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Cartaceo vs Digitale: Memoria (Fine)

18 Set

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

A Socrate prima e a Platone poi sarebbe piaciuto che la conoscenza si veicolasse esclusivamente attraverso il dialogo, ma per questo serve una voce e le voci svaniscono. (Almeno quelle buone: le voci stupide e fastidiose si moltiplicano all’infinito.) Quindi in mancanza della rosa originaria a noi non rimane altro che accontentarci del nome della rosa: della parola che la indica.
Non è una brutta situazione, perché tutto ciò che noi chiamiamo realtà nasce da un’immagine divulgata mediante parole…

«Cresciamo imitando, e poco alla volta la mimesi genera quello che appare come un comportamento spontaneo, una coscienza, dei significati. È in questo senso che c’è una priorità della lettera sullo spirito, o, più esattamente, che lo spirito è una modificazione della lettera, una sua derivazione: se non ci fosse lettera, non ci sarebbe quel sottoprodotto della lettera che è lo spirito, proprio come se non ci fosse memoria non ci sarebbe quell’effetto collaterale della memoria che è il pensiero.»

Non ho mai conosciuto di persona il professor Maurizio Ferraris né quindi posso dialogare socraticamente con lui: mi accontento di essere rimasto folgorato sulla strada di Damasco dal suo imprescindibile saggio “Anima e iPad” (Guanda 2011).

Come ci insegna il professor Franco Farinelli, quando Colombo partì per le Americhe la Terra era rotonda, com’era noto ad ogni uomo di cultura dall’antica Grecia in poi: quando il navigatore tornò, la Terra era diventata piatta. Era diventata una mappa, e dal Quattrocento ad oggi nella cultura occidentale è la mappa a dettare la realtà: se il territorio non corrisponde alla mappa… è un problema del territorio.

La mappa è piatta perché piatta è la tabula della nostra mente, dove scriviamo le nostre memorie e tutto ciò che ci qualifica “umani”: dove cioè scriviamo le lettere che modificano la realtà che ci circonda per cercare di capirla. Di dominarla.
Un sogno romantico è avere il controllo su questa tabula

AMLETO: […] Ricordarti? Oh sì, povero spirito, finché esisterà memoria in questo globo demente! Ricordarti? Ma io cancellerò dalla tavola della mente i ricordi sciocchi e triti, le parole dei libri, tutte le forme, tutte le impressioni, tutto ciò che vi fu scritto dalla giovinezza e dall’esperienza; e il tuo comando solo vivrà nel libro del mio cervello, sgombro d’ogni altro intento!
(atto I, scena V, traduzione di Eugenio Montale)

“Hamlet and the Ghost” (1789) di Johann Heinrich Füssli

Così il corrucciato principe di William Shakespeare si lascia prendere da uno slancio in cui si prefigge di “resettare” la sua “tavola della mente” (table of my memory), contrapposta ad un “globo demente” (distracted globe): lascerà spazio solo per la vendetta nei confronti del padre ucciso, nel “libro del mio cervello”. Curiosamente l’autore scrive «the book and volume of my brain», quasi a sottolineare l’eterna dualità libraria troppo spesso dimenticata: esiste il bìblos e il biblìon, il libro e l’opera, il contenitore e il contenuto, la buccia e il frutto. Quando si esalta il “profumo della carta” o la bellezza di un volume, si sta parlando del contenitore superficiale: non del contenuto.

Molto antica e radicata in noi è l’immagine della mente come “tavola della memoria” (per dirla come Shakespeare) dove inseriamo tutto ciò che consideriamo importante e tralasciamo tutto ciò che non conosciamo, e questa tecnica la adottiamo da millenni… perché è la tecnica delle tavolette d’argilla degli antichi popoli, strumento utilizzato per scrivere solo il conoscibile. (Di solito conteggi amministrativi, roba noiosa.)
Il passaggio dalla tavoletta al tablet non esiste: perché semplicemente sono la stessa cosa.

Tavoletta (tablet) di Uruk, con foglio Excel dell’epoca…

Che sia un iPad, un pad, uno smartphone o qualche altro nome per indicare la tecnologia di turno non ha importanza: dopo millenni l’umanità è tornata all’origine, è tornata alla tavoletta. Ad una superficie piatta su cui proiettare esattamente la tabula mentale, con tutti i suoi ricordi e tutta la sua descrizione e modello della realtà. Compresi i libri, che oggi molti (tipo me) leggono in abbondanza su questo nuovo formato: rinunciare al contenitore ci permette di aumentare esponenzialmente il contenuto. Socrate non approverebbe, ma tanto non lo saprà mai…

Chiudo dunque il cerchio affrontando la questione sollevata dall’amico redbavon: ai miei figli posso lasciare i libri che ho amato per passare loro questa passione, mentre con gli eBook questo “passaggio” perde di senso. Il digitale è evanescente, si perde il concetto del “tramandare”.

Una risposta facile è anche la meno esplicativa: passare libri ai figli significa passare carta ingombrante, e da anni nel mio blog racconto di “libri infranti”, volumi regalati con tanto di dedica che vengono prontamente gettati via, così come ho testimoniato di intere biblioteche gettate nel secchione, perché è una regola ferrea che ogni collezionista librario è circondato da parenti che getteranno via la sua intera collezione alla prima occasione. Tutto questo è troppo facile, la questione è più sottile.

La questione è che regalare un libro è regalare carta. Nel migliore dei casi, quando cioè si tratti di libri particolarmente pregni, si regala un contagio memetico che si spera attecchirà nella mente del lettore, ma non c’è alcuna sicurezza in questo.
Tutt’altro discorso è regalare una tabula: un tablet con all’interno la propria memoria. Regalare cioè ai propri figli la “tavola della propria memoria”. È come regalare la memoria di Shakespeare, riallacciandosi a Borges, solo che è la propria memoria che si passa ai figli. Non un libro, non cento libri, ma tutti i libri che si è considerati importanti, tutti i documenti, le foto, le tabelle, le schede, gli studi, i grafici, i giochi e le stupidate che hanno formato la propria personalità.

Donare è l’istinto più alto in una persona, ma qual è uno fra i doni più importanti che la nostra cultura cristiana ci ha insegnato? Gesù che dona agli apostoli… cosa? Il suo spirito? No, quello lo dona al Padre quando si ritrova sulla Croce («Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito», Luca 23,46): agli apostoli e, per estensione, a tutti i fedeli dona il proprio corpo e il proprio sangue (Marco 14,22-24), a suggello di un patto. Noi, che valiamo molto meno di Gesù, paradossalmente possiamo andare oltre…

«Quello di cui dobbiamo essere consapevoli è che ognuno di noi, mostrando il proprio iPad o l’hard disk esterno su cui conserva i propri archivi, può sin da ora dire: “Questo è il mio corpus”.»

Con questa citazione di Ferraris chiudo il viaggio nella Memoria esterna che è la nostra anima, quella tavola dei ricordi in cui inseriamo tutto ciò che ci rende ciò che siamo, nel bene o nel male. Non possiamo cancellarla a piacere, come si prefiggeva il povero Amleto, non possiamo salvarla su un formato esterno, come immaginava Clarke e Rucker, ma possiamo donarla come sognò Borges: possiamo donare la nostra intera memoria, fallace come ogni memoria, incompleta e inesatta, come ogni Memoria l’uomo ha cercato di salvare, affidandola a supporti piatti, che fossero di argilla o di cristalli liquidi.

Non possiamo donare il ricordo (mnèmes) né la sapienza (sofìas), ma possiamo donare l’archivio (bibliothèke), e la memoria digitale ci consente teoricamente di donare tutto ciò che abbiamo letto nella nostra vita, o almeno tutto ciò che consideriamo importante tramandare. Che poi dall’altra parte ci sia qualcuno disposto ad accettarlo… be’, questo è un altro discorso.

L.

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11 commenti

Pubblicato da su settembre 18, 2017 in Indagini

 

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11 risposte a “Cartaceo vs Digitale: Memoria (Fine)

  1. Conte Gracula

    settembre 18, 2017 at 9:52 am

    A certi parenti lascerei solo la scritta “sei uno spreco di spazio, peggio di questa serie a fumetti [inserire titolo] che ho stupidamente continuato a comprare sperando che migliorasse. Ora fammi un favore: piglia tutti quegli albi con te e vatti a buttare nel cassonetto!”

    Più seriamente, bel giro di post! 😉

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    • Lucius Etruscus

      settembre 18, 2017 at 10:00 am

      Ti ringrazio, ed è un’ottima idea per un racconto di fantascienza: “ripulitori di memorie” che liberano spazio indigesto nella mente così da poter accogliere ricordi migliori 😛

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  2. redbavon

    settembre 18, 2017 at 9:56 PM

    Davvero un eccellente excursus, sei passato dal divulgativo al digital-evangelist e viceversa con disinvoltura con sprazzi di intrattenimento puro. Un grazie di cuore per il tuo impegno e passione.
    L’ultima frase mi è davvero piaciuta: “Non possiamo donare il ricordo (mnèmes) né la sapienza (sofìas), ma possiamo donare l’archivio (bibliothèke)”.Colgo l’occasione di chiarire un punto: non m’nteressa trasferire tutta la “biblioteca” (già so che gran parte di questo “un-po’-di-me” finirà in un cassonetto o ritirato da un rigattiere (magari finisce sulle bancarelle dell’usato e dà da mangiare a qualcuno), ma la mia passione, l’emozione, la capacità di meravigliarsi, di incuriosirsi. Il medium che sceglieranno i miei figli non è importante: conosco bene quello della carta, dei supporti ottici, delle cartucce, dei nastri, dei vinili passando attraverso file mp4, ePub, mp3 (ne scrissi 30 anni fa un redazionale per una rivista-catalogo di didattica) ed è più facile per me trasmettergli il mio “patrimonio” con un libro o un disco. A quattro anni già muovevano Super Mario e Yoshii sulle piattaforme con un certo coordinamento, il tablet ce l’hanno “dentro”, come per me il Motorola 68000. L’importante è che ci mettano passione, curiosità e meraviglia.
    Grazie ancora 🙂

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    • Lucius Etruscus

      settembre 19, 2017 at 4:59 am

      Quelle doti sono sicuramente fondamentali ed è difficile “tramandarle”, avendo bisogno di lavoro ma soprattutto di imitazione: una persona passionale e curiosa facilmente passerà questo “contagio” 😉 Il supporto cambia e non ha importanza, così come oggi nessuno si lamenta della scomparsa delle VHS o delle musicassette, che rimangono oggetti della nostra nostalgia: ciò che però in esse era contenuto oggi si può tramandare mediante il digitale, formato dopo formato, e quindi rimane lo spirito dell’operazione. Tramandare ciò che abbiamo amato, al di là del supporto su cui questo è conservato.
      In fondo pur se è nata per motivi amministrativi, la scrittura poi è nata come supporto per tramandare ciò che, epoca dopo epoca, è stato considerato importante. In fondo la scrittura è il “digitale” dell’oralità analogica 😛

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      • redbavon

        settembre 19, 2017 at 8:29 am

        Concordo sulle tue considerazioni, ma fammi rientrare nel ruolo di “spacciatore” di post 😉
        Ritengo che il supporto fisico agisca come “catalizzatore”, è capace di generare una catalisi tra emozioni-memoria-conoscenza.
        Mi chiedo, non in modo retorico, ma con curiosità e ascoltando, se un file possa generare tale catalisi come è stata per me.
        Per darti un esempio, vai a leggere questo post che parla di me e di questo rapporto con certe “cose”. Fugo subito l’idea che abbia per me un valore nostalgico:
        https://redbavon.wordpress.com/2013/02/10/io-non-ho-paura/

        Mi rendo conto che la domanda andrebbe rivolga a un ragazzo che è nato con il digitale e non ha conosciuto VHS, Walkman,, tubo catodico e crede che un accoppiatore acustico sia un protesi medica. Ma confido nella tua voglia di “esplorare”…
        Tuo-Spacciatore-di-post

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      • Lucius Etruscus

        settembre 19, 2017 at 8:32 am

        Prima di procedere alla lettura, denuncio subito la mia ignoranza. cos’è un accoppiatore acustico??? Sicuro non sia una protesi medica? 😀 😀
        Volo a leggere…

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      • redbavon

        settembre 19, 2017 at 8:34 am

        Usa Google per scoprirlo ahahahah 😉

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  3. Emanuele

    settembre 20, 2017 at 9:50 am

    Bellissimo articolo al quale non potrei e non saprei aggiungere altro!
    La mia eredità finirà in qualche cantina o secchione ma non mi importa, mi interessa godermela finché sono in questo mondo.
    Concordo molto col Conte qui sopra ma il mio pensiero è più ampio, si estende su tutta la nuova generazione.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 20, 2017 at 9:56 am

      Qualcuno in effetti dovrebbe studiare il fenomeno dei collezionisti che sono sempre circondati da parenti ansiosi di buttar via gli oggetti tanto amati dal loro congiunto. Ovviamente è un discorso esclusivamente librario, qualsiasi altra collezione verrebbe conservata, ma una volta scoperto che i libri non valgono nulla, zero carbonella, ecco che scatta il cassonetto…

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  4. zoppaz

    settembre 21, 2017 at 8:22 am

    Meravglioso questo trattato a puntate. Mi ricorda altri simili approcci, non così attuali, per esempio “Dalla selce al silicio” (cioè il computer) del 1984 (Gutenberg 2000) oltre a gli Apocalitti e ibtegrati di Eco… Anni fa avevo fatto qualche riflessione sulle analogia tra i rotoli (che c’erano prima dei libri) e lo scorrere delle pagine web (ritorno al rotolo), o tra lo schermo del computer e le vetrate delle chiese (unico esempio di arte luminosa di epoca pre-elettronica).Sono accostamenti affascinanti, che fanno riflettere sull’evoluzione delle tecnologie e su come diventano l’estensione del pensiero. Questo tuo è davvero molto colto, ben fatto e completo.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 21, 2017 at 8:52 am

      Ti ringrazio dei complimenti che mi fanno arrossire ^_^
      «La tecnica, come in un corteo, porta continuamente alla ribalta una moltitudine di cose antichissime» Questa frase di Ernst Jünger l’ho scoperta nel citato saggio “Anima e iPad” e davvero trova ogni giorno conferma nel mondo tecnologico finto nuovo che ci circonda.
      I modi di archiviare la memoria non sono infiniti, e gira che ti rigira si finisce sempre lì: tavolette, rotoli, codici, alla fine gli schemi si ripetono: cambia il materiale con cui il libro è costruito, ma la struttura è fondamentalmente simile nei millenni.
      Riallacciandomi al tuo parallelismo, gli eBook sugli smartphone si leggono con un sistema straordinariamente simile ai papiri: si sfogliano in orizzontale la pagine come si srotolerebbero in un rotolo! Esattamente come annotiamo su superficie piatta dati come facevano gli antichi archivisti su tavoletta.
      Ah, ne approfitto per segnalarti che credo di essere finito in SPAM nel tuo blog: ho commentato ieri su due post ma ancora non “appaio”… 😉

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