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Tradurre l’incubo 1. La Cavalla della Notte

25 Giu

Sul mio blog Il Zinefilo ho iniziato una serie di recensioni che, venerdì dopo venerdì, presenteranno l’intero ciclo di film di Nightmare, con traduzioni esclusive e racconti dietro le quinte. Mi sembra quindi il momento giusto per presentare anche qui nel blog una mia vecchia “indagine” su questa misteriosa parola.

Quando il film di Wes Craven è arrivato in Italia, nel 1985, la parola nightmare non era così nota com’è oggi, così come la stessa lingua inglese non l’ha pienamente accettata a livello popolare se non in tempi recentissimi, rispetto alla grande antichità del termine. Quello che propongo non è un viaggio nella natura di questa parola – visto che non è molto facile da ricostruire neanche per i linguisti – bensì un problema molto più nostrano.

Quando nell’Ottocento è esplosa in Italia la passione per Shakespeare, è nata l’esigenza di tradurre il termine nightmare che il poeta usò una sola volta in tutta la sua intera opera. Qual è la traduzione italiana di nightmare? Se avete già risposto… avete sbagliato!

Vi invito ad un viaggio pieno di sorprese, per scoprire la grande ricchezza della lingua italiana… completamente spazzata via nel Novecento!

Come sempre, se non vi va di aspettare le varie puntate dello speciale, potete scaricare subito l’eBook gratuito. Se invece volete saltare all’aggiornamento di questa indagine, ne ho parlato qui.


Nightmare
Tradurre l’incubo


Introduzione

Ancora negli anni Ottanta del Novecento era comune fra i bambini una filastrocca, attestata in varie versioni ma che suonava all’incirca così:

«Ponte ponente ponte pi
tappe tapperugia».

Nessuno aveva idea di cosa volessero dire quelle parole, perché tutti i bambini che la cantavano – compreso chi scrive – ignoravano che stavano ripetendo una maccheronica traduzione fonetica di una filastrocca francese:

«Pomme de reinette et pomme d’api
tapis tapis rouge
».

Così come ignoravano di star stendendo un “tappeto rosso” (tapis rouge) a due celebri qualità di mele francesi: la mela renetta e quella appiola.

Immaginiamo che io all’epoca avessi scritto un romanzo, un’opera giovanile rivalutata in seguito e divenuta un bestseller, con all’interno riportata la suddetta filastrocca di italiano maccheronico; immaginiamo che dato il successo dell’opera fosse entrato nella lingua italiana il termine “tapperugia”: cosa ne penserebbero gli studiosi della posterità? Immaginiamoli in un lontano futuro, quando ormai la versione italiana della filastrocca sarà andata dimenticata, quei recensori e studiosi che finirebbero per affermare:

«Il termine “tapperugia” risale alla celebre opera giovanile di Lucius Etruscus, anche se lo usò una volta sola e non lo ripeté mai nei suoi molti altri scritti.»

In mancanza di altre fonti, chi può dare loro torto? Ma è solo l’inizio del problema, perché per questi studiosi del futuro il vero dramma è: come tradurre “tapperugia” in un’altra lingua?

Questo esempio paradossale curiosamente illustra alla perfezione il vero destino subìto dalla parola inglese nightmare, praticamente ignota ai primi che la usarono e fonte di grandi problemi per i primi italiani che ebbero la fatalità di tradurla.


La Cavalla della Notte

Il termine nightmare in sé è molto antico e affonda le radici nella cultura sassone, quando il demone Mårt vedeva il suo nome declinato anche al femminile in marë: l’attività del demone era quella di sedere nottetempo sul petto dei dormienti togliendo loro respiro e libertà di movimento, provocando anche orribili visioni. Secondo Kuhn e Schwartz (Norddeutsche Sagen, 1848), nella letteratura sassone è facile trovare riferimenti a questo demone notturno (nachtmårt) anche in versione femminile (nachtmarë). Il nome del demone si perde e visto che mare in inglese vuol dire “cavalla”, ecco che in alcuni nasce l’idea di concepire il britannico nightmare come la poetica immagine di una “cavalla della notte”.

Volle così intenderlo il celebre pittore svizzero Johann Heinrich Füssli – ben noto per alcuni suoi dipinti ispirati dalle opere di Shakespeare – che rappresentò in più occasioni quello che nella sua lingua era il nacthmahr. Lo divideva in due mostri separati: un piccolo essere sul petto di una donna che applicava la demoniaca oppressione (martröð in sassone, che diventa in inglese martride, termine che suona proprio come “cavalla che galoppa”) ed una vera e propria cavalla (mare) affacciata alla finestra, anche se in un caso appare solo il suo sedere, mentre fugge via. Una versione di questo dipinto è talmente celebre che il regista britannico Ken Russell ha voluto ricrearla “dal vivo” nel suo film Gothic (1986).

Kiran Shah (Guinness dei Primati come “stuntman più piccolo” del cinema) e Natasha Richardson
in un celebre fotogramma dal film Gothic (1986) di Ken Russell

Alcuni ricercatori di Zurigo hanno recentemente sottolineato che Füssli è stato l’artista che più di tutti abbia saputo rendere i sintomi del disordine del sonno, e si sono chiesti come abbia fatto ad identificarli così bene visto che non sembra abbia mai sofferto di alcuna patologia simile (Neurological Disorders in Famous Artists, Karger 2007). In realtà l’artista non faceva altro che rifarsi alla vasta letteratura medica esistente dal Cinquecento in poi, che descriveva il nightmare esattamente come lo vediamo nei dipinti di Füssli… ad esclusione del cavallo, personale aggiunta dell’autore. Ma il pittore svizzero non è stato l’unico a dare questa interpretazione dell’“incubo”.

Bozzetto per uno dei Nightmare di Füssli

Nelle conferenze che tenne in giro per il mondo, nel corso di molti anni, l’argentino Jorge Luis Borges trovava sempre il modo di tirar fuori l’immagine della “cavalla della notte”, immagine che egli amava molto. Per non attribuirsi il merito, egli ne identificava sempre la paternità in Victor Hugo, il quale

«in una delle sue poesie, che fa parte delle Contemplations, credo, egli parla di le cheval noir de la nuit, “il cavallo nero della notte”, l’incubo»
(da “L’incubo”, raccolto in Sette notti, 1980).

Chi conosce il Maestro argentino sa che egli non “credeva”: o sapeva o non sapeva. Di solito quando aggiungeva un “credo”, come in questo caso, poteva voler dire che stava inventando. Visto che né in Contemplations né in alcuna altra opera nota Hugo pare aver mai usato quell’espressione, i casi sono due: o Borges ha avuto accesso a testi di Hugo poco noti (il che è possibilissimo) o si è inventato la citazione (il che è ancora più possibile e per nulla raro nell’opera del poeta di Buenos Aires, amante delle ficciones).

Borges era invece sicurissimo di una cosa: il suo autore preferito, William Shakespeare, ha usato una volta sola il termine nightmare. Di nuovo abbiamo l’ingrato compito di fare i conti in tasca al Maestro argentino e addirittura rettificarlo: Shakespeare non usò mai quel termine coscientemente… perché probabilmente ne ignorava il significato.

*

Nel Re Lear, scritto probabilmente nei primi anni del 1600, durante un discorso di Edgardo (atto terzo, scena quarta) troviamo il testo di una filastrocca dedicata al fantomatico San Withold, dove ad un certo punto leggiamo:

«He met the Night-Mare / and her nine foals».

È noto che questa frase non sia opera di Shakespeare: il drammaturgo non ha fatto altro che riportare una filastrocca propiziatoria (night-spell) nota ai suoi tempi e che risaliva alla cultura sassone del demone notturno nachtmarë.

Riportare in drammi e racconti filastrocche popolari, nate – come il citato ponte ponente – dall’ignoranza popolana, è usanza antica. Si usava già dal XIII secolo, e alla fine del Trecento il celeberrimo Geoffrey Chaucer nel secondo dei Racconti di Canterbury cita la filastrocca del “bianco Paternoster” proprio in un periodo in cui i teologi si scagliavano contro l’uso popolano di figure religiose per usi scaramantici, quindi pagani.

«Gesù e San Benedetto
liberate questo tetto
dagli spiriti maligni!
E tu, sorella di San Pietro,
la nera notte manda indietro
con un bianco Paternoster»

(vv. 3483-3486, traduzione di Ermanno Barisone, UTET 1981).

Gli “spiriti maligni” citati da Chaucer sono la traduzione italiana di un termine vago che cambia a seconda della copia manoscritta dell’opera, ma che è abbastanza facile da capire: nyghtesuerye, o nyghtes verray o nyghtes mare.

Chaucer e Shakespeare, a più di duecento anni di distanza, non fanno altro che riportare parole non loro, storpiate dall’uso popolare – che intanto aveva trasformato il sassone nachtmarë nell’inglese nightmare – che formano un anatema contro gli spiriti notturni che ha equivalenti in tutta Europa. Ma visto che in Shakespeare il termine nightmare è subito seguito da her (quindi è femminile) nine foals, i recensori come Borges non resistono alla perfetta immagine poetica: “la cavalla della notte e i suoi nove puledri”. Peccato che le cose non siano così semplici.

*

Nel 1623 John Heminge e Henry Condell raccolsero dagli archivi dei teatri e dai cassetti dei collezionisti tutti i copioni di scena che potevano in qualche modo essere fatti risalire alla firma William Shakespeare, morto da pochi anni. Il loro intento era di pubblicare l’opera completa di un drammaturgo che in realtà nessuno sembrava aver conosciuto di persona, e di cui non esisteva altro che qualche testo pubblicato illegalmente, quindi di non chiara origine. Malgrado cercarono di riordinare le cose, molto sfuggì al lavoro dei due curatori, e per almeno un secolo girarono varie versioni delle opere shakespeariane.

Visto che la citata filastrocca – dedicata, secondo il settecentesco Thomas Tyrwhitt, al martire milanese San Vitale, storpiato in Withold per questioni di rima (Saint Withold / footed thrice the wold) – si rifà ad un bagaglio culturale perduto ed è piena di parole storpiate, è facile trovare copie con versioni discordanti (Swithold footed thrice the old). Ecco che quindi dopo aver fatto “per tre volte il giro del mondo”, questo storpiato San Vitale incontra sì il… anzi, “la” nightmare ma a volte accompagnata dai suoi nove puledri (her nine foals), a volte da nove pieghe (her nine folds) e a volte ancora addirittura si limita a rivelare il suo nome (her name told), con buona pace del povero Borges che deve rinunciare dunque all’immagine della cavalla della notte.

Visto che la nebbia ricopre questo strano Withold, scritto in modo diverso ad ogni copia dell’opera ritrovata – St. Withold, Swithold, Swithald e via dicendo – e ciò che ha incontrato – è attestata l’esistenza della scritta night-moore invece che night-mare – la domanda è: come si può capire un testo così impreciso e insicuro?

Di certo non lo capiscono neanche gli inglesi dell’epoca, visto che nightmare non è una parola di uso comune ancora nel Settecento: figuriamoci ai tempi di Shakespeare! Quando l’autorevole William Warburton commentò l’opera del drammaturgo britannico agli inizi del ’700, per spiegare la filastrocca del Re Lear disse che era una cantata popolare «against the Epialtes». Perché per scrivere “contro gli incubi” ha dovuto scomodare una parola arcaica come Epialtes? (Dal greco εφιάλτης, efiàltes: esiste anche l’italiano efialte, ma è termine davvero raro da trovare.)

*

Come dicevamo, ancora nel Settecento il termine nightmare non è di uso comune: è un termine tecnico che indica tanto il citato demone sassone che «A morbid oppression in the night, resembling the pressure of weight upon the breast»: un’orribile oppressione notturna, simile alla pressione di un peso sul petto, come scrive il dotto Samuel Johnson nel suo Dictionary of the English Language (1755), opera che godette di autorità assoluta fino all’arrivo del dizionario di Oxford. Un profondo conoscitore della lingua inglese come Johnson avrà avuto modo di studiare bene i testi della sua epoca e di quelle precedenti: chi citerà come miglior rappresentante dell’uso del termine nightmare? Incredibile: la sua fonte è William Shakespeare, che neanche è sicuro abbia scritto nightmare o nightmoore!

Da un Re Lear del 1787

Però il Dictionary cita anche il medico e scrittore scozzese John Arbuthnot (1667-1735), il quale annoverò tra i sintomi dell’apoplessia – oltre a vertigini, rumori nelle orecchie e quant’altro – anche «the night-mares». Dagli inizi del Settecento questa sintomatologia la si ritrova in numerosissime pubblicazioni mediche: la attesta anche l’Encyclopædia Britannica dal 1771 in poi. L’autorevole ed indiscutibile Encyclopædia chissà quante fonti avrà avuto modo di vagliare per studiare il termine night-mare… E invece cita solo il medico Arbuthnot…

Insomma, fino all’Ottocento soltanto due persone sono divenute famose per aver usato la parola nightmare nella lingua inglese: William Shakespeare, che probabilmente non la conosceva nemmeno e si limitava a riportare un’imprecisa filastrocca di tempi dimenticati, e John Arbuthnot, per il quale era semplicemente uno dei sintomi dell’apoplessia. Come si traduce in italiano una parola del genere?

La risposta porta a risultati incredibili.

(continua)

L.

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5 commenti

Pubblicato da su giugno 25, 2018 in Indagini, Linguistica

 

5 risposte a “Tradurre l’incubo 1. La Cavalla della Notte

  1. Ivano Landi

    giugno 25, 2018 at 8:34 am

    Bella cavalcata, per restare in tema. Ma perché ho la netta impressione di averla in parte già vissuta proprio su queste pagine?

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      giugno 25, 2018 at 9:07 am

      Tempo fa ho pubblicato un “aggiornamento” con alcune chicche trovate nel frattempo, e avevo riassunto il contenuto di questo viaggio. Visto però che mi piace riportare qui le mie vecchie indagini, per non lasciarle in ebook polverosi, ne approfitto per presentare tutta la “cavalcata” per intero ^_^

      "Mi piace"

       
  2. Conte Gracula

    giugno 26, 2018 at 7:45 am

    Adesso potrò bullarmi con gli amici di conoscere l’origine di ponte ponente ponte pi ^^
    Articolo gustoso, so già a chi girarlo 😉

    Piace a 1 persona

     

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