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Cartaceo vs Digitale: Memoria (3)

13 Set

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

È la scelta dei ricordi che dà la misura di una vita umana, dicevo nel precedente post, e ce lo conferma Rudy Rucker nel racconto “Morte soft” (Soft Death, da “The Magazine of Fantasy and Science Fiction”, settembre 1986; Nord 1994), delizioso gioco di parole con soft-ware. Ricordo che Rucker è diventato famoso proprio con il romanzo Software che ha dato vita alla Tetralogia del Ware: Software (1982), Wetware (1988), Freeware (1997) e Realware (2000).

Il protagonista scopre con sgomento di avere solo tre settimane di vita, e l’essere ricco per una volta non può aiutarlo. Oppure sì? Viene avvicinato da un certo Yung che gli fa avere uno strano biglietto da visita: “MORTE SOFT S.p.A. Conservazione e Trasmissione Scientifica dell’Anima”.

Dietro altissimo compenso – la metà del patrimonio – questa ditta offre l’immortalità al protagonista, perché «l’immortalità è il software.»

«Parlando in astratto, lo schema di informazioni esiste anche in assenza del corpo, ma perché tale schema possa considerarsi vivo, ha bisogno di una sovrastruttura. La sovrastruttura della Morte Soft è costituita da quel computer là fuori. Se vuole, sono in grado di estrarle dal corpo l’intero schema di informazioni software e di codificarlo nella macchina.»
(traduzione di Giampiero Roversi)

Scopriamo che nei server della Morte Soft ci sono tanti altri ricconi che hanno scelto quella soluzione: costretti a rinunciare ad un corpo morente, il loro software senziente vive all’interno di computer. Il protagonista accetta ma scopre che la procedura lo vede molto più protagonista del previsto.

«Solo lei conosce il suo sistema simbolico» gli viene detto, quindi non serve a niente “prelevare” l’intera memoria e immagazzinarla in un computer, come invece faceva Clarke nel 1948: è il soggetto che deve raccontare la sua vita alla macchina in modo che a salvarsi non sia la somma dei ricordi ma solo quello che il soggetto ritiene essere fondante a ciò che egli chiama “se stesso”.

Per le successive due settimane il protagonista parlerà di sé ad una “scatola della vita” – una specie di computer portatile senziente – raccontando tutto ciò che ricorda della propria vita ma soprattutto raccontando ciò che ritiene di aver imparato dalla propria esistenza. Parla dell’infanzia e della maturità, degli amori e degli odi, scoprendo quello che già Borges aveva detto: «La memoria dell’uomo non è una somma, è un disordine di possibilità indefinite.» (Ed è curioso che Rucker pubblichi il racconto proprio l’anno della morte dell’argentino.)

Il protagonista di Morte Soft si pentirà del suo gesto, cioè di trasformare la propria coscienza – che risulta essere semplicemente ciò che ricordiamo della nostra memoria – in un freddo software ordinato, visto che è proprio la memoria disordinata a renderci ciò che siamo.
E alla stessa conclusione arriverà Martha (Hayley Atwell), la protagonista dell’episodio 2×01 – “Torna da me” (Be Right Back, 11 febbraio 2013; in Italia, 19 marzo 2013) – della fortunata (anche se ormai irrimediabilmente rovinata) serie televisiva “Black Mirror”.

Martha ha da poco perso suo marito Ash (Domhnall Gleeson) ed è in piena elaborazione del lutto quando sua sorella la avverte di averla iscritta, suo malgrado, ad un servizio molto particolare: un software che mediante l’analisi approfondita di tutte le “tracce” lasciate da Ash nei social network, e-mail e via dicendo, ricostruisce la sua personalità con cui interagire. Non solo per iscritto ma anche per voce.

Fra la notizia di aspettare un figlio che dovrà crescere da sola e il dolore per la perdita, Martha cede e si ritrova ad arricchire il software: ribaltando la situazione di Rudy Rucker la donna comincia a parlare a lungo dei ricordi e delle esperienze: non di se stessa, bensì del marito. E se i “clienti” nel racconto di Rucker vivevano all’interno di un server, nel 2013 la dematerializzazione consente allo sceneggiatore (nonché creatore della serie) Charlie Brooker una battuta azzeccata: per indicare dove si trova, l’Ash digitale risponde

«I’m remote, I’m in the cloud».

Il doppiaggio italiano, messo evidentemente alle strette, non sa come rendere il gioco di parole con cloud e si limita a tradurre

«Sono un sistema remoto: vivo tra le nuvole».

Nei trent’anni che intercorrono fra il racconto di Rudy Rucker e l’episodio di Charlie Brooker il mondo è cambiato profondamente… ma neanche tanto. Non vanno più di moda i server fisici a cui si preferisce il cloud, come se quest’ultimo non fosse il semplice collegamento “etereo” con server fisici.

Il protagonista di Rucker ha un cedimento quando arriva il momento di rinunciare al corpo fisico, mentre l’Ash digitale informa Martha che il passaggio successivo è inserire il software in un hardware: inserire la sua “coscienza digitale” in un corpo fisico. (Curiosamente l’originale parla semplicemente di «another level», un altro livello, ma il doppiaggio italiano preferisce inserire un giudizio di valore: «c’è un livello superiore», come se la fisicità fosse superiore al digitale.)

Martha compra un corpo fisico in tutto e per tutto identico a suo marito, costruito seguendo le foto, i filmati e ogni tipo di ricordo digitale esistente. Una volta inserito il software, la replica è perfetta: Ash è ritornato in vita. Ovviamente non è così, è solo un robot senza personalità che si limita a reagire agli impulsi seguendo ciò che Ash ha lasciato scritto, e che siamo lontani dalla modernità è dimostrato dal fatto che il sintetico chiede a Martha se le farebbe piacere se lui fingesse di mangiare, imitando un comportamento umano. La stessa idea usata da Isaac Asimov negli anni Quaranta per uno dei racconti di Io, Robot.

Salvare la memoria dunque non serve a salvare la personalità, anzi se ci concentriamo solo sulla conservazione dei ricordi rischiamo di perdere la chiave che ci permette di interpretarli, così che in mano non ci rimane altro che parole vuote.
Tutto questo è lontano dalla modernità: tutto questo lo diceva qualcuno già due millenni fa…

(continua)

L.

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14 commenti

Pubblicato da su settembre 13, 2017 in Indagini

 

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14 risposte a “Cartaceo vs Digitale: Memoria (3)

  1. Cassidy

    settembre 13, 2017 at 6:24 am

    Lo hanno tradotto davvero con “vivo tra le nuvole”? Pazzesco. In ogni caso mi sto godendo anche questa tua rubrica a ruota libera, se il risultato è post sempre così interessanti spero ti chiedano più spesso il tuo parere su tutto 😉 Cheers

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  2. Conte Gracula

    settembre 13, 2017 at 8:03 am

    Finisci così, col cliffhanger? °O°
    Le storie che citi hanno una visione materialista della natura umana… ma d’altro canto, sospetto che ancora non ci sia certezza su cosa renda una persona… una persona!

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    • Lucius Etruscus

      settembre 13, 2017 at 8:13 am

      Per fortuna non è questo il tema del ciclo, perché sarebbe davvero un discorso molto più ampio e da cui comunque non se ne uscirebbe. Comunque siamo lontani dal materialismo, visto che ogni volta che una storia tenta di trattare il corpo umano a livello materialistico finisce male, seguendo la piena “morale” che l’educazione religiosa ci ha insegnato. Il ciclo del Ware di Rudy Rucker è davvero materialistico, gli esempi da me citati lo sono davvero ben poco 😛

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  3. redbavon

    settembre 13, 2017 at 9:07 am

    Giunti nel cloud – traduzione “spettacolare” quella delle “nuvole” – ora la memoria e’ distribuita nella Rete e, da una parte diventa più difficile che vada completamente distrutta, dall’altra diventa proprietà potenzialmente esclusiva di aziende come la Morte S.p.A sui cui server risiede il software e i dati. Dammi del retrogrado, ma sono sempre più attaccato alla mia copia de Il Signore degli Anelli da tramandare ai miei figli finché tarlo non se la pappi 😉
    Tiri in ballo un altro dilemma: I.A. Vs Umano.
    E come il Conte ha introdotto un argomento-tsunami, questo non è da meno.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 13, 2017 at 10:21 am

      L’intelligenza artificiale è una questione puramente teorica, visto che non sappiamo definire neanche quella umana 😛
      Il discorso che sto portando avanti esula dai casi particolari: nessuno vuole toglierti la gioia di donare un libro caro ai tuoi figli, ma guardando a tremila anni di storia del libro il discorso è diverso. Dopo aver perso un numero impressionante di opere per colpa del cartaceo (supporto che duplicare è costoso e impegnativo) siamo giunti in un’epoca in cui la replicabilità è istatanea e senza costi. Solo uno sparuto numero di opere è in mano ad aziende che dicono di avere in esclusiva il sistema di lettura (che in realtà non è vero), la maggior parte è perfettamente leggibile da chiunque voglia farlo, sebbene ben pochi vogliano farlo, e raggiungibile da chiunque voglia raggiungerle, anche se ben pochi vogliono farlo. Per la prima volta nella millenaria storia del libro c’è la possibilità di duplicare velocemente, senza errori e gratis: questa è la rivoluzione che andrebbe studiata e non risolta sbrigativamente con “preferisco l’odore della carta”, come fanno molti (soprattutto non lettori).

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      • redbavon

        settembre 13, 2017 at 10:33 am

        Non è una questione di odore della carta 😉
        Quando si parla di nuove tecnologie ci sono sempre due fazioni: gli apocalittici (che vedono il male nella nuova tecnologia, spesso senza nemmeno conoscerla) e gli entusiasti.
        Io sono nel mezzo. Amo le nuove tecnologie, spesso sono un consumatore-pioniere (e vittima), ma guardo al presente/passato per vedere ciò che di meglio ha da trasferire.
        Sulla I.A.: se metti munnezza nel PC, munnezza ti ritorna. Il PC è un ottimo ripetitore 😉
        Con questo tuo commento però introdurrei anche il tema “fruibilità”, “apprendimento”. Parlando di libri non è solo una questione di “conservazione”.
        Lo so ho rotto le scatole, ma sempre con il solito spirito di “questi sono i miei due centesimi”.

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      • Lucius Etruscus

        settembre 13, 2017 at 11:02 am

        Al contrario, questo ciclo mi sta appassionando ed è nato proprio dai tuoi “due centesimi”, che valgono molto di più ^_^
        L’entusiasmo per le nuove tecnologie è sempre esagerato, semplicemente perché le tecnologie prima si lanciano e poi si vede se funzionano, quindi entusiasmarsi al lancio è del tutto immotivato. L’ebook però ormai sta per festeggiare i 20 anni di vita, almeno in Italia, e da allora ha fatto passi da gigante che ho amato seguire. In questi vent’anni di totale indifferenza dell’opinione pubblica si è lavorato molto sulla compatibilità, sulla replicabilità e sulla fruibilità, e solo negli ultimi anni è arrivata Amazon ad intorbidire le acque e a rovinare la discussione. La strada è ancora lunga per arrivare a ciò che sarebbe ideale, ma si è camminato parecchio proprio nel rendere universale l’eBook, al di là di chi lo venda, e siamo a buon punto con l’arrivo dell’ePub, che è semplice HTML in una confezione carina. (anche il Kindle è HTML ma ha bisogno di un piccolo trattamento).
        Tutto questo non ha niente a che vedere con il piacere della lettura, che ognuno gestisce a modo proprio: sono gusti personali, che esulano dall’universale. Io da vent’anni leggo in digitale ma ogni centimetro di casa mia è occupato da libri cartacei, tanto per dire la differenza fra analisi e pratica -P

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      • Conte Gracula

        settembre 13, 2017 at 11:56 am

        Il fatto è semplice: il digitale non esclude l’analogico, ha molti aspetti comodi ed è una buona – pur non perfetta – ancora di salvezza: nelle condizioni attuali, in cui anche senza essere benestanti possiamo avere dispositivi per la lettura e alimentarli, se ogni testo esistesse anche in digitale (e a un prezzo sensato, aggiungo io) non avremmo più problemi di libri fuori catalogo, tra le varie.
        E magari, risparmiare spazio, alberi morti etc. per i libri che uno consideri indispensabili in copia fisica.

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      • Lucius Etruscus

        settembre 13, 2017 at 12:06 pm

        La storia del libro ci ha insegnato che non possono coesistere diversi formati, al di là di un certo periodo iniziale: è il mercato a decretare il successo di uno o dell’altro, nel lungo periodo. Ma nel frattempo nulla ci vieta, come stiamo già facendo, di sfruttare il meglio di entrambi i supporti. 😉

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      • Conte Gracula

        settembre 13, 2017 at 12:26 pm

        Per ora, non trovo il formato digitale altrettanto comodo dello sfogliare un libro. Un buon ereader ha comunque il suo perché per altri motivi.

        Inoltre, in passato sono stati tutti formati materiali, via via sostituiti con altri meno costosi o più pratici da lavorare. Col digitale… mica tutti riescono a formattare un file 😉

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      • Lucius Etruscus

        settembre 13, 2017 at 12:42 pm

        Per fortuna le opere in digitale non hanno bisogno di essere formattate, basta aprirle e leggerle! Poi se uno vuole può anche convertirle in altri formati, ma non è una conoscenza richiesta al lettore medio. 😛
        Non ho mai provato un eReader, mi dà l’idea di uno strumento troppo specialistico e quindi pieno di problemi: con lo smartphone posso leggere qualsiasi cosa in qualsiasi momento, utilizzando il PC come “base di lancio”.
        E’ sicuro che siamo lontani dall’aver trovato un sistema perfetto, è tutto un lavoro in divenire con molti errori da correggere, però è sicuro che in nessuna epoca storica una qualsiasi persona ha avuto accesso ad una mole così ingente di scritti come avviene in quest’epoca che stiamo vivendo, proprio perché il digitale ha abbattuto molti gravi problemi di accesso per forza di cose legati al “fisico”. Curioso che corrisponda all’epoca in cui si legge meno 😀

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      • Conte Gracula

        settembre 13, 2017 at 12:51 pm

        Io ho un kobo: non è male, giusto un po’ più lento da usare, rispetto a un tablet o al furbofono, ma non essendo retroilluminato, non ferisce gli occhi – io ho un’ottima vista, ma lavorare al pc senza gli occhiali filtranti mi stende in meno di un’ora, mentre col kobo è come con la carta, da quel punto di vista

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      • Lucius Etruscus

        settembre 13, 2017 at 1:09 pm

        Curiosamente io invece ho una pessima vista – un astigmatismo che con l’età non fa che peggiorare – e stando sempre a fissare un monitor non mi stanca gli occhi. Boh, sarà un qualche fortuito scherzo genetico 😛
        Al di là della “leggibilità”, mi piace il furbofono perché mi permette di gestire molto di più i libri, e poi avendolo sempre con me posso leggere anche nei momenti più inaspettati ^_^

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