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Cartaceo vs Digitale: Memoria (4)

14 Set

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Il dio Theuth

Quando si cerca di conservare la memoria con “strumenti esterni”, abbiamo visto, il risultato è sempre o deludente o dannoso: la narrativa fantastica ha scoperto nel futuro ciò che già nel passato affermava Socrate, circa duemilacinquecento anni prima di tutti gli esempi che ho riportato.

Il saggio di Atene raccontava di una leggenda egiziana che aveva sentito, in cui fra le molte invenzioni del dio Theuth – i numeri, il calcolo, la geometria, l’astronomia, il gioco della scacchiera, i dadi e via dicendo – la più dannosa era la scrittura (gràmmata). Il dio andò dal re dell’Egitto Thamus e gli espose tutti i vantaggi di ciò che aveva inventato, e arrivato alla scrittura disse:

«Questa scoperta, o re, renderà gli Egizi più sapienti [sofotèrus] e più capaci di ricordo [mnemonicotèrus]. È stato trovato un rimedio [fàrmacon] che dà ricordo [mnèmes] e sapienza [sofìas].»
(274e, traduzione di Enrico Turolla, Rizzoli 1953)

Queste parole ovviamente scandalizzano il re Thamus tanto quanto Socrate che le sta raccontando. Ecco come risponde il re saggio al dio:

«Tu sei il padre della scrittura; e il tuo amore t’ha fatto dire il contrario di ciò ch’essa può fare. La tua scoperta infatti indurrà nell’anime l’oblio, perché non si farà più esercizio di memoria. Gli uomini, vedi, non ricorderanno più da soli nella loro interiorità; bensì per l’aiuto d’una scrittura esteriore; per mezzo di segni che provengono da fuori.»
(275a)

Socrate non usa questa leggenda egizia per criticare la scrittura, anzi, la considera un ottimo «farmaco non della memoria ma del richiamare alla memoria»: una volta che si è giunti alla conoscenza, è giusto scriverla per fissarla e per rinfrescare la memoria nel tempo. Ciò che inganna è credere che solo dalla scrittura arrivi la conoscenza.

«Ne verranno uomini che nozioni molte anche ne sapranno, ma senza maestro; uomini che hanno l’aria di pronunciar giudizi su infinite cose, ma che non sanno nulla, per lo più. Uomini ombrosi e boriosi! Saccenti, non saggi.»
(275b)

Socrate sembra aver descritto facebook con due millenni di anticipo!

La scrittura è come la pittura, conclude il filosofo, imita la verità ma non è la verità. Così a leggere il pensiero scritto di un saggio non si diventa sofòn, saggi, ma semplicemente doxòsofoi, letteralmente “portatori di saggezza”.

Spesso commentando questa tematica si è parlato di contrapposizione fra oralità e scrittura, in realtà è una questione molto più sottile: si tratta di interattività. Socrate spiega che se leggi un libro, se cioè leggi la conoscenza che un saggio divulga, non hai possibilità di chiedere spiegazioni, non puoi interrogare il libro se non hai capito qualcosa. E, caso decisamente peggiore, puoi convincerti di aver capito il pensiero dell’autore senza averlo mai interrogato dal vivo, e puoi andare in giro a storpiarne la conoscenza o ad usarla in qualcosa per cui non è adatta.

Insomma, scrivere serve solo all’autore per fissare la memoria, perché la conoscenza si ottiene solo tramite il dialogo. Il problema però… è che questo pensiero di Socrate lo conosciamo perché ce lo racconta Platone nel Fedro (circa 370 a.C.), cioè lo conosciamo perché qualcuno l’ha scritto, qualcuno l’ha riscritto, qualcuno l’ha ricopiato, qualcuno lo ha tramandato, qualcuno lo ha stampato, qualcuno lo ha ristampato e alla fine è arrivato fino a noi, tramite continue ristampe spesso economiche, cioè per le tasche di tutti. Da alcuni anni l’opera omnia di Platone è accessibile in formato digitale economico in modo da risultare fruibile da chiunque, esattamente quello che Platone non avrebbe mai voluto.

Non possiamo più interrogare Socrate né il suo allievo Platone, che sposò in pieno la filosofia del maestro e la tramandò, quindi dobbiamo scendere a compromessi. Non abbiamo più la rosa, abbiamo solo un lontano ricordo del nome della rosa: dobbiamo farcelo bastare.

Socrate ha ragione a dire che scrivere significa estrarre la memoria dalla nostra mente e concretizzarla così che ne rimaniamo privi. Il filosofo sicuramente avrà avuto una memoria formidabile, ma mi sento sicuro nell’affermare che nel mio hard disk ci sono “memorie” che neanche mille Socrati avrebbero potuto gestire. Il problema è se vogliamo sapere a memoria un libro… o leggerne mille senza saperli a memoria. (Non potendo più interagire con gli autori, in ogni caso otterremo solo l’apparenza della conoscenza, stando al filosofo greco.)

Ognuno è libero di fare la sua scelta, ma il genere umano nella sua storia ha sempre inconsciamente optato per la seconda azione.

«Dato che le informazioni possono essere immagazzinate e recuperate in modi assai diversi, abbiamo denominato “Sistema di Memoria Artificiale” (SMA) ogni oggetto materiale creato e utilizzato per registrare, conservare, trattare, trasmettere e leggere informazioni.

Così scrive Francesco d’Errico ne Le prime informazioni registrate, all’interno di “Dal segno alla scrittura” (Le Scienze Dossier n. 12, estate 2002).

Sin dai lontani tempi preistorici l’umanità ha usato le risorse più disparate per “masterizzare la propria memoria”: estrarla dal formato analogico della propria mente – incompleta, immanente e totalmente inaffidabile – e trasformarla nel formato in voga nei vari periodi, cioè qualcosa non solo di concreto e leggibile ad altri, ma anche qualcosa di replicabile. Sin dall’antichità dunque il genere umano ha trasformato il ricordo (mnèmes) e la sapienza (sofìas) in archivio (bibliothèkais).

(continua lunedì: mi serve una pausa per il lungo approfondimento su “Dunkirk” nel Zinefilo, questo venerdì!)

L.

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8 commenti

Pubblicato da su settembre 14, 2017 in Indagini

 

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8 risposte a “Cartaceo vs Digitale: Memoria (4)

  1. Ivano Landi

    settembre 14, 2017 at 7:14 am

    Se Platone nel Fedro usa il mito per esprimere il suo scetticismo sulla possibilità della scrittura di trasmettere vera conoscenza, nella sua (lunghissima) settima lettera, ribadisce il concetto in modo più tecnico e circostanziato. Parlando del nucleo essenziale della filosofia scrive:

    Mi è giunto all’orecchio che in seguito [Dioniso di Siracusa, che era stato suo allievo] abbia addirittura steso per iscritto ciò che aveva appreso da me, presentandolo come lavoro suo, e non come resoconto di cose udite; ma di preciso non ne so niente. So invece che altri hanno scritto su questi stessi argomenti; ma chi sono, non lo sanno né pur loro. Questo solo ho da dire sul conto di tutti coloro i quali hanno scritto e scriveranno su questo argomento, e che affermano di essere esperti di ciò cui anch’io mi dedico (l’abbiano essi appreso,da me, da altri, o per proprio conto): penso che sia impossibile ne abbiano capito qualcosa. Non esiste nessun mio scritto sull’argomento; né mai esisterà. Non si tratta assolutamente di una disciplina che sia lecito insegnare come le altre; solo dopo lunga frequentazione e convivenza col suo contenuto essa si manifesta nell’anima… ecc. ecc.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 14, 2017 at 7:35 am

      Ti ringrazio per il preziosissimo contributo.
      Questa lettera fa ancora più chiarezza sull’ambiente in cui sono nate certe questioni che troppo sbrigativamente vengono di solito bollate come un puntiglio di Socrate/Platone contro l’oralità, come se fossero i classici vecchietti che si scagliano contro le “diavolerie moderne”. (Come ho mostrato nel mio ciclo “Tecnologia libraria”, la storia del libro è pieno di autorevoli voci che, volta per volta, si sono lamentati della novità di turno: al confronto, le critiche al digitale sono acqua di rose!)
      Ricordo anche in Platone critiche a quei copisti frettolosi che vendevano sulle bancarelle in piazza libri più o meno attribuiti a lui, se non proprio plagi molto usati all’epoca. Sicuramente in questa confusione generale, solamente l’interattività del dialogo permetteva di stabilire chi fosse davvero saldo nelle sue convinzioni e chi invece si limitasse a ripetere cose leggiucchiate in giro.
      Altro però è il discorso sulla Memoria, che con l’avvento della tecnologia “scritta” perde di vigore. E’ vero, ma quello che Socrate e Platone non prendono in considerazione è che la rinuncia ad una buona memoria “naturale” è compensata da una mole sconfinata di memorie “artificiali”. Questa è stata la grande invenzione dell’umanità troppo spesso dimenticata: la rinuncia alla memoria individuale in favore di una memoria collettiva, molto costosa da conservare e continuamente messa sotto attacco…

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      • Ivano Landi

        settembre 14, 2017 at 10:06 am

        Be’, allora, in quanto a memoria collettiva, secondo Steiner esisterebbe addirittura una memoria universale intrinseca all’universo dove ogni conoscenza viene memorizzata in eterno: il famoso Akasha (l’etere dell’induismo).

        Da Wikipedia:
        Nuove interpretazioni e teorie filosofiche furono apportate da Rudolf Steiner, per il quale Akasha, in virtù della sua capacità di contenere e collegare insieme ogni evento dello spazio e del tempo, rappresenta una sorta di biblioteca universale che riunisce tutte le conoscenze del mondo, da lui perciò denominate «cronaca di Akasha».

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      • Lucius Etruscus

        settembre 14, 2017 at 10:17 am

        Oh, questa sì che è roba ghiotta! Unita alla memoria collettiva di Jung ci sarebbe materiale per un approfondimento, ma per ora mi limito alle memorie “a posteriori”, cioè quelle volutamente scelte e salvate dell’umanità, considerandole meritorie di conservazione 😉

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  2. Conte Gracula

    settembre 14, 2017 at 7:54 am

    Credo che con l’aumentare delle informazioni e delle tecniche a nostra disposizione, non esistesse altra possibilità se non tramandare tutto con le memorie artificiali: io non ho mai avuto quella memoria assassina che ricorda ogni dettaglio di ogni cosa 😛
    E la soluzione Fahrenheit 451 in cui ognuno manda a memoria un libro… se mi toccasse La Storia, mi caverei gli occhi XD

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    • Lucius Etruscus

      settembre 14, 2017 at 8:01 am

      ahahah geniale idea per un racconto. In un futuro in cui ognuno deve imparare a memoria un libro, al protagonista tocca una noia mortale! 😀 Si scrive da solo ahaahaha

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  3. redbavon

    settembre 14, 2017 at 1:37 pm

    Per un attimo ho avuto l’immagine di Socrate e Platone su una panchina al parco pubblico mentre guardano i ragazzi leggere un tablet…e puoi immaginare i loro discorsi! 😉 Gli Umarels filosofi mancavano!
    Per il resto…porc…ho dimenticato tutto! Aspetta che riavvio e inserisco l’altro hard-disk.

    Ottimo post e alle prossime puntate.

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