera da qui a qui, viaggiando per qui, mentre Bruno da qui è partito per qui e si ferma qui per tre ore e un quarto, telefonando qui, scrivendo qui, mandando un telegramma qui, intanto parte da qui per qui passando per qui.
Ecco, l’intero romanzo è così, e questo costante, continuo e persistente spostamento di tutti i personaggi, con relativa minuziosa specifica di ogni loro spostamento e ogni loro comunicazione, è un’orgia di dettagli totalmente inutili che uccide ogni voglia di proseguire la lettura.


Shark. Il primo squalo” (The Meg, 1997) di Steve Alten, da cui è moooolto liberamente tratto il film omonimo con Jason Statham.

Dalla mia recensione:

La storia è un “aggiornamento” de Lo Squalo: Jonas Taylor ha visto uno squalone e nessuno gli crede, poi lo squalone fa danni e ora gli credono, chiedendogli di risolvere la situazione: sarà uno scontro corpo a corpaccione. Non è certo lo spunto ciò che contraddistingue il romanzo.

Il romanzo, che è stata una mia piacevole lettura da spiaggia – e dove leggerlo, se no? – è la onestamente divertente storia del povero Jonas Taylor, fra i migliori subbaqui dell’esercito che un giorno ha un “incidente”: dicono che è stato un crollo e in effetti per colpa di superiori poco accorti ha fatto più immersioni del previsto… ma è assolutamente convinto di aver visto uno squalo gigante provocare la morte dei suoi colleghi.
Cacciato a pedate dai ranghi, usa i propri studi universitari per diventare professore esperto di biologia marina e scrive libri che raccontano lo stato delle ricerche sul megalodon, che se da una parte sono testi inattaccabili perché si limitano a riportare le prove note, dall’altra sono dileggiati perché l’autore crede che esistano ancora questi squali preistorici. Eppure la domanda che si fa Taylor è semplice: il fatto che nessuno li abbia mai visti, può essere considerata una prova sufficiente della loro inesistenza?

Il resto della storia è l’inseguimento attraverso gli oceani, con i giornalisti che vogliono fare lo scoop, l’esercito che vuole bombardare l’oceano intero e Jonas e i Tanaka che vorrebbero prendere il megalodonte vivo per metterlo nell’acquario delle balene. (Sai come sarebbero contente, le balene?)
Ripeto, una perfetta storia da spiaggia che si legge con piacere e in più punti è anche divertente, anche se non stiamo certo parlando del romanzo dell’anno.


The Predator: Hunters and Hunted” (2018) di James A. Moore, il prequel ufficiale del film di Shane Black.

Dalla mia recensione:

Leggendo il romanzo tutto sembra tranne un prequel, ma poi vedendo il film risulta chiarissimo quanto Shane Black si sia perso per strada. (O quanto l’abbiano fatto perdere per strada.)
Nel film vediamo Traeger (Sterling K. Brown, uno degli attori più neri del cinema!) che dà la caccia al Predator sapendo benissimo cosa sia e guidando un gruppo di soldati scelti. Non ci viene fornita alcuna spiegazione su chi egli sia, su chi sia la sua squadra, su chi sia il loro mandante – sono governativi? – né altro. Anzi, la sceneggiatura originale, prima degli immani tagli che Black ha dovuto operare, prevedeva anche un capo di Traeger.

Ecco, in questo romanzo ci viene raccontata e spiegata la squadra segreta dei Reapers, ci viene spiegato chi sia Traeger e come abbia fatto ad arrivare dov’è arrivato e gli sforzi fatti per conoscere la tecnologia aliena.
Avendo letto questo romanzo, ho potuto capire una parte di film che altrimenti sarebbe rimasta fumosa.


The Predator: The Official Movie Novelization” (2018) di Christopher Golden e Mark Morris, tratto dalla sceneggiatura di Shane Black e Fred Dekker per il film omonimo.

Dalla mia recensione:

Non mi ero reso conto quanto non mi fosse piaciuto il film finché non ho iniziato a leggerne il romanzo, che se da un lato è una lettura molto più ricca – grazie sia ad una buona narrativa che riempie i vari “buchi” della trama e grazie a  varie “scene tagliate” – dall’altro mette meglio in evidenza la trama “finale”, che trovo tristemente più deprimente rispetto a quella che poteva essere.

Non c’è assolutamente nulla che renda minimamente interessante i personaggi, rimanendo cartonati mossi male su un fondale digitale privo di spessore: gli autori del libro ci provano a dare un po’ di condimento a McKenna e gli altri, ma rimangono personaggi spuri – nati sotto l’ala di Shane Black ma gettati nel calderone Fox/Disney – di cui onestamente non riesce proprio a fregarmene niente.

Interessante cogliere rimandi e chicche varie, ma rimane una trama piatta che non fa nulla per farsi leggere: superata la metà perdo qualsiasi interesse nella lettura.
Una grande occasione mancata…


Le mani di Orlac” (Les Mains d’Orlac, 1920) di Maurice Renard, che dopo cinquant’anni torna in edicola raccolto nello speciale “Delitti d’oltralpe“. L’ho riletto per il mio guest post su Nocturnia.

Dalla mia recensione:

La notte fra il 16 e il 17 dicembre – plausibilmente del 1919, visto che il romanzo è del 1920 – di ritorno da un concerto tenuto a Nizza il celebre pianista Stéphen Orlac è vittima di un incidente ferroviario a Montgeron (vicino Parigi). La moglie Rosine riesce ad organizzare immediati soccorsi e porta il marito dal celebre dottor Cerral nella sua clinica di rue Galilée: è un nome tanto rinomato quanto famigerato, per via di certe sue tecniche mediche considerate troppo innovative.

Inizia l’inferno dell’uomo che in realtà ancora non è consapevole di ciò che è successo alle sue mani.

Possibile che le mani del criminale Vasseur che ora Orlac porta impiantate ricordino il male del precedente proprietario? La domanda trova la sua risposta quando una notte in una locanda Stéphen incontra uno strano figuro che, appoggiando protesi di mani sul tavolo, dice di avere un credito con lui:

«Lei mi deve qualcosa…»
«Che cosa?»
«Le mani!»


Sembrava una buona idea ingaggiare il prolifico romanziere di successo John Shirley per scrivere una storia inedita, “Aliens: Steel Egg” (2007). Non lo è stato.

Dalla mia recensione:

Posso capire che autori dalla bibliografia sterminata non possono sfornare solo libri ispirati, e sicuramente un romanzo legato all’universo di Alien – cioè fra i più sfigati – è roba per pagare le bollette, da scrivere a occhi chiusi, ma non mi aspettavo da scrittori professionisti un livello così basso di professionalità.

L’operazione con cui la Dark Horse nel 2005 ha voluto provare ad ampliare l’universo alieno, chiamando grandi firme a scrivere storie inedite – cioè il loro lavoro! – è stata un fallimento su tutta la linea, visto che questi romanzieri professionisti non sono stati in grado di fare neanche il loro lavoro minimo sindacale: cioè una semplice storia inedita che fornisse un minimo di intrattenimento. Qui John Shirley prende la sceneggiatura del film Alien, come al solito l’unico prodotto noto dell’intero universo narrativo, e ci aggiunge solo noia e stupidate varie. Non stiamo parlando di uno scrittore della domenica che butta giù una fan fiction, bensì di un romanziere professionista pluri-premiato che sforna romanzi da quarant’anni…


Saggistica


Primo libro del 2018: “L’ignoto ignoto. Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi” (The Unknown Unknown. Bookshops and the delight of not getting what you wanted, 2014) di Mark Forsyth.
Il risultato è un libretto più corto del suo titolo!

Dalla mia recensione:

Forsyth parte da una frase di Donald Rumsfeld – il quasi paradosso che dà il titolo al saggio – per distinguere una terza categoria di libri. Abbiamo infatti 1) i libri che abbiamo letto, che cioè conosciamo e magari possediamo, 2) i libri che non abbiamo letto, e che non abbiamo intenzione di leggere, come appunto Guerra e pace, e poi – aggiunge l’autore – 3) I libri che non conosciamo e che non sappiamo di non conoscere.
Serve l’ingenua tracotanza tipicamente anglofona per scoprire, con fanciullesco stupore, che nel mondo esiste qualcosa anche al di là della propria percezione.

Cosa propone dunque l’autore alle librerie? Semplice: che invece di mettere quei libracci modaioli in vetrina, si organizzino per vendere solo pochissimi titoli: tutti scelti fra quelli che Forsyth non conosce. La libreria in pratica è un posto per andare a scoprire chicche, è un chicchificio dove si possono trovare libri ignoti a Mark Forsyth: ogni giorno un incaricato sottopone i titoli all’autore e se questi li conosce vengono buttati via.


Food porn. L’ossessione del cibo in TV e nei social media” (2016) di Luisa Stagi – ricercatrice presso il DISFOR (Dipartimento di Scienze della Formazione) dell’Università degli studi di Genova

Dalla mia recensione:

Ci sono meccanismi che sfuggono totalmente alla mia comprensione, e pratiche socialmente accettate ed anzi esaltate che costituiranno per sempre un mistero ai miei occhi: una di queste è l’ossessione per il food porn. Non intendo la passione per il cibo, che mangiare piace anche a me, intendo l’ossessionante esplosione multimediale che c’è stata negli ultimi anni.
Quando mi è capitato sotto gli occhi fortuitamente questo saggio credevo di aver trovato una bella “fonte di spiegazioni”. Purtroppo così non è stato, anche se è stata una bella lettura.

Metto subito in chiaro che il testo è molto interessante e ben scritto, è pieno di informazioni ben documentate quindi è sicuramente un saggio da consigliare, ma il problema è che analizza un fenomeno con dovizia di particolari lasciando molto in sottofondo la spiegazione di detto fenomeno, che è quello che cercavo io.


Prendi i soldi e scappa” (Laterza 2018) di Marco Onado, professore di Economia dell’Università Bocconi.

Dalla mia recensione:

Da “Prendi i soldi e scappa” (1969) di Woody Allen a “Il dottor Stranamore” (1964) di Kubrick, fino ad “A cena con il diavolo” (1992) di Édouard Molinaro, che credevo di conoscere solo io: un viaggio meraviglioso attraverso storie provenienti dall’immaginario collettivo di tutto il Novecento che ci aiutano a capire com’è cambiata l’economia, anzi: come è morta l’economia in favore di una finanza deregolamentata. Di come i finanziari abbiano insegnato “ad amare la bomba” (come appunto nel film di Kubrick) e di come dagli anni Ottanta abbiano premuto i Governi per togliere di mezzo ogni regola e norma: la finanza dev’essere libera… così che quando lascia dietro di sé morti e feriti, la si chiama “bolla” o “crisi” e si va avanti esattamente come prima.

Quello che Onado sottolinea è quello che non ho mai sentito dire a nessuno dei tanti “specialisti” che sono andati in TV a spiegarci la crisi: esattamente come il Governo italiano sta crollando per via di un’illegalità diffusa se non totale, la finanza e la sua illegalità – perché togliere le regole non vuol dire che ci si comporta bene – ha creato il mondo in cui siamo, in cui c’è da stupirsi che non ci siano molte più crisi mondiali.
Come dice John Kay, la finanza ha rapporti prevalentemente con se stessa, parla con se stessa e giudica se stessa in base a parametri che essa stessa ha generato.

Dagli anni Ottanta il capitalismo è scomparso, perché per definizione questo ha bisogno del “capitale”: e chi ce l’ha? Sono tutti pieni di debiti. Ottimo: facciamo i soldi coi debiti. Ecco la finanza.


Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa” (La nave di Teseo 2018) di Maurizio Molinari.

Dalla mia recensione:

Il saggio è ricco di dati ufficiali e molto documentato, il che è sempre buono, ma l’autore sa benissimo che i numeri possono essere interpretati: sa benissimo che in politica la matematica è un’opinione. Così snocciola le alte cifre di italiani che affermano di non sentirsi sicuri, di italiani che affermano questo e di italiani che affermano quello. Questo non vuol dire che quanto vadano affermando sia vero, sembrerebbe leggersi nel sottotesto, si tratta solo di gente che afferma cose: quindi dei matti, in pratica.

Dirmi che c’è gente che afferma di sentirsi insicura e basta cosa vuol dire? Sbaglia a sentirsi insicura? Fa bene a sentirsi insicura? È una falsa sensazione instillata da politici spregiudicati che sanno benissimo che la paura vende e vende bene? O una paura negata dagli altri politici, quelli che fanno gli stessi affari sporchi a braccetto con gli altri, e sulla paura ci guadagnano pure loro.
No, per questo bisognerebbe schierarsi, bisognerebbe alzare la voce, Molinari si limita a riportare una percentuale asettica, che non è neanche sua, è dell’ISTAT. Metà di questo libro è un’appendice ISTAT…

Leggendo questo saggio calmo e pacato, quasi anestetizzato, si ha l’impressione che stiamo tutti vivendo in una realtà immaginaria, dove tutto va bene ma la gente per motivi ignoti crede che vada male, e visto che i partiti tradizionali non riescono più a dialogare con i loro elettori ecco che arrivano quei brutti e cattivi dei populisti, nemici dello stato e avversari dei partiti, ad approfittarsene.
No, sono ingiusto: Molinari non prende mai certe prese di posizione, quindi non ha mai una parola cattiva per quei populisti, che in fondo… so’ ragazzi.


Balle mortali” (2018) di Roberto Burioni.

Sembra impossibile che si debba ancora raccontare certe storie, ma finché il sentito dire fa “conoscenza” avremo bisogno di scrittori come Burioni, che con semplicità ed efficacia ci racconta storie assurde di totale follia, di gente che si affida a chiunque (tranne alle persone giuste) per stare meglio, con il risultato di uccidere sé stessi e i loro cari. Sembrano storie uscite da un lontano Medioevo di ignoranza e superstizione, invece sono storie di oggi, storie terribili di persone che sono disposte a tutto pur di guarire o far guarire i propri cari… tranne al buon senso. Quello no, quello mai.

Santoni e curatori truffaldini esistono da quando esiste l’umanità, ma stupisce sempre scoprire l’abisso di nulla che riempie la mente di chi crede solo ed esclusivamente a chi spara stupidate senza senso: e più sono assurde le stupidaggini spacciate per “medicina”, più riscuotono grande consenso. Non importa se poi chi vi si affida muore, o soffre mille volte più del dovuto, perché la voglia di credere è il più grande male dell’umanità: nessuno saprà mai guarirlo.

L.

 
12 commenti

Pubblicato da su dicembre 21, 2018 in Recensioni

 

12 risposte a “Il meglio dei libri letti nel 2018

  1. Cassidy

    dicembre 21, 2018 at 9:35 am

    Molti di questi sono già tra le mie prossime letture, altri ti ho seguito nelle tue recensioni, in ogni caso ottima iniziativa e grazie per i preziosi consigli! 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus

      dicembre 21, 2018 at 10:24 am

      Non so quanto siano “consigli”, ma è stato divertente fare un bilancio delle letture di quest’anno. Vediamo se per l’anno prossimo riesco a segnarmi più precisamente i libri letti ;-(

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  2. Ivano Landi

    dicembre 21, 2018 at 5:49 pm

    Io fino poche settimane fa ho fatto quasi solo riletture (alcune delle quali obbligate per lo speciale su de Sade), a esclusione di quel paio di libri di genere fantastico che ho citato da Nick (“La reincarnazione di Peter Proud” e “I figli dell’invasione”) e del saggio “Le mie risposte alle grandi domande” di Stephen Hawking. Attualmente sono invece in fase “prima lettura” e sto alternando “Essere una macchina” di Mark O’Connell con il ciclo vichingo di Olaf Spadarossa di H. Rider Haggard.
    Tra l’altro devo dire che il discorso che hai fatto per il libro e il film di Barker vale anche nel caso della “Reincarnazione di Peter Proud”. Lo scrittore, Max Ehrlich, è anche l’autore della sceneggiatura del film, e anche lui è riuscito a capire bene le peculiarità dei due differenti mezzi e a creare due opere che pur raccontando la stessa storia si diversificano non poco tra loro.

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    • Lucius Etruscus

      dicembre 21, 2018 at 5:51 pm

      Dovrebbero chiedere più spesso ai romanzieri di sceneggiare i film tratti dai loro libri: non è una certezza, ma è facile che sappiano identificare i punti più “cinematografici” e quelli invece troppo “letterari” da adattare.

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  3. Conte Gracula

    dicembre 21, 2018 at 8:16 pm

    Come ricorderai, io ho riiniziato a leggere un po’ più seriamente solo a metà anno, e sono quasi tutti Urania (a parte le blatte scrittrici, forse l’unica eccezione) 😛 l’anno prossimo, si vedrà 🙂

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    • Lucius Etruscus

      dicembre 21, 2018 at 8:18 pm

      C’è stato un tempo in cui mi nutrivo essenzialmente di Urania, ne andavo ghiotto ghiotto ghiotto, di qualsiasi annata fossero, per cui ti capisco benissimo, e sono contento che l’hai fatto: così mi hai raccontato il ciclo di Hogan ^_^

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      • Conte Gracula

        dicembre 21, 2018 at 8:20 pm

        Per tutta l’adolescenza, mi sono nutrito soprattutto di Newton (non lo scienziato) 😛
        Il mio proposito per l’anno nuovo è darmi soprattutto agli ebook, dato che sto sottoutilizzando il kobo e ho feroci problemi di spazio 😦

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      • Lucius Etruscus

        dicembre 21, 2018 at 8:24 pm

        Occhio che potresti sviluppare dipendenza 😛
        Quando ti renderai conto di poter avere sempre con te tutti i libri che vuoi, potresti poi non saperne più fare a meno…

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      • Conte Gracula

        dicembre 21, 2018 at 8:32 pm

        Non vedo alcun problema in questo scenario 😛

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      • Lucius Etruscus

        dicembre 21, 2018 at 8:25 pm

        Ah, i Newton sono stati compagni affettuosi anche della mia adolescenza, quei libri colorati che in edicola si compravano al chilo erano una vera delizia, e quelli che non ho letto li ho comunque spulciati 😉

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  4. theobsidianmirror

    dicembre 22, 2018 at 8:01 pm

    Non siamo molto diversi. Anch’io leggo sempre più spesso in funzione del blog anziché per puro piacere.

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