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Tradurre l’incubo 4. La larva

20 Lug

Sul mio blog Il Zinefilo ho iniziato una serie di recensioni che, venerdì dopo venerdì, presenteranno l’intero ciclo di film di Nightmare, con traduzioni esclusive e racconti dietro le quinte. Mi sembra quindi il momento giusto per presentare anche qui nel blog una mia vecchia “indagine” su questa misteriosa parola.

Quando il film di Wes Craven è arrivato in Italia, nel 1985, la parola nightmare non era così nota com’è oggi, così come la stessa lingua inglese non l’ha pienamente accettata a livello popolare se non in tempi recentissimi, rispetto alla grande antichità del termine. Quello che propongo non è un viaggio nella natura di questa parola – visto che non è molto facile da ricostruire neanche per i linguisti – bensì un problema molto più nostrano.

Quando nell’Ottocento è esplosa in Italia la passione per Shakespeare, è nata l’esigenza di tradurre il termine nightmare che il poeta usò una sola volta in tutta la sua intera opera. Qual è la traduzione italiana di nightmare? Se avete già risposto… avete sbagliato!

Vi invito ad un viaggio pieno di sorprese, per scoprire la grande ricchezza della lingua italiana… completamente spazzata via nel Novecento!

Come sempre, se non vi va di aspettare le varie puntate dello speciale, potete scaricare subito l’eBook gratuito. Se invece volete saltare all’aggiornamento di questa indagine, ne ho parlato qui.


Nightmare
Tradurre l’incubo


La larva

Quando nel Vangelo di Matteo viene raccontato il celebre episodio in cui Gesù cammina sulle acque, lo stupore di chi assiste all’evento viene così descritto:

«E i discepoli, vedendolo camminar sopra il mare, si turbarono, dicendo: Egli è un fantasma. E di paura gridarono» (14,26).

Il Vangelo di Marco racconta lo stesso episodio (6,49) ed usa lo stesso termine greco: φάντασμα, fàntasma. (Anche Giovanni riporta l’evento, 6,19, ma tace il commento dei fedeli.) Per rendere questo passo, il calvinista Giovanni Diodati nella Ginevra del 1607 utilizza il termine “fantasima”: oggi sia l’edizione Diodati che le altre riportano “fantasma”, al maschile, ma all’epoca il traduttore ha saputo cogliere al meglio lo spirito del suo tempo. Non è in fondo questo che dovrebbe fare un traduttore?

Finora abbiamo incontrato un solo “incubo”: ma cosa dovrebbe fare un traduttore di fronte a ben tre incubi in rapida sequenza? È il problema che per primo si trova davanti Giuseppe Gazzino quando, nel 1857 – qualche decennio dopo i primi sforzi di tradurre Shakespeare in italiano – si imbarca nell’arduo compito di tradurre uno dei grandi classici della letteratura di sempre: il Faust di Johann Wolfgang von Goethe.
Ma andiamo con ordine.

Nel 1832 il celebre poeta tedesco dà alle stampe la seconda parte del suo capolavoro – in realtà la terza, se si conta anche il giovanile Urfaust – chiamandola semplicemente Faust. Zweiter Teil. Faust, seconda parte. Qui Goethe riversa tutto il suo amore per il classicismo, che in questo periodo si contrappone fortemente al romanticismo che sta conquistando l’Europa: come meglio testimoniare l’amore per i classici se non inserendo come personaggio femminile la mitologica Elena dei poemi omerici?

Ne è passato di tempo dall’Iliade e l’Odissea, e tanti altri autori hanno riscritto il personaggio: la Elena del Faust soffre dell’abuso letterario che è stato fatto di lei. In un punto dell’atto terzo la donna è pressata dal personaggio di Forciade che le ricorda i passati splendori ed amori attingendo alle varie versioni del suo mito, riportandole alla memoria anche di quando si fece vedere contemporaneamente a Troia e in Egitto. Goethe si diverte a ripescare una storia raccontata da Erodoto su Elena e a fonderla con gli eventi dei drammi omerici – di molti secoli precedenti – ma anche a reinventare il personaggio per la propria opera. Ad Elena tornano alle mente varie memorie di vita, a seconda dell’autore che l’ha scritta, e quando le viene ricordato Achille che (secondo un’altra variante ancora del mito) fuggì dal mondo delle ombre per congiungersi con lei, Elena esplode di dolore:

«Ich als Idol, ihm dem Idol verband ich mich.
Es war ein Traum, so sagen ja die Worte selbst.
Ich schwinde hin und werde selbst mir ein Idol
».

Come tradurre in italiano lo sfogo di un personaggio che si rende conto di essere stato null’altro che un sogno di qualcun altro?

«Io, come larva, a lui larva mi avvinsi.
Fu sogno. E già lo dicon le parole.
Svengo. E larva son fatta agli occhi miei».

Così il germanista romano Vincenzo Errante traduce durante la Prima guerra mondiale, seguito nel 1965 da Giovanni Vittorio Amoretti («Come larva mi unii a lui larva»). Cos’è una “larva”, accantonando il significato entomologico?

«Credesi originata questa voce da Lares, – ci spiega il dizionario Barberi del 1839 – con tal differenza, che i Lari erano benefici e protettori delle case, laddove la Larva era un Genio errante e malefico che, prendendo forme orribili, incuteva spavento e terrore.» Larva era anche il nome della maschera che copre il volto: lo sa bene il buon vecchio Rigoletto verdiano, quando canta «Ch’io pur mi mascheri, / A me una larva!». Un’immagine finta che diventa reale addosso al nostro volto, una “fantasia”… ed infatti, sempre a detta del Barberi, “larva” ha come sinonimo “fantasima”.

Elena secondo Evelyn de Morgan

L’Idol di Goethe non è proprio l’idolo come noi oggi lo intendiamo, qualcosa o qualcuno che viene amato e rispettato, bensì un ritorno al senso “biblico” del termine greco είδωλον, èidolon, che sta ad indicare qualcosa che si mostra (proprio come il φάντασμα, fàntasma, di cui è sinonimo), ma virato in negativo. Basti ricordare l’Esodo (20,4), «non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo», perché l’idolo è un’immagine ingannatrice, una rappresentazione menzognera della realtà. Ce lo confermano i Salmi (114,4-8),

«Gli idoli […] hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono. […] Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida.»

L’idolo è immagine vuota, ma attenzione: è materia concreta. È anzi l’immagine che si concretizza e quindi tradisce il significato dell’immagine che sta imitando: l’èidolon è insomma una fantasima, cioè un’idea che appare nella mente (fàntasma) ma che si mostra all’esterno (èidolon). E lo capisce bene il genovese Giuseppe Gazzino quando a metà Ottocento per primo traduce in italiano il Fausto, così rendendo l’accorato sfogo di Elena:

«Io, fantasima, stringomi ad esso lui, fantasima del pari;
era quello un sogno, le stesse parole ne fanno fede:
io mi svengo, e addivengo per me stessa un fantasima».

Ich als Idol, grida Elena, ma anche ein Traum, un sogno: la fantasima della notte, il nightmare, l’incubo, ma anche il sogno. «Le stesse parole ne fanno fede», lo dicono le parole stesse: Goethe sa perfettamente che sta giocando con l’incubo, l’idolo e la fantasima, che sta camminando su un filo lessicale, ma ne ha bisogno per rendere il profondo sconforto di un personaggio che all’improvviso e in modo deflagrante perde il contatto con se stesso e diventa idolo ai propri stessi occhi: la storia di Elena, nata dalla fantasia degli scrittori, diventa fantasma per lei stessa, la quale capisce di essere null’altro che personaggio, null’altro che immagine. Null’altro che una fantasima.

«Quando Elena si sveglia, accetta la sua esistenza di finzione»

Così Barbara Laman nel 2004 rende alla perfezione il gioco letterario di un personaggio che prende coscienza della propria irrealtà.


In questo saggio siamo partiti da un antico termine sassone, nachtmarë, storpiato dal popolo per scacciare il demone notturno che ne prese il nome, nightmare. Viaggiando nei modi con cui si è cercato di tradurlo abbiamo scoperto il mondo dell’apparenza: l’idolo, che è sinonimo di larva (maschera), che è sinonimo di fantasma. Che sia forse questo il vero nightmare, il vero incubo: che tutto è immagine, apparenza?

Abbiamo incontrato lo sfogo della Elena di Goethe, il suo dolore nel rendersi conto di essere null’altro che un idolo, una finzione letteraria. Ma è il nostro sconforto, non solo quello di Elena: e se fossimo tutti noi idoli di noi stessi? Se fossimo noi i nostri incubi? Non ci costruiamo forse tutti un’immagine di noi stessi che cerchiamo di rendere reale? Non viviamo forse in un mondo di immagini che aspirano alla realtà e, se ci riescono, le chiamiamo idoli? Se fossimo noi null’altro che fantasime, cavalle della notte che corrono con le loro nove compagne?

Preferiamo non pensare a queste cose, preferiamo voltare le spalle allo sfogo di Elena e indossare una larva, sperando che una maschera non faccia notare che siamo maschere anche noi. Forse i latini l’avevano capito meglio di chiunque altro, e alla maschera utilizzata dagli attori teatrali avevano dato un nome ben preciso: persona.


Il ciclo è finito, ma se volete ecco un aggiornamento sulla questione linguistica dell’incubo in Italia.

L.

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3 commenti

Pubblicato da su luglio 20, 2018 in Indagini, Linguistica

 

3 risposte a “Tradurre l’incubo 4. La larva

  1. Ivano Landi

    luglio 20, 2018 at 8:00 am

    Roberto Calasso, che nel suo “Le nozze di Cadmo e Armonia” dedica molto spazio a Elena, traduce sempre con “simulacro”.
    Per esempio, a pagina 396: “…per i Greci, come per i Troiani, Elena era stata il pericolo del simulacro. Vivere con il simulacro è rovinoso, ma nessuna delle due parti aveva voluto rinunciarvi. Per il simulacro si erano battuti. E ora il simulacro continuava a minacciare e incantare la vita, in Grecia.”

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      luglio 20, 2018 at 8:05 am

      E’ una splendida traduzione, una parola che va ad unirsi al gruppo di quelle che indicano immagini non vere, simulate appunto.

      "Mi piace"

       
  2. Conte Gracula

    luglio 20, 2018 at 10:32 am

    Povera Elena: ha raggiunto una Gnosi affine a quella di certe tradizioni orientali, ma nessuna cessazione del dolore…

    Bel post, prontamente girato a chi di dovere 😉

    Piace a 1 persona

     

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