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Annientamento (2018) La crisi della ragione cartografica

23 Mar

Ci sono una biologa, un’antropologa, una topografa e una psicologa… No, non è l’inizio di una barzelletta, bensì di una delle storie più sorprendenti del millennio.
Queste quattro donne non sanno come sono arrivate nell’Area X, ma io so come ci sono arrivato… e soprattutto grazie a chi ci sono arrivato.

Ho l’esigenza fisica di commentare con passione e a fondo il romanzo Annientamento (Annihilation, 2014) di Jeff VanderMeer, ma non me la prenderò se vorrete saltare questa parte (sebbene vi perderete degli spunti che vi invito ad approfondire). Per comodità metto un indice così potete girare meglio per la pagina.
Sottolineo che solamente un 10% del romanzo è finito (male) nel film, quindi raccontando del libro non vi rovino alcun colpo di scena del film. (Anche perché i colpi di scena lì sono talmente banali e scontati che è impossibile rovinarli!)

Tutte le citazioni del romanzo sono tradotte da Cristiana Mennella, a cui vanno i miei complimenti: non dev’essere stato facile tradurre un testo così particolare.


Indice:


Come sono entrato nell’Area X

«Voglio rendere grazie al divino
labirinto di effetti e di cause. […]
Per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce»

Jorge Luis Borges,
Altra poesia dei doni (1963)

La settimana scorsa Evit mi ha manda un tweet con (vado a memoria) una frase del tipo “Annihilation fa per te”, o qualcosa del genere. Io dimentico di rispondere, ma la mia risposta sarebbe stata ben poco ispirata: avrei risposto semplicemente “Cos’è Annihilation?” Dubito stia parlando di Mortal Kombat: Annihilation (1997).
Passa qualche giorno e venerdì 16 marzo leggo la recensione di Cassidy di un film di Alexa Garland che tanti aspettavano: io non lo aspettavo, neanche sapevo chi era Garland finché non ho visto il disarmante elenco dei suoi film, ma lo stesso sono rimasto intrigato. Un film distribuito da Netflix che copia dai migliori? Voglio vederlo!

Però da Cassidy scopro che è tratto da un romanzo, così in attesa di vedere il film comincio a spulciare il libro… Aspetta, ma è pubblicato da Einaudi? Da quando in qua una casa così blasonata tratta la narrativa fantastica? Gli unici Einaudi che ho letto di questo genere sono Su e giù per lo spazio tempo (1984) di Rudy Rucker – un fottuto capolavoro – e La notte del drive-in (1988) di Joe R. Lansdale – un fottuto capolavoro… Ma vuoi vedere che ’sto Annientamento potrebbe essere un buon romanzo?

Vado su Amazon e clicco sull’anteprima gratuita del romanzo.

«La torre, che in teoria non doveva esserci, affonda nel terreno in un punto appena prima che la foresta di pini neri faccia strada alla palude e poi ai canneti e agli alberi contorti delle pianure salmastre. Dietro le pianure salmastre e i canali naturali c’è l’oceano e, un po’ più in là sulla costa, un faro abbandonato. Tutta questa zona del paese è disabitata da decenni, per motivi non facili da raccontare.»

Quello che gli aspiranti romanzieri che infestano Kindle Unlimited coi loro eBook autoprodotti non hanno ben chiaro, è che un incipit scritto come cazzo si deve spinge il lettore a premere su “compra questo libro”. E questo è un incipit scritto come cazzo si deve.

C’è una torre che non c’è, c’è la foresta, c’è l’oceano e pure il faro… ma quanti altri elementi pregni di letteratura servono per capire che questo è un romanzo da leggere?
Prendo l’eBook e da allora è stata un’ossessione: da quel venerdì non sono più riuscito a vivere senza passare ogni istante disponibile a leggere sullo smartphone questo capolavoro.



Un romanzo cartografico

Un momento dopo Alice s’infilava nella tana dietro di lui: non le venne neppure in mente di chiedersi come avrebbe poi fatto a uscire da quel posto.

Lewis Carroll,
Alice nel Paese delle Meraviglie (1865)

Annientamento di Jeff VanderMeer è fra le migliori opere letterarie che ho letto dall’inizio del nuovo millennio, oltre che il romanzo più squisitamente cartografico in cui abbia avuto l’onore di imbattermi.
Perché credo che VanderMeer abbia scritto la prima opera in assoluto capace di rappresentare in modo dettagliato la nuova modernità, la nuova realtà in cui noi viviamo almeno dall’inizio del Duemila. E come ogni realtà nasce da un’immagine, anche questa nuova realtà nasce da un’immagine. Nasce da una mappa. Anzi, dalla fine del dominio della mappa sulla nostra concezione del mondo.

Jeff VanderMeer e il Faro dell’Area X

Come Borges amava ricordare, G.K. Chesterton – il giallista noto per il suo personaggio di Padre Brown – in una poesia del 1927 immaginò che ai confini del mondo vi fosse un albero che è più e meno di un albero, «un albero posseduto da uno spirito», e che ai confini orientali ci fosse un’«altra cosa non precisamente uguale a se stessa, una torre per esempio, dalla forma malignamente deformata» (da A Second Childhood, in “Collected Poems”): queste figure «violente e inesplicabili» racchiudono il nostro mondo. Perciò non stupisce che la protagonista del romanzo ci racconti di una torre che solo lei vede tale, per le altre compagne d’avventura infatti è un tunnel.
Come fa una torre ad essere anche un tunnel? Vi propongo un trucco per capirlo. Prendete un foglio di carta e disegnate una torre, ora rovesciate la carta ed avrete un tunnel. C’è solo un problema: la torre non è sulla carta.

Siamo nell’Area X, una zona interessata da un misterioso Evento che ha creato un ambiente dove le leggi fisiche non sembrano più seguire il corso che noi conosciamo, e dove avvengono fenomeni dalla natura indefinibile: addirittura potrebbe trattarsi di semplice suggestione, indotta nella mente di chi entri in quell’area.
Molte missioni di volontari addestrati hanno provato ad entrare in una zona chiaramente figlia della narrativa tanto di Stanislaw Lem (il cui pianeta-oceano Solaris leggeva nella mente degli esploratori modificando la realtà) quanto dei fratelli Strugatsky (il cui Stalker e la sua misteriosa Zona do per scontato sia fonte letteraria primaria per VanderMeer), ma i più fortunati non sono più tornati indietro. Quelli che sono tornati… non erano più loro. Sembravano aver perso ogni scintilla di umanità.

Cinque donne (solo quattro nel romanzo) pronte a studiare l’Area X
(© 2018 Paramount Pictures)

Armate di fucili e pistole quanto di microscopio – ogni tecnologia digitale è vietata nell’Area X – le quattro scienziate sono state addestrate in ogni senso: la psicologa ha una serie di parole chiave per indurre ipnoticamente le sue compagne a certi comportamenti, se per caso la situazione dovesse mettersi male. E la situazione si mette male sin da subito. Perché la torre non è sulle mappe…

«La topografa e l’antropologa avevano espresso una specie di sollievo quando avevano visto il faro. La sua presenza sulla mappa e nella realtà le tranquillizzava, offriva un punto fermo. Conoscerne la funzione le tranquillizzava ulteriormente.»

Nell’Area X c’è una torre (che è un tunnel) e un faro: solo quest’ultimo è sulla mappa. Come si vede dal testo citato, la presenza sulla mappa dà sicurezza, perché l’autore ha preso quattro personaggi provenienti dalla nostra modernità, quella nata nel 1492 e in vigore fino almeno al 1969, anno in cui mentre erano tutti con la testa puntata verso la Luna e la missione americana che stava per sbarcarvi, due computer per la prima volta dialogavano fra di loro. Nessuno si accorse che quello era il vagito dell’Annientamento della nostra realtà.

Il Faro, con valenze diverse dal romanzo al film

Il geografo Franco Farinelli ci ha insegnato che quando nel 1492 Colombo partì per il suo viaggio attraverso l’oceano lasciava dietro di sé una Terra rotonda, come tutti sapevano sin dalla più lontana antichità: al suo ritorno, il navigatore portava con sé l’Annientamento. Perché da quel giorno la Terra era piatta. La Terra era ora una mappa, e tutto ciò che non era sulla mappa non esisteva.
Da allora, dall’inizio della modernità basata sul tempo e sullo spazio, la mappa è stata l’unica realtà a cui noi abbiamo guardato: l’immagine definiva il reale, la mappa definiva il mondo. E sulla mappa tutto ha un nome e tutto ha una funzione, e tutto ha una forma precisa.
Quella scintilla del 1969 invece ha portato ad un’epoca telematica dove spazio e tempo non hanno più significato, sono stati abbattuti, dove i nomi non hanno più molto valore: ciò che ci indica sono i nickname. Noi post-moderni dunque, ci informa VanderMeer, stiamo vivendo nell’Area X.

«In fondo cos’era una mappa, se non un modo per mettere in luce alcune cose e renderne invisibili altre?»

Nell’Area X il tempo e lo spazio non esistono: si può camminare per giorni in ogni direzione senza apparentemente arrivare da nessuna parte. Nell’Area X non esistono i nomi, infatti nel romanzo mai, neanche di sfuggita, viene usato un solo nome proprio: ognuno è rappresentato dalla propria funzione (cartografica). Nell’area X una torre può essere un tunnel e il faro è sempre più lontano di quello che sembra, quindi è una zona impossibile da rendere su mappa, né qualcuno ci prova. Perché in mancanza di tempo, di spazio e di nomi, la mappa non ha più alcun senso.
Ma noi siamo la cultura della mappa, ogni nostra concezione umana nasce da un’immagine scritta su carta: da millenni ogni nostra cultura nasce da parole scritte su supporti piatti, come possiamo concepire un’Area X dove la realtà sia fluida e non fissa? Rischiamo davvero di non vedere più ciò che ci circonda…

«Vedevo solo quello che avevo visto quando mi ero voltata a guardare il confine durante il tragitto verso il campo base: un nebuloso spazio bianco

Cos’altro serve per capire che le protagoniste sono finite in una mappa vuota, senza più nulla da poterci scrivere?

«Che cosa c’era al di là della mappa?»

La protagonista è giustamente atterrita: che mondo mai potrà esistere al di fuori della nostra ragione cartografica? Sicuramente sarà un mondo pieno di… meraviglie!

Alice davanti al tunnel del Bianconiglio
(Photo by Peter Mountain © 2018 Paramount Pictures)

L’Area X è il Paese delle Meraviglie e la discesa della protagonista nella Torre/tunnel è null’altro che la discesa di Alice nella tana del Bianconiglio. Ma stavolta tutto è diverso. Cosa c’era appeso alle pareti del tunnel sceso da Alice? C’erano carte geografiche, perché per quanto assurdo il Paese delle Meraviglie continuava a rispettare la modernità, a nascere da un’immagine e a dare senso alle mappe. La discesa della biologa non ha più alcun rapporto con la mappa e ciò che incontra è solo una “realtà liquida”, proprio per rifarsi ad un’espressione con cui il filosofo Zygmunt Bauman ha ribattezzato la modernità in cui noi viviamo: una “modernità liquida”.

«Camminavamo lentamente, sorreggendoci alla tabula rasa della parete destra per non perdere l’equilibrio.»

Cos’altro ci serve per capire che VanderMeer sta facendo compiere alle protagoniste una discesa che è l’esatto opposto di quella di Alice? Quest’ultima vedeva alle pareti delle mappe, le nostre scienziate invece sono costrette ad appoggiarsi ad una tabula rasa. Una tavola vuota, il nemico per eccellenza della nostra cultura.

L’ultimo avamposto moderno contro la post-modernità

Cosa esiste in questo nostro mondo moderno che sia privo di spazio e di tempo, in cui i nomi non esistano e la realtà sia costantemente “liquida”? Ovvio: il social network, in questo caso simboleggiato dal Faro. Qui infatti la protagonista trova valanghe di frasi lasciate da precedenti visitatori, strati di parole senza significato che non hanno altro valore se non per chi le ha scritte.

«Così tanti, con tanto bisogno di comunicare cose di poco conto.»

Questa è la modernità liquida, sembra avvertirci l’autore: strati di parole la cui distanza nello spazio e nel tempo non ha importanza, né il nome di chi le abbia scritte. Il Faro non è altro che un archivio di facebook, pieno di parole stratificate che nessuno rileggerà mai.
Ma la protagonista appartiene alla cultura della mappa, che non può concepire un mondo senza più corrispondenze: come cerca dunque di mantenere la propria sanità mentale? Dicendo:

«Pensai che sopra c’era tutto, e sotto non era rimasto niente.»

Quale realtà può mai corrispondere a questa descrizione? Solo la mappa può farlo, la carta sopra la quale c’è il nostro mondo e sotto la quale non c’è nulla.
Per millenni l’uomo ha lottato con “ciò che sta sotto” perché sicuramente è maligno: il prode Ulisse – il primo eroe della cultura occidentale – come è uscito dalla grotta di Polifemo, come cioè ha perpetrato un inganno ai danni di un rappresentante della cultura più antica rispetto all’eroe? Aggrappato al ventre di una pecora: stando cioè sotto ed anticipando quel concetto che nel Medioevo sarà chiamato “soggetto” (sub-iectus, “ciò che sta sotto”), e che alla cultura della mappa serve per calcolare la distanza dall'”oggetto” (ob-iectus, “cio che si vede”).
L’Area X non ha questo passato, non segue queste regole, visto che non esiste lo spazio e non c’è un sotto e non c’è un sopra, quindi non c’è né soggetto né oggetto: concetti inconcepibili per gli umani… così come gli umani sono inconcepibili per l’Area X.

Dalle varie missioni è capitato che dei membri ritornassero a casa, sebbene in realtà non sono mai tornati. Incapaci di rispondere a qualsiasi domanda, confusi e storditi, questi “ritornati” muoiono velocemente di cancro. Non sono chi dicono di essere, sono copie plausibilmente create dall’Area X che però sono “fallate”, in quanto l’entità non capisce il concetto di mappa: gli uomini che ritornano sono mappe sbagliate, cartine in cui i punti non hanno alcuna corrispondenza con il reale e quindi l’opera non ha alcun significato.

Ciò che l’Area X crede sia un essere umano
(© 2018 Paramount Pictures)

Capiamo questo sforzo (vano) di imitazione quando la protagonista trova una maschera in terra, una replica di volto umano che le “restituisce calma”.

«Quella maschera, chissà perché, mi restituì un po’ della calma che avevo perso durante la conversazione con la psicologa.»

È comprensibile quella reazione, perché la mappa è un volto, “la faccia della Terra”, come la mappa di Borges che era così complessa da finire per rappresentare il volto del proprio autore.

«Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.»
Jorge Luis Borges, Epilogo a “L’artefice” (1960)

Il volto è una mappa e quindi ci dà tranquillità, ma trovarla in terra rappresenta ben altro fenomeno: è un tentativo (fallito) dell’Area X di replicare gli ospiti che regolarmente vengono a visitarla, che è come creare una cartina ignorando ciò che si sta ritraendo e il significato dei nomi che si sta scrivendo. Il risultato è un oggetto senza senso, come appunto i “ritornanti”.

Ogni riferimento ad Aliens (1986) e alla sessualità malata di Giger credo sia voluto

Chiudo con un passo che mi rifiuto di credere sia casuale, poche righe che sono più che sicuro VanderMeer abbia ricalcato dal diario di bordo di Colombo alla data dell’11 ottobre 1492, il giorno dell’Annientamento del mondo classico, sostituito dalla modernità.
Prima di dirigersi al faro la protagonista vede un puntino luminoso provenire da quella costruzione:

«Mentre lo osservavo, il bagliore si spostò un pochino in alto a sinistra e si spense, riapparve qualche minuto dopo molto più in alto, poi si spense una volta per tutte. Aspettai che la luce tornasse, ma invano. Per qualche ragione, più la luce restava spenta, più diventavo inquieta, come se in questo strano posto una luce – qualunque luce – fosse un segno di civiltà.»

Nel buio dell’oceano, Colombo per primo affermò di aver visto terra – cioè il Nuovo Mondo – spiegando così come si erano svolti i fatti:

«L’Ammiraglio, alle dieci di sera, stando sul castello di poppa, vide una luce ma fu cosa sì poco certa che non ardì affermare essere terra […]. Dopo che l’Ammiraglio lo disse, detta luce si vide una volta o due ed era come una candelina di cera che si sopiva e si rinfocolava.»
(Diario del primo viaggio, Einaudi 1992)

Come spiegherà in seguito Colombo stesso, pensò che quella luce appartenesse alla candela di una processione, che si spengeva a tratti per via del vento. Esattamente come il navigatore, la biologa di Annientamento ha visto un nuovo mondo, quello dell’Area X, attraverso uno strumento tipico del nostro mondo, un fenomeno che nel 1492 si insinuò nella classicità spazzandola via pian piano, esattamente come l’Area X è destinata a spazzare via la modernità. Colombo ha visto un “punto di fuga”, ha cioè visto il punto dove le rette parallele – che nella geometria classica non si incontrano mai – possono incontrarsi: e possono farlo grazie alla prospettiva. Quella prospettiva che ha reso la Firenze del Quattrocento il Faro da cui si è irraggiata la modernità in ogni angolo del mondo.
La biologa vede lo stesso punto di fuga? Ovviamente no, perché lei ora si trova in una realtà dove spazio e tempo non esistono e quindi non ha senso parlare di rette parallele, che si uniscano o meno. Lei vede invece l’ultimo singulto, l’ultmo bagliore di quella luce che brillava sin dal 1492 e che ora è destinata a spegnersi.

Gli ultimi bagliori della modernità

La modernità, dove cioè il mondo è piatto, dove esiste lo spazio e il tempo, dove esistono i nomi e le corrispondenze fra soggetto e oggetto, è destinata a scomparire nella modernità  liquida in cui viviamo: una realtà digitale dove non esiste più la ragione cartografica che sosteneva il mondo, e dove dobbiamo imparare le nuove regole come tanti gatti di Schrödinger intrappolati nelle nostre scatole…

«Queste cose sono e non sono reali. Esistono e non esistono.»


«Nello spazio, cioè sulla tavola, una cosa o c’è o non c’è, o esiste o non esiste, o è disegnata o non è disegnata. Ma allora, se siamo costretti ad ammettere che lo spazio non vale più, come adesso siamo costretti ad ammettere, ciò significa una sola cosa: il ritorno di Polifemo, del mito, del globo, che sono esattamente la stessa cosa.»

Franco Farinelli,
Il globo, la mappa, il mondo (2003)



Un film minuscolo e banalissimo

Il romanzo esce nelle librerie americane il 4 febbraio 2014 e lo stesso anno la Paramount ne acquisisce i diritti. Inizia una lunga gestazione sia per la parte tecnica che artistica: VanderMeer ha tutto il tempo di pubblicare tanto il noiosissimo secondo titolo (6 maggio 2014) quando il terzo che non provo neanche a leggere (29 agosto 2014) prima ancora che entri in scena Alex Garland. Il quale fa finta di prendere il primo libro poi, quando tutti sono girati, lo getta nel cestino e comincia a scrivere una linearissima e banalissima versione fighetta de L’invasione degli ultracorpi (alieni giunti dallo spazio a replicarci) fuso con Il giorno dei trifidi (piante maligne che si replicano in mille forme), con qualche sgommata che alla lontana potrebbe far pensare ad alcune scelte visive di Stalker (1979), se vogliamo essere buoni e immaginare che alcune inquadrature ricche di detriti fusi con la natura siano un omaggio ad alcune scene di Tarkosvkij.

Signo’, so’ due etti di Tarkovskij: che faccio, lascio?

In fondo lo sceneggiatore londinese ha visto che se rifà i classici usando una fotografia “figa” e tanti bei colori pastello il pubblico sviene dal piacere. Nel 2014 ha attinto a piene mani dal racconto La casa di ieri (1952) del maestro Fritz Leiber – un uomo arriva su un’isola dove uno scienziato vive con una ragazza clonata – aggiunge noia, balletti, lungaggini inutili, tanti bei colori e paesaggi mozzafiato per tirar fuori l’inutile Ex machina – un uomo arriva su un’isola dove uno scienziato vive con una ragazza robot. Oggi è un film citato come a dire “Ammazza, è il ritorno grande genio di Ex machina” quando invece all’epoca erano tutti abbastanza concordi trattarsi di una minchiatina.
Copiare dai classici è sempre cosa buona e giusta, così Garland rifà il celebre film di Don Siegel – simbolo della paura dell’invasione comunista, cioè la base fondante della cultura americana – aggiungendo scene a cazzo per far finta di avere qualcosa a che fare con il romanzo di VanderMeer. Il che non è.

Garland mostra a VanderMeer i capitoli che ha spazzato via del suo romanzo
(Photo by Miya Mizuno © 2018 Paramount Pictures)

Il primo fotogramma di Annihilation – presentato in patria americana il 23 febbraio 2018 e trasmesso in italiano da Netflix il 12 marzo successivo – mostra un qualcosa che arriva dallo spazio e atterra su un faro: ammazza che sottigliezza! Si vede che Garland è uno di quei registi che vanno per sottrazione: sta tutto in quel detto e non detto…
A dieci secondi dall’inizio del film ci vengono snocciolati spazio, tempo e nomi: cioè tutto ciò che il romanzo NON rivela, proprio come il testo di VanderMeer non parla di UFI o “robe” venute dallo spazio.
Quello che segue è un temino scolastico con cui Garland riesce a dire cose di una banalità disarmante con la supponenza di stare inventando il cinema.

Un intero romanzo a NON parlare di UFO, e il film inizia con l’arrivo di un UFO

Garland è un ottimo regista e dal punto di vista tecnico Annientamento è uno splendido film, grazie soprattutto alla coloratissima, intensa ed inquietante fotografia di Rob Hardy, che è lo stesso di Ex machina: proprio dalla bellezza visiva di questo film nasce il problema.
Come il romanzo di VanderMeer dimostra, nella “modernità liquida” in cui noi viviamo il crollo di spazio, tempo e nomi rende inutile ogni cartina, e noi che siamo la cultura della mappa ci troviamo spaesati: ormai le immagini (cioè le mappe) non hanno più alcuna corrispondenza con quel reale che fino a poco tempo prima addirittura contribuivano a creare – la realtà è sempre nata da un’immagine, dal 1492 fino almeno alle porte del nuovo millennio – e non hanno più senso. Eppure il pubblico le ama di più.
Come dimostrano le grandi produzioni cinematografiche in maniera sempre più forte, soprattutto dalla seconda decade del nuovo millennio, l’immagine non veicola più il messaggio, come nelle mappe, bensì l’immagine è il messaggio.

Un’immagine splendida: peccato sia del tutto immotivata e inutile

Garland è sicuramente uno dei migliori cantori di questa nuova poetica, insieme a quell’altro grande paladino dell’inconsistenza che è Denis Villeneuve: sono autori che non hanno nulla da dire e non dicono nulla, perché sono moderni e quindi sanno che nulla va detto. Siamo tutti nell’Area X, nel pieno della crisi della ragione cartografica, dove ogni valore della cultura della mappa cessa di esistere e cosa rimane? Rimangono immagini senza più alcuna corrispondenza: immagini vuote. Ma belle, davvero belle. E tanto basta.

Che bella fotografia, peccato che i personaggi siano privi di forma

Per Todd McCarthy del “The Hollywood Reporter” (21 febbraio 2018) il film «è un feroce, ferale femmino-centrico aggiornamento dei grandi classici come La Cosa e Alien». Ma già Alien era femmino-centrico (female-centric)! Boh. Ovviamente il regista «dimostra una mano infallibile»: ma è una recensione o un’apologia da stampa di regime? Manca il “fiero cipiglio” poi siamo al completo.
«[Il finale] non potrete mai immaginarlo neanche se aveste visto centinaia di film di fantascienza, perché è qualcosa che non avete mai sentito prima: il bagliore». Mi sa che il “bagliore” (shimmer) ce l’aveva in testa il giornalista.

Vai con la luccicanza, il vero messaggio del film

La trametta del film è minima fino all’imbarazzo perché tanto a che serve? Una volta buttato lì un UFO, un coccodrillo, un mostrone che non c’entra una mazza ma riempie il minutaggio, supercazzole biologiche a spruzzo, fiori colorati, mitra smitraglianti e la luccicanza, che altro serve? Caffè, ammazzacaffè e poi tutti a casa.
L’importante è che tutto sia bello e soprattutto vuoto, con tanto di colpone di scena che fermati, ti dico fermati che era proprio impossibile aspettarselo, una sorpresa che purtroppo risulta scontata se uno ha visto anche solo un film in vita sua… Pure se uno nella vita ha visto solo Il maggiolino tutto matto è in grado di capire con un’ora di anticipo come finirà questo filmetto.

Questa è la nuova poetica: è bella… contrazione di beato nulla.



«La balena bianca è la Sfera, inafferrabile perché mobile, incartografabile impalcatura. E la morte di Achab, che diventa tutt’uno con la preda che insegue, prefigura la forma della fine della distinzione epistemologica tra soggetto e oggetto: la fine dell’uomo, non però per il “ritorno del linguaggio” ma perché la maglia dell’esistente (la rete) si stringe, ed esseri biotecnici iniziano a vivere.»

Franco Farinelli,
La crisi della ragione cartografica (2009)

L.

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18 commenti

Pubblicato da su marzo 23, 2018 in Recensioni

 

18 risposte a “Annientamento (2018) La crisi della ragione cartografica

  1. Conte Gracula

    marzo 23, 2018 at 9:15 am

    Né letto il libro, né visto il film, ancora: sicuramente, sembrano esserci degli spunti interessanti, la trama sembra strana al punto giusto… mi hai messo curiosità!

    Un appunto: non so se sia voluto, ma le citazioni iniziali dei paragrafi del post, e quella di chiusura, dall’app si leggono come se fossero scritte
    c
    o
    s
    ì
    Però, allineate a destra.

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      marzo 23, 2018 at 9:40 am

      Eh, purtroppo dipende dai browser e da come il blog gestisce il mobile, cosa quindi su cui non ho potere. (Fa parte del pacchetto premium) Io imposto la grafica sulla “visione da desktop”, essendo l’unica su cui posso lavorare, e a quanto pare le citazioni a destra non piacciono alla visualizzazione mobile. Cercherò di non usarne più 😛

      "Mi piace"

       
      • Conte Gracula

        marzo 23, 2018 at 9:48 am

        Io non ho un account premium e uso le citazioni a destra, ma non mi fa lo scherzo. Non so se dipenda dal tema, perché l’app non carica quasi mai i temi, è come se usassi il Lettore di WordPress… chissà se capita anche ad altri.

        Piace a 1 persona

         
  2. Emanuele

    marzo 23, 2018 at 10:20 am

    Le donne con lo zaino viste da dietro mi erano sembrate i Ghostbusters…

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      marzo 23, 2018 at 10:27 am

      Non escluderei che non sia un inside joke di Garland, regista che ama strizzare l’occhio (diciamo così) a tante fonti diverse.

      Piace a 1 persona

       
  3. zoon

    marzo 23, 2018 at 11:59 am

    Bello il tuo romanzo, hai fatto un incipit da urlo e ora l’ho comprato. Servirà un urania millemondi per contenere la versio cartacea 😁

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      marzo 23, 2018 at 12:01 PM

      ahahah e ringrazia che non serva un Urania Jumbo 😛

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      • Conte Gracula

        marzo 23, 2018 at 2:04 PM

        Chissà. Ora hanno intenzione di farne uno a… trimestre, credo. Di Jumbo, intendo.
        Entoverse di Hogan a febbraio, Coyote: frontiera di Steele a maggio, Luna nuova di McDonald ad agosto, qualcosa di non annunciato a fine anno.

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      • Lucius Etruscus

        marzo 23, 2018 at 2:43 PM

        Se queste ristampe vendono, perché no? 😉

        Piace a 1 persona

         
      • Conte Gracula

        marzo 23, 2018 at 7:45 PM

        Entoverse l’ho preso, ho i libri precedenti. Coyote è il secondo o il terzo di roba che non ho, Luna nuova ci penserò ^^

        Piace a 1 persona

         
  4. Vittorio

    agosto 8, 2020 at 6:11 PM

    Vedo sempre in quasi tutte le libreria il libro della trilogia, sono stato spesso tentato però non l’ho letto e non ho visto il film… ma ho invece un preciso ricordo traumatico dell’esame dato con Farinelli all’università che mi hai revocato 😁
    Merita tutta la trilogia?

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      agosto 8, 2020 at 6:42 PM

      Intanto grande invidia per aver fatto l’esame con Farinelli! ^_^
      Il secondo libro crolla miseramente e il terzo non ho voluto leggerlo, quindi no: non merita. Merita solo il primo libro, ma a patto che tu sia disposto ad accettare che i protagonisti si muovono in una realtà diversa dalla nostra: noi che siamo ancorati al mondo che è una mappa non possiamo capire la storia, se non ci concentriamo sulla nuova realtà, quella dove non hanno senso né nomi né luoghi. 😛

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