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Instinct (2018) L’itanglese televisivo

07 Mag

Quando inizia una serie televisiva che parte da un libro e con protagonista uno scrittore di libri, che deve vedersela con crimini nati da un libro, ovviamente i miei “sensi pseudobiblici” vibrano a non finire: quindi devo vedere questa serie.
Sto parlando di “Instinct“, la serie che RAI2 sta trasmettendo a circa un mese di distanza dall’uscita americana.

Una scritta addirittura tradotta in italiano ci informa, nel logo del titolo, che questo titolo è «tratto dal romanzo “Murder Games” di James Patterson e Howard Roughan», e già questo mi fa storcere il naso.
James Patterson è un signore di 71 anni che ha scritto tipo mille milioni di romanzi, negli ultimi decenni sempre affiancato dal nome di un altro autore: il mio sospetto è che Patterson, il cui nome da solo vende milioni di copie, sia giusto un “padre nobile” che lascia spazio a nuovi autori di scrivere i loro thriller. Quindi Murder Games è un romanzo scritto dal solo Howard Roughan? Non importa chi l’abbia scritto, quando c’è Patterson di mezzo ogni nome scompare: ricordo che lui appare in persona – nel ruolo di se stesso – nella serie televisiva “Castle“, il cui immaginario autore Richard Castle campeggia in copertina di romanzi – usciti anche in Italia – di cui si ignora il vero autore.

Insomma, quando c’è Patterson in giro c’è forte odore di “gioco letterario”, quindi sarò scusato se non credo assolutamente che la serie sia tratta da quel romanzo, cioè da un libro uscito nel 2017 a meno di un anno dalla messa in onda del primo episodio. Quand’anche fosse stato un bestseller immediato – cioè nel giro della prima settimana – non sono convinto che rimanesse il tempo per organizzare una serie televisiva di prima qualità: credo che, come spesso accade, sia tutta un’operazione a tavolino, con un romanzo pensato e scritto unicamente come “trailer” della serie TV.
Perché, lo ripeto sempre, tutto nasce sempre da un libro…

Nel primo episodio – “Carte mortali“, trasmesso originariamente il 18 marzo 2018 e giunto sulla RAI l’8 aprile 2018 – facciamo la conoscenza di Dylan Reinhart (interpretato dal sempre bravo e simpatico Alan Cumming), super-agente della CIA che un giorno ha avuto una bella pensata: utilizzare le sue conoscenze sul comportamento umano per scrivere un romanzo, “Freaks. Serial Killers, Psychopaths, and Statistics Reveal the Myth of Normality“. L’enorme successo del libro spinge Dylan a mollare le investigazioni e a scegliere l’insegnamento, con una vita più tranquilla.
Mentre la sua agente letteraria Joan Ross (Whoopi Goldberg) lo preme per un nuovo romanzo – che Dylan proprio non sa scrivere – un serial killer inizia a perpetrare delitti che sono troppo simili a quelli raccontati nel romanzo Freaks perché sia un caso. Il romanziere dunque si ritrova ad affiancare la detective Lizzie Needham (Bojana Novakovic) nelle indagini: la cosa gli piace e diventa suo partner fisso della serie.

Il dottor Dylan Reinhart e il suo bestseller

Con questa trovata copiata di netto da “Basic Instinct” – a ruoli invertiti, visto che il poliziotto uomo viene a contatto con la romanziera donna per indagare sul perché alcuni crimini siano identici a quelli ritratti nei suoi libri – inizia una serie TV sicuramente spumeggiante e ben recitata, ma che mette subito in chiaro che con i libri non avrà più nulla a che fare. Ecco perché ho messo vicini InstinctCastle, che hanno in comune Patterson: sono tutte e due serie profondamente schiave della serialità più becera, dove un buon soggetto iniziale viene subito annacquato da secchiate di banalità tipiche del mezzo di comunicazione.
Non so se vedrò altre puntate, ma almeno dell’episodio pilota “pseudobiblico” ho voluto rendere conto.

Instinct merita però di essere segnalata per un’altra questione: l’itanglese.

La RAI è la TV nazionale, è la TV italiana: quella stra stanghetta alla fine della sigla, la “I”, sta proprio per “italiana”. Quindi è normale che, come ho citato, i titoli di testa risultino scritti in italiano: siamo in Italia e la rete italiana trasmette in italiano.
Il problema è che in Italia non si parla italiano: si parla itanglese, e il doppiaggio della serie ne tiene conto.

«Un fotografo, un talent scout o qualcosa del genere… Ho un suo flyer

Va be’, talent scout ormai è entrato nella nostra lingua e fa piacere scoprire che i dizionari neanche lo traducono: ogni italiano deve conoscere questa espressione non italiana. Scopritore di talenti? E che roba è? Che brutto. Meglio talent scout.
Ma la chicca è flyer: che accidenti è? Perché nella serie non lo spiegano? Comincio a pensare: fly vuol dire volare, quindi è qualcuno che vola, un volatore, un… volantino! Ma evil deads of yours (mortacci vostra!) perché non avete detto volantino?

Sembra un volantino, invece è un flyer

Per curiosità vado a leggermi i sottotitoli inglesi dell’episodio, e scopro che non è talent scout bensì talent agent: perché hanno “tradotto” un’espressione inglese con un’altra espressione inglese? Semplice, perché talent agent è inglese, talent scout è itanglese.
E comunque la frase è «He left some fliers», che in italiano diventa «Ho un suo flyer»: giustamente la traduzione porta al singolare i plurali…

«L’indole è da considerare alquanto borderline

«Potrebbe avere una doppia personalità, ma individui simili sono borderline

«Tre categorie di disturbo borderline di personalità.»

In un solo episodio di neanche 40 minuti, il secondo, per ben tre volte viene usato il termine borderline senza ovviamente spiegare cosa significhi, nel contesto.

Ecco che di nuovo invece di gustarmi un prodotto di intrattenimento nella mia lingua, mi ritrovo a dover mettermi ad elugubrare: border è il confine, line è la linea, forse intende “linea di confine”? Forse intende “comportamento limite”? E questo che vuol dire, in psichiatria? Cosa fa chi ha un “comportamento borderline” e vive sul confine di uno Stato? A Trieste gli italiani sono tutti borderline?

Questo ignobile termine è entrato profondamente nella lingua e me lo sento ripetere da ogni parte – una mia amica dice bòrdlain – con la soddisfazione di chi ha detto tutto con un’unica parola di cui ignora il significato. Basta dire «È qualcosa borderline» e pare che si sia detta una cosa intelligente, invece è solo itanglese di grana grossa.

Se devo vedere film e telefilm con il dizionario in mano, forse è meglio dimenticare il miglior doppiaggio del mondo e vedere tutto in inglese. Lo so… è un esempio borderline

Chiudo ricordando che nel quarto episodio scopriamo che il dottor Reinhart va a leggere un brano del suo romanzo in una libreria Rizzoli di New York.

L.

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8 commenti

Pubblicato da su maggio 7, 2018 in Linguistica, Pseudobiblia

 

8 risposte a “Instinct (2018) L’itanglese televisivo

  1. Conte Gracula

    maggio 7, 2018 at 7:38 am

    Evil deads of yours è una traduzione un po’ borderline, ma molto bella ^^

    Piace a 1 persona

     
  2. Kukuviza

    maggio 7, 2018 at 12:23 pm

    Quella libreria Rizzoli…mi pare fosse presente nel film Innamorarsi, se non sbaglio. Dev’essere alquanto famosa.
    Traduzioni veramente del piffero. So che flyer si dice ma soprattutto nell’ambiente dei grafici, non è parola di uso così comune tra i non addetti.

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      maggio 7, 2018 at 12:59 pm

      Grafici e tecnici usano davvero una lingua maccheronica da sbellicarsi, e lo fanno con la serietà propria della follia. Tipo “devo apgradare il sistema” o “Ho castomizzato il sito”, roba da menargli col mouse 😀
      Posso capire quando il labiale non consente traduzioni italiane, ma visto che la frase è pronunciata fuori campo, potevano dire “volantino” senza alcun problema.

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  3. zoppaz (antonio zoppetti)

    maggio 7, 2018 at 1:17 pm

    Molto, molto interessante la tua riflessione sull’itanglese e la RAI.
    La televisione ha avuto un enorme ruolo storico nell’unificazione dell’italiano, basta pensare ad Alberto Manzi, con la leggendaria trasmissione “Non è mai troppo tardi”.

    Oggi i canali Rai hanno assunto denominazioni anglicizzate, come Rai movie, Rai Premium, Rai News, Rai Gulp per i bambini. Unica eccezione, nel 2014, l’operazione fatta in sordina e senza pubblicità, forse per le proteste dei cittadini, che ha cambiato il nome a due dei suoi canali dai nomi inglesi, e così Rai International e Rai Educational si sono trasformati in Rai Italia e Rai Cultura. Ma per il resto la lingua della RAI e della televisione è sempre più anglicizzata. Lo stesso vale per molti altri canali in chiaro (Paramount, Real Time) e a pagamento (Discovey Channel, Sky). I palinsesti televisivi sono sempre più affollati di anglicismi nel linguaggio (reality show, talk show, soap opera, fiction, sitcom, pay tv, telemarketing, entertainment, nomination) e anche nei nomi di alcune trasmissioni (Voyager, Tabloid, Report, X-Factor, e persino The Voice of Italy o Italia’s Got Talent) che sempre più spesso sono rifacimenti di programmi acquistati dagli Stati Uniti. E così i mezzi di informazione, dalla tv ai giornali, che un tempo hanno contribuito a unificare la nostra lingua, oggi la stanno depauperando…

    Piace a 2 people

     
    • Lucius Etruscus

      maggio 7, 2018 at 1:21 pm

      Proprio da quando ti leggo faccio più caso a questa deriva inarrestabile, che per esempio prende una parola che fa parte del vissuto storico di tutto noi – volantino – e la trasforma in un ridicolo “flyer”, con velleità fighette. In fondo a tanti italiani piace sentirsi “più in” utilizzando parole itanglesi di cui ignorano il significato, quindi questa tendenza ha sicuramente trovato terreno fertile.
      A questo punto mi chiedo: se “flyer” è volantino, come si chiamerà il bugiardino medicinale? “Lier”? 😀

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  4. zoppaz (antonio zoppetti)

    maggio 7, 2018 at 1:33 pm

    credo che circoli “disclaimer” in itanglese, per vari tipi di avvertenze che potrebbero includere anche i bugiardini, se si vuole essere davvero fighi.

    Piace a 1 persona

     

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