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Cartaceo vs Digitale: Memoria (2)

12 Set

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Il celebre scienziato-romanziere Arthur C. Clarke ne “La città e le stelle” (The City and the Stars, 1956; Mondadori 1957; rielaborazione del racconto Against the Fall of Night apparso su “Startling Stories” nel novembre 1948) aveva immaginato la futura città di Diaspar dove tutto viene conservato. Ma proprio tutto.

«In passato gli uomini avevano costruito città, e alcune erano durate secoli, altre millenni, finché il Tempo non ne aveva cancellato perfino i nomi. Solo Diaspar aveva sfidato l’Eternità e si era difesa contro il logorio delle epoche e la decadenza.»
(traduzione di Hilja Brinis)

A Diaspar ci sono strutture che immagazzinano l’intera memoria dei propri abitanti, per preservare l’immagine dei loro ricordi, e queste strutture si chiamano Banche Memoria. Memory Banks oggi è un termine noto che ci ritroviamo ad usare per indicare le molte e varie forme di conservazione dei dati informatici che abbiamo a disposizione, ma nel 1948 Clarke è stato un pioniere nell’utilizzo del termine. Paradossalmente molto tempo prima che venisse adottato dall’informatica divenne una delle parole chiave delle “scienze alternative”.

«L’immaginazione include impressioni visive, olfattive, gustative, sonore, in breve tutte le possibili percezioni. Sono impressioni fabbricate in base a modelli giacenti nei depositi della memoria [memory banks] combinati tramite idee e costruzioni concettuali.»

Questo brano è tratto da “Dianetics. La forza del pensiero sul corpo” (Dianetics: The Modern Science of Mental Health, 1950) di L. Ron Hubbard, ottimo scrittore di fantascienza passato alla molto più remunerativa religione. Con la progressiva distribuzione delle sue idee il concetto di memory banks passa ad altre “filosofie” e “religioni” alternative: fino almeno agli anni Ottanta che si parlasse di vita oltre la morte – con la sopravvivenza della memoria oltre il corpo – o di auto-consapevolezza del potere della propria mente, le memory banks di Clarke fanno spesso capolino.

Il primo ad usare l’espressione
memory banks in “Star Trek”

L’unico ambito scientifico (per così dire) in cui l’espressione è usata risale al 1966, quando un misterioso naufrago sale a bordo dell’astronave Enterprise e racconta di essere cresciuto da solo su un pianeta, imparando a parlare ascoltando le voci registrate in memory banks (ma il doppiaggio italiano preferisce «diario di bordo»). Sto parlando dell’episodio 1×02 (o 1×08) della primissima serie televisiva “Star Trek“, risalente al 15 settembre 1966.

L’espressione la si può ritrovare in altri episodi e tredici anni dopo la usa lo scrittore Alan Dean Foster quando scrive il romanzo “Star Trek. The Motion Picture” (1979; Mondadori 1980) tratto dal proprio soggetto cinematografico, firmandosi però Gene Roddenberry.

«La grande macchina Vejur si accorse appena dell’inezia che aveva toccato la sua mente. Ma poiché il Creatore gli aveva comandato di registrare tutte le esperienze, grandi o piccole che fossero, Vejur esaminò attentamente l’insignificante presenza che era penetrata nei suoi banchi di memoria [memory banks].»
(traduzione di Mario Galli)

Il termine è ampiamente attestato nell’universo espanso di Star Trek, venendo citato in un gran numero di romanzi di ogni età.

Tutto questo può sembrare una digressione, invece se torniamo alla futura città di Diaspar immaginata da Clarke scopriamo che sono tutti frutti dello stesso albero: cioè del concetto platonico secondo cui ciò che noi chiamiamo realtà è solo una proiezione di forme custodite altrove. Magari in Banche Memoria…

A forza di chiamarlo “mondo delle idee”, abbiamo perso il concetto originale del termine idèa usato da Platone, credendo che esso indichi la verità più profonda delle cose, quand’è esattamente il contrario: idèa significa “forma esteriore”. Non stupisce dunque che Clarke immagina che le forme dei palazzi della città cambino in continuazione secondo i gusti degli abitanti, seguendo schemi già presenti nelle memory banks.

«Come tutto ciò che esisteva a Diaspar, non si sarebbero mai logorati, né avrebbero subito alcun cambiamento a meno che il loro modello-base non fosse stato cancellato da un atto cosciente di volontà.»

Oltre alle “istruzioni” per le sue strutture, in queste Banche Memoria vive anche la maggioranza degli abitanti della città, in stasi e in attesa di un ricambio che permetta alla popolazione di non ristagnare mai.

Quasi ogni abitante eterno (o supposto tale) della città passa un proprio periodo artistico e si mette a dipingere. Ognuno poi espone le proprie opere per strada in modo che i passanti le ammirino e le giudichino, lasciando un voto in un sistema che anticipa di molto facebook: un’altra delle tante invenzioni di Clarke che poi hanno visto la luce. L’opera che riceve più voti positivi (oggi diremmo like) ha l’onore di essere inserita nelle Banche Memoria della città, così da rimanere per sempre nell’immaginario collettivo degli abitanti che, se vogliono, possono in futuro ricrearla.

E le opere che non piacciono? Qui Clarke è taglientissimo:

«Le opere di minore successo seguivano il destino di tutti i quadri sfortunati. O venivano dissolte nei loro elementi originali, o finivano nelle abitazioni degli amici dell’artista.»

Come ogni ricostruzione futuristica di città perfetta, la trama prevede che il giovane protagonista faccia di tutto per fuggire e andare alla scoperta di uno stile di vita più “naturale”, che di solito corrisponde a quello del lettore della storia.

Al di là di questo, Clarke sembra fiducioso che la fedele registrazione e relativa conservazione dell’immagine dei ricordi in Banche Memoria garantisca un risultato più costruttivo di quanto pensi Borges. Immagina cioè una popolazione che ha raggiunto l’immortalità perché ogni individuo registra i propri ricordi passandoli ad un altro: i corpi sono intercambiabili ma la memoria rimane.
Forse Clarke riesce a far funzionare il sistema perché nella sua Diaspar più che una registrazione totale dei ricordi c’è una certa scelta. Ed è la scelta che dà la misura di una vita umana, come ci spiegherà un autore molto diverso.

(continua)

L.

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17 commenti

Pubblicato da su settembre 12, 2017 in Indagini

 

Tag:

17 risposte a “Cartaceo vs Digitale: Memoria (2)

  1. redbavon

    settembre 12, 2017 at 7:26 am

    Ok, bene inizio a camminare con te, ma tu tienimi la mano perché lanci una serie di riferimenti e – come sono fatto io – mi ci butterei in carpiato. Però rimaniamo sul sentiero scelto da te. Dunque…
    La memoria del singolo individuo ha il potere di renderlo immortale perché può essere trasferita ad altri e diventa memoria anche di quest’ultimo (grazie a Ivano che mi ha fatto cogliere il nesso con il “digitale”). La memoria diventa collettiva è patrimonio della generazione presente e di quelle future; la generazione presente ha il compito di selezionare quelle degne di essere “memorizzate” da quelle scartabili (“dimenticabili”) poiché comunque siamo limitati…Ehi tu con il pop-corn! Falla finita di sgranocchiare che qui la proiezione non è finita…

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    • Lucius Etruscus

      settembre 12, 2017 at 7:45 am

      Mi compiaccio che il mio viaggio stia ottenendo più successo di quanto sperato: fra te e Ivano avete trovato spunti che erano solo nebulosi nella mia mente. Ho iniziato questo viaggio proprio per chiarirmi le idee, quindi sono seduto lì insieme a voi a vedere dove andrò a parare 😛

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  2. Conte Gracula

    settembre 12, 2017 at 9:27 am

    Il problema della trasmissione della memoria non è da poco: già in passato si sono perse tecniche che ci è toccato riscoprire, ma senza andare così lontani, il cambio di supporti di memorizzazione e fruizione portano spesso a perdere qualcosa – personalmente, non ho più un lettore di floppy disk o un videoregistratore.
    Nel caso dei testi scritti, la trasmissione è più semplice, col computer: occupano poca memoria; però, abbiamo bisogno di macchinari che non si possono fare con un Art Attack, energia per alimentarli e dobbiamo anche sperare si disporre dei programmi necessari a decodificarli (un tempo, si lodava la possibilità della rete di connettere e diffondere informazioni, ma oggi anche il tuo vicino di casa ha il suo formato proprietario 😛 )

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    • Lucius Etruscus

      settembre 12, 2017 at 9:49 am

      Quello del fiorire di formati come se piovesse è un problema squisitamente… o meglio, sgradevolmente economico: Amazon ci ha insegnato che se gli altri non vogliono uniformarsi alle tue regole, allora fatti un formato tuo! Conosco moltissime persone che si sono comprate il lettore Kindle e quindi NON leggono, perché non hanno un account Amazon né sono disposti a spendere soldi: complimenti per l’acquisto!
      Chi usa gli epub, è molto più facile sia un lettore 😉
      Ciò che si perde nell’evolversi della tecnologia è niente in confronto a ciò che si perde per distrazione o disinteresse. La nostra cultura ha perso oceani di libri semplicemente perché ad un certo punto non interessavano più, e nulla esiste in questo mondo se non viene replicato. Replicare qualcosa in analogico è faticoso e dispendioso e alla fine si è fatto solo per cose ritenute importanti, lasciando tantissime opere all’oblio; replicare in digitale è istantaneo e ad errore quasi zero, perciò ha molte più possibilità di salvare testi dispetto all’analogico. Ogni anno quintali di libri cartacei vanno persi, fra macero di invenduti e avanzi di biblioteche, mentre nessun libro digitale viene perso…
      Ovvio che se ci fosse un olocausto e perdessimo computer e corrente elettrica non potremmo più leggere, ma così torneremmo semplicemente alla vita che si faceva quando entrambi mancavano: nessuno leggeva, se non pochi agiati. E i libri tornerebbero ad essere quello che sono stati per secoli: rarissimi da trovare.
      Ah, io ho sia floppy che videoregistratore 😛 E malgrado l’opinione comune, posso ancora oggi aprire testi scritti nel 1990!

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      • redbavon

        settembre 12, 2017 at 11:42 am

        Sono scettico sul fatto che il digitale possa garantire che la conservazione della “memoria”. Concordo con il Conte sul fatto che i formati cambiano e, prima o poi, la c.d. retro-compatibilità si perde per vari motivi stratificati nel tempo: troppo costoso mantenerla, utilizzata da pochi, incompatibile o limitante con la nuova tecnologia. Ne sono un esempio tipico le console di videogiochi e anche i PC (prova a fare girare un gioco 3DFX o DOS senza santo GOG o senza smazzare con DosBox!).
        Per i testi è più facile perché alcuni formati ormai hanno il monopolio (Adobe), ma non è detto che resistano nel tempo. E’ una questione di hardware e di software anche nei libri.
        Inoltre, non è assolutamente detto che non si possa perdere la fonte: perdi i codici-sorgente e sei fottuto per sempre.
        Ti lancio il mio punto di vista:
        https://redbavon.wordpress.com/2015/11/29/digitale-o-non-digitale/

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      • Lucius Etruscus

        settembre 12, 2017 at 12:07 pm

        Sul discorso della memoria sto ancora “viaggiando” quindi aspetto più avanti a risponderti, mentre per i formati la situazione è molto più ottimistica di quanto di solito si pensi. Esistono sotware di strascodifica che funzionano benissimo, e il mio primo lavoro nel 1994 consisteva, fra l’altro, di trascodificare le porcherie che la gente digitava al proprio computer in un formato più “generico” e quindi più compatibile. L’arrivo di Word ha uniformato molto, ma al di là di tutto finché i computer usano il codice ASCII si può perdere solo quello che non interessa. Esattamente come i libri. La nostra civiltà ha perso milioni di libri semplicemente perché non aveva voglia di salvarli, non perché non ne avesse la tecnologia. (Senza contare i testi persi perché considerati blasfemi e via dicendo.) Il problema non è la tecnologia, che c’è già e funziona, il problema è la effettiva voglia di conservare la memoria, che non c’è e probabilmente non ci sarà mai.
        Come dicevo al Conte, posso trascodificare ancora oggi testi scritti con altri sistemi nel 1990: solo i testi che digitai con l’EasyScript del Commodore64 non posso recuperare, perché il sistema operativo era troppo diverso.
        I videogiochi sono studiato perché smettano di essere compatibili in brevissimi periodi, e soprattutto prevedono svariati giga di software che basta un attimo che non funzionino più: un libro basta che usi il codice ASCII – o ogni testo scritto dagli anni Novanta lo usa – perché sia sempre compatibile e leggibile, anche se magari con l’uso di softwarini di conversione. (Anche i testi Adobe si possono convertire, ma sputando molto più sangue.)

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      • redbavon

        settembre 12, 2017 at 12:35 pm

        Sono d’accordo che volendo – e sottolineo “volendo” – si possa recuperare un testo. Il problema lo hai scritto tu: la voglia di…
        Tale volontà dipende dal ritorno economico, dal pubblico interessato. Il rischio è che non essendoci più un pubblico interessato, non vengano prodotti strumenti per la decodifica. Il libro esce fuori catalogo e non viene più ristampato, ma esiste nelle Biblioteche Statali perché gli editori sono obbligati a fornire i testi gratuitamente. Credo che affidare la “memoria” completamente al digitale sia a lungo termine un rischio, almeno fino a quando non si intervenga a normare la conservazione digitale come si sta facendo oggi nell’ambito professionale con la “conservazione sostitutiva”. Ma ti assicuro è incompresa dai più.

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      • Lucius Etruscus

        settembre 12, 2017 at 12:46 pm

        Ti immagini quanto sia in grado una biblioteca fisica, per quanto grande, di conservare le migliaie e migliaia di libri sfornati ogni anno? Il 99% dei quali è pura spazzatura che nessuno mai leggerà? Non è un sistema che può funzionare, lo dimostra la storia del libro, dove si sono persi oceani di libri cartacei. La duplicazione digitale è immediata e a costo zero, e soprattutto non è affidata e non va affidata alle istituzioni, totalmente incapace di fare nulla: oggi la pirateria ha creato una Biblioteca di Alessandria che nessun fuoco potrà distruggere, perché è ovunque e immediatamente replicabile. Nessun ente sarà mai in grado di farlo, quindi i libri saranno salvai dai Pirati! 😛

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      • redbavon

        settembre 12, 2017 at 12:52 pm

        Bella questa “salvati dai Pirati”! Dai, continuiamo insieme il tuo viaggio. I miei, sia chiaro, sono solo “i miei due centesimi” di contributo (e che a stare zitto per tutto il tragitto, non ce la faccio;))

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      • Lucius Etruscus

        settembre 12, 2017 at 12:54 pm

        ahaha invece sono almeno venti euro, altro che due centesimi 😛

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  3. zoon

    settembre 12, 2017 at 9:48 am

    mi ricordo che il mio primo romanzo vero era intitolato memorie genetiche, e lo spunto nacque proprio da una puntata di star trek, che le citava, ma non so se è la stessa puntata che dici tu… in sostanza erano dei supporti mnemonici trasmissibili per via genetica (quello che diveva star trek e che poi aveva ispirato me, ma parliamo della seconda metà ’90, direi).

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    • Lucius Etruscus

      settembre 12, 2017 at 9:53 am

      Idea splendida! L’episodio che cito però si limita a citare l’espressione “memory banks”, la quale fa spesso capolino in questa serie: sicuramente una delle altre menzioni è quella che ti ha ispirato 😉
      Chissà se intendi l’episodio con la Biblioteca di Memorie digitali, che mi riprometto sempre di inserire in qualche ciclo tematico: magari proprio in quello che sto portando avanti in questi giorni!

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      • zoon

        settembre 12, 2017 at 10:08 am

        potrebbe essere proprio quella, la puntata giusta… incredibile, dopo venti anni riemerge questo concetto dai miei banchi di memoria stagnante 🙂

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      • Lucius Etruscus

        settembre 12, 2017 at 10:11 am

        Cita pure il tuo libro, che magari qualche lettore qui si fa prendere dalla curiosità ^_^

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  4. zoon

    settembre 12, 2017 at 10:14 am

    eh ma è inedito (per fortuna, potrei forse aggiungere, non lo rileggo da venti anni) 😀

    grazie!!

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    • Lucius Etruscus

      settembre 12, 2017 at 10:16 am

      Ah, ma allora è l’occasione giusta per rispolverarlo e pubblicarlo! Così nelle interviste potrai dire che è stato “Non Quel Marlowe” a spingerti a pubblicarlo! 😀

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