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Telefilm: meglio una, ma fatta bene

09 Ago

Avete presente quei colleghi d’ufficio che vogliono fare i simpatici a tutti i costi? Ce n’è almeno uno in ogni gruppo umano, e vi martella di slogan e battute sempre uguali che alla fine vi entrano nel cervello e distruggono tutto, anche se opponete la più strenua resistenza. A questo punto uso come titolo una delle battute del “simpaticone” che mi è toccato in sorte.

Io lavoro in un ufficio dove il lavoro è diviso in schede: fare una scheda è considerato ovviamente un lavoro da sfaticati, da perdigiorno, e così il collega simpatico – per giustificare il suo poco lavoro – lancia il suo slogan. «Una, ma fatta bene».
Si riferisce al fatto che è preferibile lavorare una sola scheda in modo preciso, piuttosto che farne tante, fare bella figura coi capi ma poi aver lavorato male. Però è anche ovvio il riferimento sessuale all’antica verità: non conta la quantità ma la qualità.

Io prendo la frase e la rigiro al mondo delle stagioni televisive: a volte è meglio una sola stagione, ma fatta bene…

Scrivo questo perché ultimamente sono rimasto profondamente deluso da ben due serie TV in rapida sequenza: “Hand of God” (2014) e “Broadchurch” (2013).

Non amo i troni di spade, i camminamorti e le storie di mala italiane, quindi un buon 90% della programmazione TV me la perdo. Sono sempre alla ricerca di serie che puntino tutto su una buona sceneggiatura – degli effetti speciali me ne sono sempre fregato – e per trovarne serve davvero la mano di Dio…
Così quando per puro caso ho scoperto la serie Amazon “Hand of God“, interpretata per di più dal mitico Ron Perlman, mi ci sono avventato come uno zombie su un cervello umano!

Ron Perlman è pronto a guidarvi…

Creata da Ben Watkins (proveniente dalla lunga “Burn Notice” che non mi ha mai fatto impazzire), la serie inizia con un Ron Perlman in grande spolvero, che parla tutte le lingue immerso in una fontana, al centro di una piazza, in preda ad una crisi religiosa. Sembrerebbe il solito matto che si può trovare in ogni città… peccato che sia un autorevole giudice, appartenente alla ricca e potente famiglia che in pratica ha fondato la città stessa.

Crystal (una strepitosa Dana Delany) e Pernell Harris (Ron Perlman) stanno soffrendo perché ormai il coma del proprio figlio è irreversibile e la moglie di quest’ultimo vuole staccare la macchina che lo tiene in vita e lasciar morire in pace il marito. Pernell non può permetterlo… perché suo figlio gli parla ancora, gli appare in visione e lo sta pressando con una richiesta ben precisa: punisci i colpevoli.
Il figlio di Pernell non è in coma per caso: ha tentato il suicidio dopo che la moglie gli è stata stuprata davanti agli occhi da ignoti. C’è del marcio in quello che è avvenuto, ci sono interessi più grandi di un semplice atto criminale, e Pernell deve scoprirlo prima che stacchino il respiratore al figlio. E deve farlo anche a costo di passare per matto: non si scherza con i messaggi che Dio ti manda, e se devi uccidere per seguirli… dov’è il problema?

Hand of God” è una serie nerissima, cattiva, spietata, dove non ci sono buoni o cattivi: ci sono solo varie sfumature di male. Ognuno è sporco, dal redentore al redento, e ognuno ha qualcosa da nascondere. Ed è disposto ad uccidere pur di tenerla nascosta.
Una sceneggiatura d’acciaio accompagna dei personaggi perfetti fino all’ultima, incredibile, inesorabile ed irresistibile puntata… Poi però esce una seconda stagione.

Classica foto pubblicitaria

Dalla fine degli anni Novanta è chiaro a tutti che, a parte pochissimi casi – che si contano sulle dita di una mano monca – le serie televisive non finiscono mai, parafrasando una vecchia canzone di Luca Carboni. Non esiste il concetto di “ultima puntata”: quella ce l’hanno le miniserie, che sono infatti semplicemente film lunghi. Le serie televisive non finiscono, proprio perché i produttori decidono in base alla reazione del pubblico se continuare o meno. Se si è fortunati c’è un’ultima puntata che non lascia troppe cose in sospeso, così se la serie viene chiusa non si soffre troppo.
Non rivelo come finisce “Hand of God” ma era davvero sconsigliabile una seconda stagione: cos’altro vuoi dire? Cos’altro vuoi aggiungere? Eppure l’hanno fatto.

Essendo passato quasi un anno, mi sono rivisto l’ultima puntata della prima stagione prima di iniziare la seconda. Ero elettrizzato perché ero felice di continuare una delle serie che più ho amato degli ultimi tempi. Così è stata più bruciante la delusione…
La seconda stagione in pratica non ha sceneggiatura, i personaggi si muovono a casaccio allungando il più possibile il brodo, visto che il soggetto prende sì e no due puntate… ma ad esserne programmate sono dieci! Ogni frase è inutile, ogni “colpo di scena” è fiacco e gratuito, ogni parola detta è puro riempitivo. Dopo una prima stagione ad orologeria, un capolavoro di sceneggiatura, trovare ‘sta robaccia noiosa e fastidiosa è stata una profonda delusione… ma mai come con “Broadchurch“…

Era il periodo di “True Detective“, tutti impazzivano per il nulla graficamente curato e mentre io prendevo appunti per irridere quel soggetto – il risultato lo potete leggere in “True Marlowe e il Re in Giallo” – intanto mi godevo quel capolavoro dal titolo “Broadchurch“, che all’epoca tutti ignoravano in favore della recitazione inutilmente sbiascicata del True Detective…

Siamo nel Somerset, in Inghilterra, dove lo splendido picco del West Bay Beach apre la storia: su quella spiaggia viene trovato un bambino morto, e rapidamente si capisce che è stato ucciso.
Se Agatha Christie ci ha insegnato qualcosa, è che nei paesini britannici il delitto è sempre in agguato, anche se di solito la cronaca locale è molto meno violenta. Così la piccola comunità di Broadchurch viene sconvolta dall’accaduto: chi mai può essere stato così crudele da uccidere un bambino? Fino ad allora il peggior crimine commesso era qualche atto di vandalismo da parte di qualche giovane annoiato, ora invece esce fuori addirittura l’infanticidio?

La detective locale Ellie Miller (una Olivia Colman di una bravura abbacinante) si ritrova d’un tratto messa da parte: il suo posto viene infatti riassegnato all’esterno Alec Hardy (David “Doctor Who” Tennant), che viene dalla grande città ed è più preparato. In realtà Hardy si ritrova in quel paesino perché deve far sbollire il clamore legato al suo ultimo caso, che per un errore madornale ha permesso ad un assassino di bambine di cavarsela: ora Hardy deve fare in modo di non commettere lo stesso errore.
La prima cosa giusta è chiamare come aiutante proprio la Miller, che essendo del posto conosce meglio le persone.

Inizia una storia completamente diversa dai stantii format alla “Midsomer Murders“: la tradizione del delitto nel piccolo villaggio inglese è talmente folta ed abusata che l’unico modo di creare un prodotto buono era prenderne subito le doverose distanze.
Fra l’analisi del caso e quella della famiglia del bambino morto si dipana una sceneggiatura sorprendente: sono otto puntate che non potete interrompere e che vi segneranno nel profondo. Ho rivisto in questi giorni tutta d’un fiato l’intera stagione, e anche se la ricordavo bene e sapevo perfettamente ogni colpo di scena… lo stesso non riuscivo a smettere! Quando una sceneggiatura è così splendida e i personaggi sono titanici – interpretati da attori che dire bravi è dire poco – il “colpevole” non importa: è la storia ad essere meravigliosa. E la storia non aveva minimamente bisogno di essere continuata…

Due grandissimi interpreti… ma solo nella prima stagione!

La seconda stagione di “Broadchurch” cerca miseramente di rinfrescare l’interesse dello spettatore con un “colpo di scena” discutibile, che dà il via ad altre otto puntate di una noia mortale. L’arrivo di un personaggio nuovo – interpretato da una Charlotte Rampling sempre brava – non aiuta perché si vede che tutta la storia sta su con lo sputo, si sente che gli sceneggiatori hanno avuto l’ordine di inventarsi qualcosa, dato il grande successo in patria della serie – il paese dove è stata girata è diventato meta turistica! – ma non hanno la minima idea di cosa inventarsi.
La seconda stagione è un epilogo allungato della prima, con storielle noiosissime e prive di qualsiasi interesse, ma è niente in confronto alla terza, iniziata da poco in Italia e che non sono riuscito a sopportare oltre il secondo o terzo episodio…

Dopo aver sfruttato senza criterio la trama della prima stagione, perché non provare ad usare i personaggi per un’altra storia? Così la terza stagione si apre con un caso pieno di mistero: una tizia è andata ad una festa con 50 maschi ubriachi, si è ubriacata pure lei… e indovinate com’è finita? Dove sarebbe il mistero?
Con un ritmo degno di un film espressionista asiatico iniziano le indagini più lente e noiose della storia, con tutti i “sospettati” che hanno l’aria di chi ha tanto da nascondere, l’aria di spie colte sul fatto, di gente che ha i piani per la conquista del mondo… Tutto cioè è montato in modo posticcio e ridicolo e rende assolutamente inguardabile la stagione.

Una prima stagione da capolavoro

Sia “Hand of God” che “Broadchurch” sono prime stagioni capolavoro, serie da guardare e riguardare per gustarsi la loro sceneggiatura da applauso. Poi però hanno voluto continuare e sono cadute come un sacco di patate: è vero allora che è meglio una, ma fatta bene…

L’estate scorsa ho passato le ferie letteralmente inchiodato a vedermi “The Family” (2016) di Jenna Bans: per fortuna quella è rimasta una serie a singola stagione, perché è perfetta in ogni fotogramma. Non aggiungete altro, vi prego!

Una serie-capolavoro per fortuna rimasta alla prima geniale stagione

L.

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6 commenti

Pubblicato da su agosto 9, 2017 in Recensioni

 

6 risposte a “Telefilm: meglio una, ma fatta bene

  1. Cassidy

    agosto 9, 2017 at 10:14 am

    “Broadchurch” purtroppo è precipitata, la terza stagione è davvero poca cosa secondo me. Quando ho letto della seconda stagione di “Hand of God” volevo mettermi il cilicio, perché devo ancora recuperare la prima, malgrado il tuo consiglio e la presenza del grande Ron, ah ma prima o poi…

    Per il resto, estrema solidarietà per il collega simpaticone, la vera piaga del mondo. Cheers!

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      agosto 9, 2017 at 10:34 am

      la seconda ovviamente te la sconsiglio, ma la prima di “Hand of God” è una bomba, e quando sarà sono sicuro che ti piacerà da morire 😉

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  2. Ivano Landi

    agosto 9, 2017 at 5:44 pm

    Ho visto pochissime serie tv nella mia vita. Ultimamente mi sono bruciato con i primi quattro episodi di quella schifezza (si può dire?) di “American Gods”. Ricordo però con piacere gli otto episodi di “Glue”, dove anche lì tutto cominciava da un delitto in un piccolo villaggio inglese. L’hai vista?

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      agosto 9, 2017 at 5:47 pm

      “American Gods” ho mollato a metà del secondo episodio, ed è già un miracolo che abbia sopportato fin lì 😀
      Glue non l’ho vista, grazie della dritta 😉

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  3. Cumbrugliume

    agosto 10, 2017 at 4:22 pm

    Hand of God è davvero poca cosa, credo di aver visto due puntate prima di abbandonarla. Non sono così drastico nei confronti di Broadchurch, la prima stagione era splendida, la seconda una delusione, ma con la terza a mio parere si sono parzialmente ripresi. Mi segno The Family, ricambio consigliandoti (se non l’hai già vista) The Missing, serie franco-inglese con un grande Tcheky Karyo!

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    • Lucius Etruscus

      agosto 10, 2017 at 4:24 pm

      Hai fatto bene a specificare l’attore, perché in pratica ogni anno esce una serie TV intitolata “The Missing”: possibile non abbiano sinonimi? 😀

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