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Il mio battesimo dell’itanglese

25 Set

Dopo la lettura di questo interessantissimo post del blog Diciamolo in italiano, mi è venuta voglia di raccontare la mia esperienza con l’itanglese, il “linguaggio degli affari”, in un periodo in cui ancora ignoravo la sua penetrazione nella nostra lingua.

Nel Duemila lavoravo per un’agenzia interinale molto ambiziosa, di quelle che se la tirano e i cui dirigenti fingono di essere pezzi grossi: l’idea geniale dell’agenzia fu di spacciare una ventina di ragazzi qualunque come “sistemisti informatici” da vendere ad una grande casa assicuratrice. Quest’ultima doveva rinnovare i propri software in tutte le agenzie sparse in Italia – un numero impressionante di uffici, sparsi nei paesini più sperduti possibile – e aveva bisogno di gente in gamba per installare i nuovi programmi e regolarli secondo le esigenze: la gente in gamba però vuole essere pagata, per cui era meglio sfruttare una ventina di disoccupati di poche pretese.
L’unico requisito per far parte del gruppo era saper accendere un computer, ma non era proprio una regola ferrea…

Così insieme ad altri sventurati mi ritrovai a fare un corso assicurativo – scoprendo un mondo rutilante a me fino ad allora ignoto – per poter rispondere alle inevitabili richieste degli assicuratori a cui avremmo dovuto installare il nuovo programma.
Chi gestiva questo corso ci fomentò con un discorso motivazionale degno del miglior predicatore americano: una sfilza di chiacchiere inutili e senza senso che ci fece sbadigliare fino alla lussazione della mascella.
Un discorso che finì con un’accorata richiesta: tutta l’operazione era votata a ricevere un feedback.

Il silenzio invase la stanza e venti disoccupati romani si guardarono l’un l’altro: e mo’ che cacchio era ‘sto feedback?
Io e qualche altro ingenuo, qualcuno che come me non aveva ancora capito come vanno gli affari, chiedemmo spiegazioni su questa strana parola: visto che tutta l’operazione era votata a quella, potevano almeno spiegarcela?
Come si dice in inglese “bofonchiare”? Be’, quell’alto dirigente, il cui vestito probabilmente costava più di casa mia, cominciò a bofonchiare e a mugugnare, dimostrando chiaramente che gli era impossibile tradurre in italiano quella parola.
Dopo del vago e vano sbiascicare, chiuse il discorso ricordando che quel feedback doveva essere positivo. Aaaahhh ma allora è un’altra storia: non si sapeva cosa fosse ‘sto feedback, ma l’importante era che fosse positivo.

Lo skyline di Novedrate

Dopo altri incomprensibili termini itanglesi, che non sono rimasti nella mia memoria, siamo tutti pronti per l’avventura. Si parte e si va a fare il corso avanzato a Milano. Be’, Milano… Sì, in effetti con l’aereo siamo scesi a qualcosa che poteva assomigliare a Milano, poi però siamo saliti su un pullman e dopo un tempo interminabile ci hanno depositato a Novedrate, amena località sperduta nella campagna lombarda, a un tiro di schioppo dal nulla.
Immaginate venti disoccupati romani che sbarcano a Milano: altro che Totò e Peppino col colbacco! Sembravamo dei profughi albanesi appena lasciati in un CARA di Novedrate, e il più intellettuale di noi canticchiava: «Solo la nebbia, c’avete solo la nebbia…»
Vestiti in giacca e cravatta come solo uno straccione ripulito sa fare, ci presentammo in un centro conferenze che sembrava fermo agli anni Settanta, dove un altro pezzo grosso (o supposto tale) ci accolse chiedendoci: «Siete pronti per il roll out?» Nessuno rispose, avevamo capito che a quella lingua strana era inutile controbattere.

Iniziò quasi un mese di corsi approfonditi sfibranti per l’anima: se già l’assicurazione può non apparire un argomento intrigantissimo, il software assicurativo può ucciderti nel sonno. Perché durante i corsi si dormiva di brutto.
Meno male che sono i romani ad essere famosi per la loro pesante inflessione dialettale: i nostri istruttori parlavano tutti come Aldo quando fa il poliziotto svizzero («Brütto brütto brütto!») e quindi era impossibile prendere la cosa sul serio.
Verso la fine cominciarono le inetivabili interrogazioni e tutti noi piombammo nel terribile ricordo degli anni scolastici, aggiungendo il terrore alla noia. Uno degli studenti del nord, più simile a un meccanico che a un informatico, per fare bella figura con l’istruttore quando venne interrogato volle aggiungere del suo: «Questo software presenta un’interfaccia user friendly»…
Non so cos’abbia detto dopo, perché ho passato il resto della giornata a ridere.

Amena veduta bucolica di Novedrate

Oggi tutti questi possono sembrare termini comuni, ma nel Duemila di solito si prendeva in giro chi parlava itanglese, perché era chiaro lo facesse solo per pavoneggiarsi e mascherare anzi la propria incapacità nell’esprimersi correttamente.
L’unica nostra arma di difesa a quel martellante flusso di parole ed espressioni inglesi più o meno comprensibili era… la nostra romanità. Così uno degli ultimi giorni, verso l’ora di pranzo in cui tutti aspiravamo al pasto – come unica consolazione in mezzo a nozioni assicurative – uno dei compagni che sedeva dietro di me se ne uscì con:

A Lu’, s’è fatta ‘na certa?
(traduzione: Ehi Lucio, si è fatta alfine una certa ora?)

Senza neanche voltarmi, appisolato com’ero, misi romanamente una mano a coppa davanti alla bocca e risposi:

E s’è fatta che sìne!
(Traduzione: Accidenti se si è fatta!)

Tempo dopo ho scoperto che il feedback può essere inteso come “valutazione”, user friendy può benissimo essere “facilmente intuibile”, a ho sempre amato il roll out, che continuo a ignorare ma che traducevo beffardamente con “andare a rotoli”. Quest’ultima espressione però ha uno strascico che merita d’essere raccontato.

Visto che quel lavoro prevedeva molti viaggi, e visto che io non avevo mai viaggiato, mi portai una macchinetta fotografica: vorrei ricordare che all’epoca non solo non esistevano gli smartphone ma neanche le fotocamere digitali! O almeno non esistevano per le mie tasche.
Il primo giorno di roll out portai un collega davanti ad un negozio di fotografia. Quando mi chiese cosa dovessi comprare, indicai la mia macchinetta fotografica e piazzai lì la migliore battuta dell’anno: «Devo comprare un… roll in». Stranamente il geniale gioco di parole non venne accolto bene come speravo…

L.

 
38 commenti

Pubblicato da su settembre 25, 2017 in Linguistica

 

38 risposte a “Il mio battesimo dell’itanglese

  1. Ivano Landi

    settembre 25, 2017 at 6:29 am

    Massima solidarietà al collega che ha dovuto sorbirsi la freddura sul “roll in”. Spero si sia ripreso presto 🙂
    Io i maggiori problemi con l’inglese li ho incontrati in Svezia. Il primo giorno che andai ad acquistare un muffin chiesi giustamente un “maffin”. Niente da fare, la commessa non capì finché alla terza volta non mi decisi a dire “muffin”.

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  2. Conte Gracula

    settembre 25, 2017 at 7:40 am

    Io, la tua agenzia interinale non l’avrei definita ambiziosa, con quelle premesse 😛

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  3. Cassidy

    settembre 25, 2017 at 8:00 am

    Roll in è un capolavoro, non ti hanno capito eri troppo avanti con i tempi 😉 Guarda mi consoli, perché nel sottoscala che si atteggia a grande azienda dove lavoro, sono circondato da fotocopie dei personaggi da te descritti, il mio spasso supremo da qualche anno a questa parte è tradurre in italiano quello che dicono, facendo notare loro che si può prendere un impegno e non per forza un “Commitment”, che si può fare formazione e non un “Training”, che una riunione è uguale ad un “Meeting”, ti assicuro che è uno spasso, mi guardano tutti malissimo ma mi diverto un sacco, sembra la canzone “Parla come mangi” degli Elio e le storie tese 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus

      settembre 25, 2017 at 9:32 am

      Ahah sembrano davvero schiavi di un linguaggio che sembra dar loro una dignità ulteriore, quando invece a me li fa sembrare solo ridicoli. 😛
      Conoscere le alternative la considero la base della libertà, quindi posso usare “download” e “scarico” a seconda di come mi va: se uso solo l’itanglese e non so tradurlo non è libera scelta…

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    • Conte Gracula

      settembre 25, 2017 at 5:13 PM

      Sembra milanese d’assalto da film vanziniano…

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  4. zoon

    settembre 25, 2017 at 9:13 am

    dio mio che brutta gente che hai incontrato… come dici? ah sì, mi sa che ‘sti cialtroni sono tuttora in giro, ad arraffare come banditi quel che capita… è il liberismo, bellezza 😀

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  5. zoppaz

    settembre 25, 2017 at 9:33 am

    Sono contento che il mio articoletto abbia stimolato la tua riflessione e dato vita a questa testimonianza. Ormai ripetiamo parole come “feedback” in modo naturale, e le alternative come “riscontro” si perdono davanti alla stereotipia linguistica aziendale e mediatica. Un saluto e un grazie, questa tua testimonianza è molto utile per comprendere come il nostro linguaggio stia cambiando rapidamente. Bisognerebe continuare a usare l’ironia come arma davanti all’itanglese, invece di abutuarci e di rassegnarci.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 25, 2017 at 9:41 am

      Ti ringrazio, e ancora oggi sghignazzo quando sento l’itanglese informatico, pieno di termini bruttissimi snocciolati come parole fighissime. Mi stupisce sempre chi rimane serio o addirittura ammirato!

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  6. redbavon

    settembre 25, 2017 at 11:45 am

    La verità è che noi italiani siamo esterofili e anglofobici insieme. Da noi, l’itanglese è in pianta stabile e ha iniziato a viralizzarsi dopo l’acquisizione dell’azienda dove lavoro da parte di un importante gruppo italiano che ora pare sia francese (dico “pare” perché non lo vogliono fare sapere in giro che un asset strategico del Paese è finito in mano dei cugini d’oltralpe). Da diversi anni questo gruppo ci ha “scaricato”, ma la sua eredità anglofila ci ha segnato per sempre. C’è poi un nuovo trend…oooops…una nuova tendenza e cioè devi esprimerti in italiano verso i clienti (per farli sentire a proprio agio), ma all’interno ti abboffano di italinglese, neologismi storpiati e quelli che io chiamo “misteri della fede”, cioè gli acronimi e, in particolare, le iniziali anche per firmarsi (diamine c’è una funzione automatica!).
    Il tuo “roll in” è – permettimi – devastante e mi associo a Ivano nella solidarietà al collega 😉
    Ma c’è di peggio e ne cito così alla spicciolata:
    Conf call (=telefonata)
    briefing (=riunione)
    de-briefing (=riunione dopo la riunione o riassunto post riunione)
    deadline (=scadenza)
    “Dear” all’inizio di un’e-mail (“caro”, pare eccessivo e decisamente ipocrita anche a chi lo scrive)
    e butto nel mezzo un paio parole davvero brutte nate da un mix di italiano che manda a quel paese l’inglese e viceversa:
    backuppare (=creare un archivio di sicurezza)
    schedulare (=programmare degli appuntamenti o degli stati di avanzamento progetti).

    Poi quando provi a pronunciare una parola in inglese in modo corretto, ti guardano come se fossi venuto da Marte. (vedi “muffin” di Italo). Tu prova a fare pronunciare ai professori di italinglese la parola “awarness”…

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    • Lucius Etruscus

      settembre 25, 2017 at 11:51 am

      Grazie della testimonianza, e in effetti le persone che stanno per avere dei soldi da me mi parlano sempre in italiano. Il mio promoter (che infatti si fa chiamare promotore finanziario) mi parlava di “orizzonte temporale”, quindi ci sono casi in cui anche l’italiano sa essere volutamente contorto 😀
      Poi molti tecnici da me si riempiono la bocca con “Access” (il software di Microsoft Office), pronunciato così, “àccess”, e non ho il coraggio di dir loro che il mio prof di inglese del liceo mi ha insegnato che è invece “àcses”… L’itanglese prevede anche una certa pronuncia, e lì cominciano i guai seri…

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      • redbavon

        settembre 25, 2017 at 11:57 am

        Pensa che questa è anche la mia “personale” lotta. Gli dico sempre:
        Spiegatemi perché pronunciate correttamente: Windows Uindoo; Powerpoint Pauerpoint; Excel Ecsel; Word Uord; Outlook autluk…e su Access vi accanite a pronunciarlo così come è scritto. Perché “Access” e non “Acsess”?!?!? E’ discriminatorio proprio!
        😉

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      • Lucius Etruscus

        settembre 25, 2017 at 12:07 PM

        Anche perché poi è un termine che sembra indicare “al cess”, quindi ancora più ridicolo se pronunciato male 😀

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    • Ivano Landi

      settembre 25, 2017 at 5:29 PM

      Il punto, Red, è che gli svedesi sono come i francesi e svedesizzano a oltranza. Non pronuncerebbero mai John Ford “Gion Ford”, bensì sempre e solo “Ion Ford”. Prova poi a parlargli di Tarzan, e loro ti dicono: “Ah! Tarshan!”.

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      • Lucius Etruscus

        settembre 25, 2017 at 5:35 PM

        Be’, prima della deriva itanglese – o comunque esterofila – anche noi italiani storicamente abbiamo italianizzato a manetta – da Cartesio a Isacco a Wolfango – poi è scattata la molla e c’è stata la repulsa totale. Magari un giorno torneremo ad italianizzare e questa sarà ricordata come una strana parentesi storica 😛

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      • redbavon

        settembre 25, 2017 at 5:37 PM

        E loro parlano l’inglese nettamente meglio di noi! I francesi poi sono famosi, in alcuni casi a sfiorare il ridicolo, a essere oltranzisti contro i barbarismi inglesi.
        La guerra dei Cent’anni gli ha lasciato il segno evidentemente.

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      • Lucius Etruscus

        settembre 25, 2017 at 5:40 PM

        Al di là delle antipatie locali, non è sbagliato utilizzare la propria lingua ed usarla per trascodificare i concetti esterni. Sarebbe auspicabile un giusto equilibrio, mentre invece da noi fa figo usare l’inglese, se usi solo l’italiano sei un vecchio di paese, e questo forse è un comportamento esagerato.

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      • Conte Gracula

        settembre 25, 2017 at 7:41 PM

        Salvo creare strani mostri come “shooter” (sciuter) per sparare. Francesi!

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  7. zoppaz

    settembre 25, 2017 at 12:32 PM

    Sulle pronunce pesa molto l’entrata degli anglicismi per via scritta o per via orale (lo aveva notato già Ivan Klejn negli anni ’70). Vocaboli entrati nell’800 come tunnel o recital per via scritta si pronunciano ancora oggi così come si scrivono (e non “tannel” e “risàilt”), così come diciamo il water (closet) all’italiana, ma uoter polo. Beccaria fece l’esempio di Jumbo, pronunciato all’italiana quando era solo un elefante del circo Barnum, ma all’inglese da quando è diventato un aereo riportato dai telegiornali all’inglese. Credo che su Acess pesi la somiglianza con il nostro “accesso”, ma non ho mai indagato.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 25, 2017 at 12:46 PM

      Mi è rimasto impresso perché il mio libro di testo del liceo si chiamava “Access” (era tipo il ’91 e non so se già esisteva il pacchetto Office) e la prima cosa che ci insegnò il nostro prof di inglese fu di pronunciarlo correttamente, specificando che avrebbe linciato chiunque avesse pronunciato “àccess” 😀
      Ricordo che tempo fa si accesero le discussioni sulla privacy, sul fatto ciò che solo in italiano si pronuncia “pràivasi” mentre gli inglesi dicono “prìvaci”, o qualcosa del genere.
      Ma la vera maledizione è “puzzle”: in qualsiasi moldo lo pronunci si alza sempre qualcuno a dire che si pronuncia al contrario 😀

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  8. zoppaz

    settembre 25, 2017 at 12:53 PM

    Poi la smetto… comunque su privacy c’è una differenza di pronuncia tra inglese e americano, stando al dizionario http://dictionary.cambridge.org/it/dizionario/inglese/privacy e noi “facciamo gli americani” più che gli inglesi. Su puzzle, già Paolo Monelli ai tempi del fascismo scriveva: è un termine “inglese di brutto suono così come è pronunciato generalmente da noi.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 25, 2017 at 1:42 PM

      Continua quanto vuoi, che sono delizia ^_^
      Magari sai a chi posso rivolgermi per l’arcano degli arcani: perché per il cavo della TV, HDMi, devo pronunciare le prime tre lettere in italiano e la quarta in inglese? Tuti dicono “acca i emme ài”: ma se siete tanto inglesi, perché non dite “èic di èm ài”… D’altronde siamo passati dalle “vu acca esse” (VHS) al “dì vì dì” (DVD) 😛

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    • Lucius Etruscus

      settembre 27, 2017 at 11:12 am

      In ufficio mi è appena stato consegnato un foglio che parla di “fringe benefit Welfare”: ma che roba è? Io “Fringe” in TV non l’ho mai visto! 😀

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      • zoppaz

        settembre 27, 2017 at 3:25 PM

        I fringe benefit (benefici accessori) sono annoverati anche sul Devoto Oli e datati addirittura 1971. Su HDMi non ti so rispondere…

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      • Lucius Etruscus

        settembre 27, 2017 at 3:27 PM

        E in un comunicato al personale non si può proprio scrivere un comprensibile “benefici accessori”, no? 😀
        Con questo itanglese affaristico mi sento sempre più taken by the ass 😛

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  9. theobsidianmirror

    settembre 26, 2017 at 8:05 am

    Passo otto ore del mo tempo nell’ufficio marketing di una multinazionale, per cui di aneddoti te ne potrei raccontare un migliaio al giorno. Certi termini sono ormai entrati a fare parte del quotidiano e non ci faccio più caso.. altri invece sono talmente odiosi che non riesco a trattenere le lacrime. Un esempio? Endorsare!
    E poi ci sono casi di supermanager che cascano clamorosamente sui false friends… tipo che usano “eventually” per dire “eventualmente” oppure “outstanding” per dire “stare in piedi fuori in cortile”.

    PS: Pare proprio che Novedrate sia il centro del mondo.. ti ricordi che quel paesotto brianzolo lo aveva anche citato Pino Daniele in una sua canzone?

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    • Lucius Etruscus

      settembre 26, 2017 at 8:17 am

      Noooooo Pino Daniele che cita Novedrate sono cose che fanno male al cuore! 😀 😀 😀
      Massima vicinanza al tuo dolore, che ti ritrovi a vivere nell’itanglese profondo, dove nessuno può sentirti urlare…

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      • theobsidianmirror

        settembre 26, 2017 at 9:21 am

        Ho scoperto che Pasquale / forse è nato a Cefalù / si è sposato a Novedrate / è un bravo elettricista / fuma poco e ascolta i Pooh / ‘O scarrafone / ‘O scarrafone…. ecc… ^___^

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      • Lucius Etruscus

        settembre 26, 2017 at 10:24 am

        Ma pensa te, conoscevo la canzone ma non avevo mai notato il nome… Mi sa che è una cittadina più nota del dovuto 😛

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