RSS

Tradurre l’incubo 2. La Versiera

02 Lug

Sul mio blog Il Zinefilo ho iniziato una serie di recensioni che, venerdì dopo venerdì, presenteranno l’intero ciclo di film di Nightmare, con traduzioni esclusive e racconti dietro le quinte. Mi sembra quindi il momento giusto per presentare anche qui nel blog una mia vecchia “indagine” su questa misteriosa parola.

Quando il film di Wes Craven è arrivato in Italia, nel 1985, la parola nightmare non era così nota com’è oggi, così come la stessa lingua inglese non l’ha pienamente accettata a livello popolare se non in tempi recentissimi, rispetto alla grande antichità del termine. Quello che propongo non è un viaggio nella natura di questa parola – visto che non è molto facile da ricostruire neanche per i linguisti – bensì un problema molto più nostrano.

Quando nell’Ottocento è esplosa in Italia la passione per Shakespeare, è nata l’esigenza di tradurre il termine nightmare che il poeta usò una sola volta in tutta la sua intera opera. Qual è la traduzione italiana di nightmare? Se avete già risposto… avete sbagliato!

Vi invito ad un viaggio pieno di sorprese, per scoprire la grande ricchezza della lingua italiana… completamente spazzata via nel Novecento!

Come sempre, se non vi va di aspettare le varie puntate dello speciale, potete scaricare subito l’eBook gratuito. Se invece volete saltare all’aggiornamento di questa indagine, ne ho parlato qui.


Nightmare
Tradurre l’incubo


La Versiera

Quando nell’Ottocento gli italiani si trovano nella condizione di dover tradurre il nightmare, nascono dei problemi: come rendere qualcosa che neanche gli inglesi sanno ancora identificare bene?

Il problema nel nostro Paese si è posto molto tardi perché l’opera shakespeariana è stata praticamente sconosciuta per quasi due secoli. Quando a metà del Settecento Voltaire criticò fortemente l’opera del drammaturgo britannico, si alzò il grido di Giuseppe Baretti – un titano del nostro Paese, che come tutti i nostri titani è stato dimenticato – che scrisse un’accorata difesa di Shakespeare, tanto che i distratti teatranti italiani si posero una domanda: perché non mettiamo in scena anche noi le opere di questo tizio inglese? Nessun problema, ma al pubblico italiano bisogna parlare in italiano, e qui nasce un bel problema: come tradurre quella strana filastrocca del Re Lear?

«He met the Night-Mare / and her nine foals»

Ha incontrato… cosa?

Come ci racconta Leonardo Bragaglia nel suo Shakespeare in Italia (2005), delle sperimentali rappresentazioni di fine Settecento si è purtroppo persa traccia, ma in seguito abbiamo una buona panoramica dei tentativi dei traduttori italiani, i quali fanno un ragionamento chiarissimo: nightmare, che sia il demone notturno sassone dell’immaginario popolare o che sia la patologia medica dell’oppressione notturna, ha un perfetto corrispettivo nel latino medievale. Incubus, non si scappa. Sin dalla nascita della lingua italiana l’“incubo” è tanto demone notturno che oppressione del sonno: combacia alla perfezione.

Non ha quindi dubbi Michele Leoni quando, nella Verona del 1821, presenta in italiano la corposa opera shakespeariana. Nel volume XI troviamo il Re Lear e la sua filastrocca:

«Tre volte s. Withold traversò la pianura,
E incontrò l’incubo e la sua compagna:
Le ordinò di scendere,
E d’impegnar la sua fede.
Ti allontana, o strega: ti allontana!».

Ecco la traduzione della “formola magica” (come la chiama il Leoni in nota) nella sua prima veste italiana.

Ma… e la “cavalla della notte”? Con buona pace di Füssli e Borges, che amarono quest’immagine, nessun traduttore italiano ci ha mai pensato. L’unica soddisfazione arriverà da Igina Tattoni, che nel 2003 per Donzelli traduce La leggenda di Sleepy Hollow – ristampato poi come Il mistero del cavaliere senza testa – e coglie alla perfezione la citazione shakespeariana che l’autore Washington Irving nel 1820 inserisce nel testo.

«Nel circondario abbondano leggende locali, luoghi abitati dagli spiriti e vaghe superstizioni; si vedono stelle cadenti e meteore luminose più spesso che in qualunque altra parte della regione, e la giumenta notturna con tutti i suoi nove compagni (night mare and her nine folds)».

*

I traduttori italiani ottocenteschi non hanno problemi sull’uso di un termine all’epoca ancora poto noto come “incubo” per nightmare, distratti come sono da un altro bel problema: come tradurre quel curioso her nine foals oppure folds?

Come abbiamo visto il Leoni si inventa una fantomatica “compagna” dell’incubo, mentre Giulio Carcano (Napoli 1854) traduce

«E a lui d’incontro l’Incubo venìa
Co’ nove figli suoi».

Sembra una traduzione decisamente più fedele, ma qualche anno dopo ritorna il tema della compagna:

«Scontrossi nell’incubo e nella sua amica»,

traduce Carlo Rusconi (Torino 1859).

The Nightmare, with her whole ninefold
Illustrazione di Arthur Rackham per
The Legend of Sleepy Hollow (1928)

Intanto la scelta di usare l’incubus medievale piace così tanto che attraversa le Alpi: quando nel 1872 François-Victor Hugo (figlio del celebre Victor) si impegna nella traduzione francese dell’opera omnia shakespeariana (Œuvres complète de Shakespeare), ne Le Roi Lear troviamo la particolarissima espressione

«Il rencontra l’incube et ses neuf familiers».

Per quanto ampiamente attestato, il francese incube non è di uso comune e gli è di gran lunga preferito cauchemar, quindi il buon Hugo-figlio sta percorrendo la stessa via italiana: tradurre una parola popolana con un termine “illustre”.

Intanto passa il tempo e non mancano traduzioni italiane assolutamente alternative.

«La diavolessa incontrò e le sue nove compagne»

scrive a sorpresa Agostino Lombardo (Verona 1973). Che sia femminile è finalmente un’idea azzeccata: come abbiamo visto nel capitolo precedente, il marë sassone era il nome femminile del demone Mårt. Sulla stessa linea troviamo Cesare Vico Lodovici che, quando traduce il Re Lear per Einaudi nel 1956, aggiunge qualcosa di molto importante.

«Finché non incontrò / con le nove compagne la Versiera».

E ora… cos’è questa Versiera?

Il Lodovici è andato a pescare un termine italiano dimenticato da molto tempo, una contrazione di “aversiera”, che sarebbe la versione femminile dell’Avversiere: visto che quest’ultimo è l’avversario dell’uomo, cioè il diavolo, la Versiera è un modo come un altro per dire diavolessa. Ma c’è qualcosa di più. Sin dall’Ottocento il Dizionario della Crusca ci informa che Versiera è un termine usato a Firenze per indicare quello che a Roma viene chiamato Lupo Mannaro. Non stiamo parlando della licantropia che tanto affascina scrittori e cineasti moderni, ma di demoni inventati dal popolo a mo’ di spauracchi per i bambini, i quali bambini poi per scongiurare detti demoni inventano filastrocche scaramantiche. E qui scopriamo che il Lodovici ha fatto il primo grande passo per una traduzione fedele: invece del medievale e dotto “incubo” ha scelto un termine popolano, nato dalle stesse leggende che hanno alimentato il nightmare di Shakespeare.

Maria Gaetana Agnesi

È davvero curioso notare che proprio come nightmare anche la Versiera ha un’accezione popolana e una colta. Tratta dal latino vertere, “girare”, la versiera è anche il nome di una curva geometrica. L’ha studiata a fondo e l’ha codificata la settecentesca Maria Gaetana Agnesi – matematica talmente apprezzata all’epoca da essere considerata la Ipazia italiana, e come tutti i personaggi di spicco italiani anch’essa dimenticata – tanto che ancora oggi viene comunemente chiamata la “versiera di Agnesi”, sebbene fosse già nota a Fermat nel 1666.

Per una coincidenza davvero singolare, nello stesso momento in cui gli italiani si stanno scervellando per tradurre l’inglese nightmare, gli inglesi ammattiscono nel tentar di tradurre la “versiera” dei testi di geometria della Agnesi. I traduttori anglofoni si informano e scoprono solo l’accezione popolana del termine, e così la curva geometrica nota come “versiera di Agnesi” è ancora oggi attestata in lingua inglese come… The Witch of Agnesi, “la strega di Agnesi”!

Povera Maria Gaetana: dimenticata dagli italiani e considerata una strega dagli inglesi…

I traduttori dovrebbero sempre stare attenti alla vita segreta delle parole: anche le più blasonate ed autorevoli hanno una doppia esistenza che spesso sfugge ai dizionari. L’incubus del Medioevo latino è parola di grande autorevolezza, che abbonda in tutti i manuali dedicati al sonno o alla stregoneria, ma proprio questo sfugge ai primi traduttori di Shakespeare, che avrebbero dovuto chiedersi come mai i padri della lingua italiana – Dante, Petrarca e Boccaccio – non la usarono mai. Forse che non si facevano brutti sogni nel Trecento? Visto che ovviamente li facevano, come li chiamava il popolo? Quel popolo che non aveva accesso ai manuali e ai dizionari che parlavano di “incubo”.

Ci sono stati traduttori italiani che si sono resi conto di tutto questo. C’è stato almeno un traduttore di Shakespeare che ha deciso di fare una ricerca approfondita in groppa alla “cavalla della notte” chiamata nightmare. Un traduttore che ha viaggiato nella lingua italiana fino a trovare il perfetto equivalente shakespeariano nel nostro Paese, fino a trovare il vero nome italiano dell’incubo…

(continua)

L.

– Ultimi post simili:

Annunci
 
6 commenti

Pubblicato da su luglio 2, 2018 in Indagini, Linguistica

 

6 risposte a “Tradurre l’incubo 2. La Versiera

  1. Conte Gracula

    luglio 2, 2018 at 3:03 pm

    La strega di Agnesi XD favolosa!
    Immagino che versiera come lupo mannaro abbia un legame con l’espressione versipelle 🙂
    E anche questo lo giro alla mia amica 😉

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      luglio 2, 2018 at 3:05 pm

      Le etimologie dell’epoca definiscono versiera come contrazione di “avversiera”: versipelle di cosa è contrazione? Onestamente non l’ho mai sentito…

      Mi piace

       
      • Conte Gracula

        luglio 2, 2018 at 3:11 pm

        Se non ricordo male, è la definizione di quelle streghe che, con unguenti magici, si liberano della pelle umana come se fosse un vestito, per trasformarsi in animali. Credo di averlo beccato anni fa in un Mammut della Newton Compton sui lupi mannari.

        Piace a 1 persona

         
      • Conte Gracula

        luglio 2, 2018 at 3:13 pm

        Poi è passato nella lingua comune per trasformisti sociali e voltagabbana, ma dubito si usi ancora 😛

        Piace a 1 persona

         
  2. Ivano Landi

    luglio 3, 2018 at 5:56 pm

    Davvero intriganti tutti questi bisticci linguistici. Ma devo anche dire che, a dispetto dell’aver quasi sempre vissuto in provincia di Firenze e dell’origine contadina della mia famiglia, è la prima volta in vita mia che sento parlare della versiera.

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      luglio 3, 2018 at 5:59 pm

      Ci sono tantissimi termini attestati dai dizionari regionali fino all’inizio del Novecento, tutti scomparsi per lasciar spazio ad una sola parola, “incubo”. Da quindi un secolo ormai tutte le varianti locali sono uscite dalle fonti: forse rimarrà qualche eco, ma ormai sono tutti ufficialmente scomparsi.

      Mi piace

       

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: