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Al Bano e Romina, In e Out (1984)

02 Ott

Sin da quando ho conosciuto il blog Diciamolo in italiano di Zoppaz un pensiero mi ha ossessionato: qual era quel film con Al Bano e Romina in cui si dava testimonianza dell’entrata prepotente di alcuni espressioni inglesi nell’italiano “dei giovani”?
La vera domanda è un’altra: perché di tante cose interessanti al mondo… mi rimangono in mente certe stupidate?

È stata una ricerca dura e dolorosa, ma alla fine ho ritrovato il film, quel capolavoro dimenticato dal titolo da mani in faccia: “Champagne in Paradiso” (1984) di Aldo Grimaldi, che ho visto anni fa su non so più che piccolo canale locale. Sapete quei film che appeni vedi un fotogramma dici “mado’ che schifo, cambio subito canale” e poi invece guardi fino alla fine? È come lo sketch di Totò in cui uno lo scambia per un altro e lo picchia, e lui si chiede: voglio proprio vedere dove vuole arrivare.

Grande mistero sullo sceneggiatore del film, che IMDb attesta ad Al Bano in persona – mica fischi – mentre la più autorevole ANICA (Archivio del Cinema Italiano) riporta come sceneggiatore Adriano Carrisi: che sia uno pseudonimo?
Comunque le riprese del film vengono annunciate già nel marzo del 1983 ma la pellicola uscirà effettivamente nei cinema solamente venerdì 13 (dàje!) aprile 1984, lanciato come il “film di Pasqua”, cosa che non è assolutamente.

Tanto per dare qualche coordinata, al Festival di Sanremo 1982 i due cantanti sono arrivati secondi con un brano che magari potreste aver sentito, qualche volta: si intitola “Felicità“. (Per dovere di cronaca, il primo posto va a “Storie di tutti i giorni” di Riccardo Fogli.) Malgrado il secondo posto, la canzone rilancia Al Bano e Romina in ogni singolo centimetro d’Italia, e quando si presentano all’edizione 1984 del Festival – dove stavolta ottengono il primo posto con “Ci sarà” – annunciano il film “Champagne in Paradiso“, che segna il loro ritorno al cinema a dieci anni di distanza dai loro film canterini: il film però è anche l’ultima loro fatica cinematografica.

Non è certo la storia di un professore ingenuo contro una scolaresca di ragazze troppo agitate ad interessarci. Ciò che mi è rimasto in mente a distanza di anni è la canzonciella di Romina Power in cui si testimonia una attuale (per l’epoca) moda linguistica.

«Attente, ragazze, che oggi è demodé dire “demodé“.»

Per me il film può anche finire qui: potrà mai superare un capolavoro di sceneggiatura simile? Purtroppo sì…

«Non avete letto l’ultima inchiesta su “L’Espresso”? Oggi vanno di moda le nuove definizioni americane, come “in” e “out”. “In” vuol dire “di moda”, e “out” il contrario. Tu cara, per esempio, tu sei out

Per Romina Power, questo è in

Credo ciecamente a Romina Power, quindi do per scontato che “L’Espresso” nel 1983 – quando il film è stato annunciato la prima volta e quindi plausibilmente in fase di scrittura – abbia fatto un’inchiesta sui nuovi termini americani. E la credibilità di tutto questo sta nel fatto che Romina dà dell’out a Gegia! Sebbene la ruspante attrice pugliese abbia sempre goduto della mia stima, sin da quando la vidi da ragazzino su grande schermo nel film “Bomber” (1982), tutto si può dire di lei tranne che possa essere in.

Gegia e Romina Power che giocano a basket… già sento Cassidy gridare nella notte!!!

Immancabile, scatta la canzoncina con balletto allegato: se cliccate qui sotto, parte direttamente al punto in questione.
È ora di cantare a squarciagola: «Per noi, tu lo sai, questo è in!»

Merita assolutamente di essere citata una strofa che ci rende tutti orgogliosi di aver accolto nella nostra cinematografia Al Bano e Romina.

«Tanti libri,
molta scuola,
molti compiti e la mente poi si ammala.

Settimane
sopra i banchi
e di sabato sentirsi troppo stanchi.

Per noi, lo sai, questo è out.»

Soltanto io avverto l’immane potenza di queste parole? È il grido di aiuto di una mente ammalata dai libri…

Al di là del valore di questo film, lo trovo una divertente testimonianza linguistica dell’epoca e come tale mi piace ricordarlo.

L.

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29 commenti

Pubblicato da su ottobre 2, 2017 in Linguistica

 

29 risposte a “Al Bano e Romina, In e Out (1984)

  1. Cassidy

    ottobre 2, 2017 at 6:57 am

    [Un urlo lontano di dolore rieccheggia nella notte…] hai ragione certi tarli uno deve togliersi dalla testa, ma questo supera anche il confine della “Z”, faccio come nel film, questa pellicola per me è out 😉 Ora scusami torno ad urlare di dolore abbracciato ad un pallone da basket… Cheers!

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  2. zoppaz

    ottobre 2, 2017 at 12:17 PM

    Bella questa testimonianza. Negli anni Ottanta l’inglese cominciava a scalzare il francese, che ha avuto il suo ruolo di lingua guida apportatrice di forestierismi di moda sino alla Prima guerra mondiale. Il francese ha però dei substrati secolari, aveva già influenzato la lingua di Dante con il provenzale e la lingua d’oil, poi i francesi ci hanno invasi e dominati in varie occasioni, e infine con l’età dei lumi, Napoleone fino alla belle époque. Gli anglicismi compaiono nella seconda metà dell’Ottocento, timidamente, e poi impazzano a partire dal dopoguerra degli anni Cinquanta. La ligua dell’Ok, l’ha chiamata qualcuno, è diventata di moda anche dal basso (vedi Al Bano, ma anche Little Tnoy o Patty Pravo), nei gerghi giovanili, ma oggi gli anglicismi entrano sprattutto dall’alto, imposti da mezzi di comunicazione e dai linguaggi tecnici di settore, e spesso non sono comprensibili a tutti, né preferiti, se non per emulazione di quel che sentiamo (spread, spending review, customer care…). Sta di fatto che persino la moda è passata dal francese all’inglese: dalle paillette al glitter, dai fuseax ai leggins, dal parfume par homme alle new fragrance for man. La moda oggi è fashion, le taglie small o large…La differenza più eclatante tra francese e inglese è che la maggior parte dei gallicismi sono stati adattati e ben assimilati al punto che non sono riconoscibili e hanno arricchito la nostra lingua, per esempio di tutte le parole che terminano in -zione (rivoluzione, emozione….), -izzare (realizzare….) e persino di colori assenti nella nostra lingua come blu (bleu, noi avevamo il celeste e il turchese) o marrone (marron, il colore della castagna). Gli anglicismi invece entrano per lo più senza adattamenti e con le proprie regole di pronuncia, per quanto riguarda i nomi, e per quanto riguarda i verbi hanno adattamenti parziali (whatsappare, googlare…), per cui rappresentano dei “corpi estranei” per dirla con Castellani, rispetto alle nostre regole. E poi numericamente sono molto superiori, nonostante siano importazioni fondamentalmente acquisite solo negli ultimi 70 anni, e non secoari come gallicismi o ispanismi. Saluti!

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    • Lucius Etruscus

      ottobre 2, 2017 at 12:45 PM

      Grazie per lo splendido contributo: un filmetto canterino di Al Bano e Romina non meritava tanto 😀
      Da romano mi ha sempre incuriosito il verbo dialettale “Sortire” (uscire) che credo proprio derivi dal francese “sortir”: possibile che anche i romanacci si siano lasciati contagiare dal francese? 😛
      Ah, e ancora oggi gli automi li sento chiamare “Robò”, alla francese, mentre sarebbe più corretto dire “Ròbot” (ok, sarebbe “ràbot”, venendo da lingua slava, ma dovremmo anche dire Barìs al posto di Bòris, e non si può proprio sentire! 😛 )
      Comunque ormai mi hai contagiato e sto ripassando vecchi film italiani di genere così da beccare qualche testimonianza dell’epoca di “novità” linguistiche ^_^

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      • UFOROBÓ

        dicembre 3, 2017 at 5:49 PM

        La pronuncia più vicina a quella della lingua originale è ròbot; tuttavia la più comune in italiano, e come tale consigliabile, è robòt (con la variante robó), che riflette il passaggio di questa parola attraverso la lingua francese.

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      • Lucius Etruscus

        dicembre 3, 2017 at 6:13 PM

        Eh sì, per molto tempo abbiamo preso la pronuncia francese di un sacco di parole straniere – tipo karatè, con l’accento sulla “e” – tanto perché non ci basta più usare parole non nostre, dobbiamo pronunciarle pure secondo regole straniere 😀

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      • UFOROBÓ

        dicembre 5, 2017 at 12:24 PM

        robòt [o ròbot] s. m. (nel sign. 1, der., attrav. il fr. robot, dal cèco Robot ‹ròbot›, nome proprio, der. a sua volta di robota «lavoro», con cui lo scrittore cèco Karel Čapek denominava gli automi che lavorano al posto degli operai nel suo dramma fantascientifico R.U.R. del 1920; nel sign. 2, der. direttamente dal cèco robota nel senso di «lavoro servile; servizio della gleba»).

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      • Lucius Etruscus

        dicembre 5, 2017 at 12:25 PM

        Treccani non fa che riprendere la definizione ufficiale che tutti, nel Novecento, hanno detto, persino Asimov. Eppure le cose non stanno così: cerca “robot” nel blog e scoprirai che le fonti dimostrano che la storia è molto diversa ^_^

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      • Lucius Etruscus

        dicembre 5, 2017 at 2:55 PM

        Ecco il mio pezzo dove dimostro, unico al mondo, ciò che in realtà sta lì, nero su bianco, a dimostrare che Robot è molto più antico di Karel Chapek…

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      • UFOROBÓ

        dicembre 5, 2017 at 3:05 PM

        Ho riportato un paio di fonti e potrei riportarne altre, ma ora preferisco discutere direttamente con te.
        Volevo solo mostrarti come quel che hai scritto è una tua opinione che non corrisponde alla realtà. Non c’è nulla di male, capita a tutti di sbagliare credendo di aver ragione, anche a me! Ti spiego meglio: la tua tesi sarebbe che “dal momento che robot è una parola ceca non va pronunciata alla francese” giusto? Ok: chi lo dice? Tu? Non sto contestando la “cechità” (gioco di parole) della parola robot, solo il tuo assioma secondo cui è sbagliato pronunciarla tronca. Fra parentesi, ti posso assicurare che a me la lingua francese, come chi la parla, sta proprio sul… Quindi non sono di parte, affatto. Il fatto è che la parola non ci è arrivata (a noi Italiani, ma non solo, spiego meglio dopo) direttamente dal ceco, quando è stata inventata da Čapek, ma attraverso il francese. Può non piacere, ma i fatti sono questi. Non è stata ascoltata dalla bocca dei cechi, ma dei francesi, detto banalmente, e con tale pronuncia si è diffusa. Tutto qua. La stessa cosa è capitata per altre parole, giusto per fare un paio di esempi “cincillà” è di origine spagnola e pronunciato “cinciglia” (piccola cimice) ma ci è giunto attraverso il francese, “maragià” lo pronunciamo così per la stessa ragione, idem per “lillà”, e così via. Lo stesso vale per altre lingue, in 2 sensi: sia che ci sono parole arrivateci attraverso lingue diverse dal francese (quintale viene dallo spagnolo “quintal” che viene dall’arabo a sua volta dal greco e risalendo fino al latino “centarium”, e noi discendiamo dai Latini…), sia che questo fenomeno non è proprio solo dell’Italiano ma di qualsiasi lingua. Prendiamo robot, in tutte le lingue neolatine viene pronunciato tronco: oltre al francese (ovviamente), anche in spagnolo (secondo le regole fonetiche di tale lingua), in portoghese (dove addirittura lo si scrive con l’accento e senza T finale) e persino in rumeno (a cui aggiungo il greco, che lo scrive con l’accento acuto sulla seconda omicron). È così perché è così, le lingue si evolvono in questo modo da quando esiste il linguaggio, non si fermano a chiedersi com’è la pronuncia originale di una parola di origine straniera, la pronunciano o ne adattano la pronuncia a partire da com’è arrivata loro. E ci mancherebbe altro! Che cosa c’è mai di sbagliato in questo? E robot è sempre stato pronunciato così perché si è diffuso in Italia a partire dal francese, non dal ceco, a prescindere che tale parola sia stata registrata da qualche parte in precedenza ma rimasta sconosciuta al popolo italiano fino all’arrivo attraverso il francese, perché la lingua è viva ed è il modo in cui le parole vengono pronunciate dalla gente a stabilire la pronuncia corretta (altrimenti dovremmo dire “scerzare” siccome viene dal tedesco “scherzen” dove “sch” si pronuncia come il nostro “sc” dolce), non certo una scelta arbitraria presa dai “media” (non “midia”, eh!) che contraddice enciclopedie come la Treccani, ma anche solo la De Agostini. Come vedi so di che cosa sto parlando. Poi sinceramente della “vera storia” dell’origine e dell’etimo della parola che sarebbe un falso mito non m’importa molto in questa sede, io stavo parlando solo della fonetica.
        Scusa per averla tirata così lunga ma grazie per avermi stimolato a formulare il mio pensiero in parole, se volessi replicare ci sarò 🙂

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      • Lucius Etruscus

        dicembre 5, 2017 at 3:13 PM

        Per carità, pronuncia come ti pare la parola, anzi metti pure l’accento sulla T, che tanto io non ho mai parlato di regole: dico solo che l’abbiamo pronunciato ròbot, poi d’un tratto robòt, e da diversi anni si è tornati a ròbot. Proprio come dici tu nessuno fa l’etimologia o la filologia di una parola, la ripete come la sente. Io sono cresciuto con cantanti che la pronunciavano Ròbot ma anche con i cartoni giapponesi che la pronunciavano Robòt, così come andavo a karatè perché lo dicevano tutti poi d’un tratto tutti hanno detto karàte, esattamente come prima dicevano tutti judò e poi è diventato jùdo. Sono mode passeggere che se ne fregano di ogni regola, l’importante è non fossilizzarsi e, quando non si sa che alternativa scegliere, magari farsi qualche domanda e andare a controllare.
        Ti ricordo poi che Karel Chapek NON ha inventato quella parola, come ti spiego nel link citato…

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      • Lucius Etruscus

        dicembre 5, 2017 at 3:14 PM

        P.S.
        Robot esisteva nella lingua italiana almeno da metà Ottocento e ci è arrivato dalle lingue slave, molto prima dei francesi.

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    • UFOROBÓ

      dicembre 5, 2017 at 3:25 PM

      Ho letto adesso il tuo pezzo, al di là della questione della pronuncia hai fatto un bel lavoro di ricerca, non immaginavo che la parola non fosse stata inventata da lui ma risalisse all’800, sono contento di aver appreso queste nuove informazioni 🙂

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  3. Cumbrugliume

    ottobre 2, 2017 at 5:09 PM

    Ommammia,ma quindi l’hai visto DUE VOLTE? La cosa più tragica è che sono tentato di guardarlo anche io, visto che provo un amore viscerale ed inspiegabile per la Gegia.

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    • Lucius Etruscus

      ottobre 2, 2017 at 5:26 PM

      Ti fermo subito, è poco più di una comparsa: si limita ad apparire a “fagegiolo” per dire la sua gegiata e basta. E’ come per “Bomber”, giusto una divertente figurante.
      Comunque la canzone in questione ti entra dentro e non ti molla più: la ricordavo ancora ad anni di distanza! “Per noi, tu lo sai, questo è in”… 😀

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  4. Ivano Landi

    ottobre 2, 2017 at 5:54 PM

    Forse sono un po’ off-topic (eh eh!), ma ho sempre pensato che sarebbe interessante uno speciale sulla diffusione del nome Mandrake (e dei suoi derivati linguistici) nel linguaggio cinematografico italiano. Te lo dico perché in questo periodo mi sto rivedendo una quantità di film di genere europei degli anni ’70 e lo s’incontra ogni tre per due. Ma mi risulta, lo lessi una volta, che sia entrato addirittura nell’Ulisse di Joyce (che però non ho ancora letto).

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    • Lucius Etruscus

      ottobre 2, 2017 at 6:13 PM

      Purtroppo non c’è traccia di Mandrake nell'”Ulisse” di Joyce, ma la tua sfida è raccolta: cosa sarebbe la cultura popolare italiana senza Mandrake, pronunciato come si scrive? ^_^

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      • Ivano Landi

        ottobre 2, 2017 at 7:29 PM

        Se immaginavo tenevo il conto dall’inizio di tutti i “Mandrake” incontrati, ma ormai è troppo tardi 😦

        Riguardo all’Ulisse hai ragione. Ho controllato su internet e il nome Mandrake appare sì in un libro di William Joyce, ma si tratta del libro per ragazzi “The Leaf Men and the Brave Good Bugs”.

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    • zoppaz

      ottobre 3, 2017 at 8:57 am

      Mandrake è registrato dal Devoto-Oli con tripla pronuncia: all’italiana e all’inglese e una via di mezzo, ed è datato 1961. Mandrakata è datato invece 1976. Il fumetto americano risale al 1934, e visto che tra fumetto e cinema ci sono spesso travasi, segnalo il film di Fellini, Intervista (1987) con Mastroianni-Mandrake: https://www.youtube.com/watch?v=AEzGp8LGdEU

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      • Lucius Etruscus

        ottobre 3, 2017 at 9:01 am

        Immagino che la Mandrakata sia nata con “Febbre da cavallo”, comunque negli anni Ottanta è sicuramente un personaggio molto citato: lo vediamo anche nello studio del disegnatore Villaggio in “Sogni mostruosamente proibiti” (1982). Nella Roma anni Ottanta si sentiva dire “Ma chi sei, Mandrake?” e la frase la capivo anch’io che non conoscevo il personaggio 🙂

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  5. theobsidianmirror

    ottobre 2, 2017 at 6:34 PM

    Gegia? Ad un certo punto credo sia venuta a lavorare nel mio ufficio, visto che c’era una tizia uguale un paio di scrivanie più in là che aveva una voce squillante esattamente come la Gegia…. e aveva pure un nome simile.
    A parte gli scherzi… wikipedia sostiene che ultimamente abbia cercato di buttarsi in politica.. peccato per lei che sia un po’ finita l’era delle star decadute che si riciclano in quel modo.
    Detto questo, la Gegia che gridava “Maaaeeeestroo!” in quel film famoso (quale non so) è un grande classico del cinema di serie Z.

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  6. Lucius Etruscus

    dicembre 5, 2017 at 12:24 PM

    Sì, questa è la definizione che tutte le fonti riportando, sbaglianola. Qualche anno fa ho dimostrato che le cose non stanno così: se cerchi “robot” nel blog scoprirai perché 😉

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  7. Kukuviza

    dicembre 14, 2017 at 1:21 PM

    Ma il tizio in rosso sulla destra che sorregge la Romina..non sarà mica Giulio Scarpati?? Gli assomiglia!

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