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Perturbante: una parola disturbante

16 Giu

Immagine dal film Unheimliche geschichten (1919)

La settimana scorsa abbiamo visto la problematica vita della parola “disturbante“, utilizzata da secoli ma il cui significato nel Novecento si è ampliato di un significato emotivo, forse a causa di una traduzione sbrigativa dell’inglese disturbing.
Se però “disturbante” può contare su una salda vita nella lingua italiana, una sua stretta parente non ha goduto dello stesso trattamento, malgrado in pratica voglia dire la stessa cosa..

Questa è l’incredibile storia della parola “perturbante“, che da vette elevate è caduta fino in quel sottosuolo interiore a cui dava voce…


Indice:

  1. Un mondo fatto di bambole
  2. La ricerca di Freud
  3. Das Unheimliche
  4. Un aiuto insperato
  5. La storia della parola unheimlich
  6. «Il timore è una passione perturbante dell’animo»
  7. Le alternative
  8. La ricerca di Freud

Un mondo fatto di bambole

Il mio saggio Gynoid: a forma di donna – nato proprio dalle ricerche sull’argomento di questo post – racconta duecento anni di donne artificiali nell’immaginario collettivo occidentale, e non poteva che aprirsi con la più famosa, influente e fondamentale ginoide della nostra cultura: Olympia.
Un qualsiasi paragrafo del racconto “L’uomo della sabbia” (Der Sandmann, 1815) di E.T.A. Hoffmann basterebbe da solo ad organizzare un convegno di psicologi, tanto è denso di infiniti piani di lettura e di spunti psicoanalitici ante litteram. Quello che però a noi interessa è la storia di Olympia.

Con un padre assente e un estraneo troppo influente, Nathanael cresce non certo in perfetto equilibrio psichico, e forse “cresce” non è la parola esatta, visto che il dottor Coppelius che gli viene sempre in casa parla di “scambiargli le mani”, come se Nathanael fosse un pupazzo.
Conosciuta Olympia ed innamoratosene, Nathanael è convinto d’aver trovato la donna perfetta, ed ha ragione: è talmente perfetta… da non essere vera. Quando Coppelius gliela smonta davanti agli occhi, lo shock è devastante.

Ripresosi da lunga malattia, Nathanael trova un’altra donna e sembra rimettersi in sesto, ma un giorno per caso sale su una torre con belvedere e infila gli occhi in quei cannocchiali per turisti. Tutta la sua vita è sempre passata dalle lenti di Coppelius, e attraverso le lenti di quel cannocchiale ora Nathaniel scopre che la sua nuova donna… è anch’essa finta!
Tutto il mondo è fatto di bambole e il giovane non ce la fa più, togliendosi la vita. Hoffmann è spietato, ma non per il suicidio di Nathanael… bensì perché chiude la storia raccontandoci che la seconda donna del giovane si sposa ed ha un figlio…
Allora non era finta, allora Nathanael era pazzo… o era lui l’unico finto che quindi vedeva tutto il mondo come fatto di bambole? Rimane un mistero come quest’opera cupissima e disperata abbia dato vita a balletti spumeggianti e a testi teatrali comici. Una ragazzetta napoletana divenne così famosa nel ruolo della bambola – della dialettale pupella – da mantenere come nome d’arte il nomignolo che le diedero gli spettatori: Pupella Maggio.


La ricerca di Freud

Un racconto del genere, non poteva far impazzire i futuri psicologi e psicoanalisti: Sigmund Freud in primis.
Nel 1919 il padre della psicoanalisi pubblica sulla rivista “Imago” (n. 5) un veloce saggio in cui dà un’interpretazione del racconto di Hoffmann molto particolare:

«La paura di rimanere ciechi spesso è un sostituto della paura della castrazione. L’autoaccecamento del mitico delinquente, Edipo, è semplicemente una forma mitigata del castigo della castrazione, l’unica punizione che gli si addicesse in virtù della lex talionis

Il collegamento con Edipo è delizioso – in fondo Nathanael ha lo stesso tipo di rapporto complicato con la propria famiglia! – però mi sembra che Freud si concentri su alcuni elementi perdendo il senso generale, dedicando poche parole ad un racconto che invece meriterebbe un’enciclopedia per quanto è denso di richiami e spunti.

Perché Freud sta parlando del Sandmann di Hoffmann? Perché sta studiando una parola, e il concetto che quella parola nasconde. Un concetto talmente preciso da non avere una definizione: un concetto la cui spiegazione sembra essere proprio lo scheletro del racconto di Hoffmann, quasi fosse una “storia a tema”.

Quando il povero Nathanael scopre che l’amata Olympia è in realtà una ginoide – cioè un meccanismo a forma di donna, così come l’androide è un meccanismo a forma d’uomo – il dolore che lo dilania non è solo per la perdita dell’amore: è qualcosa di molto più profondo e terribile. Nathaniel è devastato dallo scoprire che ciò che considerava noto, familiare, rassicurante, non solo non lo era più ma in realtà… non lo era mai stato!
Esiste una parola per indicare il profondo e devastante dolore dello scoprire che tutto ciò che si credeva vero non lo è mai stato? Dopo una breve ricerca Freud l’ha idenetificata: unheimlich.


Das Unheimliche

«Ein solches ist das “Unheimliche”. Kein Zweifel, daß es zum Schreckhaften, Angst-und Grauenerregenden gehört, und ebenso sicher ist es, daß dies Wort nicht immer in einem scharf zu bestimmenden Sinne gebraucht wird, so daß ed eben meist mit dem Angsterregenden überhaupt zusammenfällt.»

Così Freud apre il suo saggio, spiegando subito questa parola che

«si riallaccia indubbiamente a ciò che è spaventoso, che suscita terrore e orrore; è anche parimenti certo che la parola non è sempre impiegata con un senso nettamente definito, per cui tende a coincidere con ciò che genericamente suscita paura.»

Freud si lancia in una ricerca lessicale per fare chiarezza su una parola tedesca molto ambigua, che ad un certo punto pare indicare un significato ed il suo contrario.
La radice heim, “casa”, rende chiaro il significato di heimlich, “casalingo”, “familiare”… ma anche “nascosto”. Come fa qualcosa che è nascosto ad essere familiare? E cosa indica il suo contrario, unheimlich? Come può voler dire allo stesso tempo “non familiare” e “non nascosto”?
Per aiutarsi, Freud va a sfogliare la Bibbia e trova:

«Faraone chiamò Giuseppe “colui cui vengono rivelati i segreti”»

Con queste parole Freud ci fa scoprire che nel 1919 la Bibbia tedesca traduceva Genesi 41,45 con:

«Und nannte ihn den heimlichen»

Dal 1951 anche la bibbia tedesca si allinea alle altre lingue europee, e uno stupendamente evocativo heimlichen diventa un incomprensibile Zaphenat-Paneach, che trovate anche nella Bibbia in italiano.
L’antica definizione tedesca per Giuseppe – che comunque si intendeva per “consigliere segreto” – rendeva perfettamente l’idea di un uomo che portava alla luce i segreti nascosti, mediante l’interpretazione dei sogni: un uomo che in pratica anticipava di millenni la professione dello psicanalista.
Perché il “segreto” fa parte integrante della parola…

Freud trova infatti l’illuminazione finale facendo riferimento ad un illustre predecessore, il filosofo tedesco Friedrich Schelling, che in una delle lezioni del 1842 raccolte nell’opera Filosofia della mitologia (Philosophie der Mythologie, Mursia 1990) afferma:

«unheimlich è tutto ciò che doveva rimanere segreto ma è venuto alla luce.»

Olympia doveva rimanere la donna perfetta di Nathanael ma poi è venuto alla luce il fatto che era una bambola: ogni segreto che ci turba lo fa solo quando viene alla luce.
In una tesi di laurea sull’argomento, Renato Barucco descrive l’unheimlich proprio come “il segreto violato”:

«l’unheimlich è stato in passato qualcosa di familiare (prima accezione di heimlich), poi la rimozione lo ha reso nascosto (heimlich, seconda accezione). La sua attualizzazione nell’hic et nunc genera l’unheimlich, il segreto violato.»

Insomma, la definizione di Schelling coglie il segno ed è talmente bella che mette i brividi… perché, come vedremo, la luce sarà il vero grande nemico dell’unheimlich.


Un aiuto insperato

Emanuela Cervini nel 2011

Risalgono ad almeno dieci anni fa le mie prime ricerche sull’heimlich, che allargandosi a macchia d’olio mi hanno portato a scrivere di tutto, da articoli a saggi, prima di redigere questo post dopo così tanto tempo. Questo perché la vita di una parola non è facile da tracciare, e quando pensi di averla capita… scopri che devi ricominciare daccapo.

Così avevo tutto bello in testa l’articolo da scrivere quando, nel 2012, ho conosciuto Emanuela Cervini, la traduttrice dal tedesco e dall’inglese che mi ha messo in contatto con i suoi colleghi che ho intervistato nella rubrica “Professione: Traduttore“.
Vista la sua familiarità (heimlich) con il tedesco, l’11 giugno di quell’anno – esattamente cinque anni fa! – le ho fatto per mail un domanda a trabocchetto: cosa mi sapeva dire della parola unheimlich?

Due anni dopo Emanuela è diventata la traduttrice Manuela Cerbiatti in un ruolo da co-protagonista nel mio romanzo Le mani di Madian, dove ad un certo punto spiega allo spaesato protagonista la storia della parola unheimlich, perché è molto attinente al momento che i due stanno vivendo.
Tutto questo come mio gesto di riconoscenza verso l’enorme cortesia di Emanuela in quell’estate 2012, quando non si limitò a dirmi la definizione del dizionario, ma mi tradusse un intero capitolo di un saggio tedesco!
Nel mondo digitale ogni amicizia tende alla massima superficialità, esattamente come nel mondo “normale”: trovare una persona così disponibile è molto raro…


La storia della parola unheimlich

Nel suo “Gestalten des Unheimlichen. Seine Struktur und Funktion bei Eichendorff und Hoffmann” (raccolto nel volume “E.T.A. Hoffmann. Jahrbuch 1998”, Erich Schmidt Verlag, Berlin 1998) Niels Werber, del dipartimento di Germanistica della Ruhr-Universität Bochum, ci spiega la splendida storia di questa parola.
(Ricordo che la traduzione e cura è della citata Emanuela Cervini.)

«Nell’Europa medievale la differenza tra heimlich e unheimlich in senso spaziale e sociale è riscontrabile soprattutto nei ceti più bassi, i cui membri, poco istruiti e sedentari, sono per lo più incapaci di spingere lo sguardo “oltre il cortile di casa”.
Al contrario gli eruditi, appartenenti a un’unica società in grado di comunicare tramite il latino, e i nobili, che mantengono contatti in tutta Europa attraverso corrispondenza, matrimoni e viaggi, hanno smesso già da tempo di considerare unheimlich tutto ciò che si trova appena al di fuori dell’ambiente domestico. Per queste persone i due termini assumono un nuovo significato.

Heimlich indica sempre ciò che si trova tra le quattro mura domestiche, ma con la nuova connotazione di “privato” o “intimo”. L’Heimliche viene a contrapporsi direttamente al concetto di “pubblico”; è ciò che rientra nella sfera privata, della casa, di conseguenza è anche ciò che si trova nascosto o che viene celato (in questo senso sinonimo di “segreto”).
Il significato di heimlich si avvicina a quello di unbekannt, sconosciuto, e quindi anche a quello di unheimlich (estraneo). I due termini che prima erano nettamente contrapposti non lo sono più, diventano quasi intercambiambili.

[…] Fino al diciannovesimo secolo l’evoluzione dell’Unheimliche è limitata in gran parte ai ceti più elevati. Contadini e boscaioli continuano a vivere lontano dalle città, ai margini dei boschi fitti e incontaminati che ricoprono ancora vaste aree d’Europa.
Per chi abita al limitare della foresta, appena oltre la porta di casa inizia una “terra incognita”, un territorio estraneo (unheimlich) popolato da creature pericolose. Ecco perché, secondo i Grimm, heimlich – in contrapposizione a unheimlich – si riferisce anche a “luogo non infestato da spettri: domus a spectris non infestatur” (Deutsches Wörterbuch). Uscire da questa zona di sicurezza è rischioso.
Nella periferia dell’Ottocento, dove il conosciuto è limitato all’ambito domestico, l’Unheimliche coincide con l’Unheimische [letteralmente: ciò che non è heimisch, dove heimisch significa appunto domestico, di casa. N.d.T.]. Al di fuori dell’Heimische c’è un mondo estraneo, ostile, inquietante, pericoloso…

La foresta non è solo un luogo sconosciuto, è anche un luogo buio. La luce è un altro elemento che contrappone l’Unheimliche all’Heim (casa) e all’Herd (focolare, fuoco domestico che rischiara), ma sotto questo aspetto non è tanto la differenza tra ceti superiori e inferiori a pesare, quanto quella tra centro e periferia.
All’inizio del diciannovesimo secolo la moderna illuminazione a gas comincia a essere largamente impiegata nelle città, ma di notte nelle zone periferiche dominano ancora le tenebre, indipendentemente dallo status e dalla ricchezza degli abitanti. Nei centri sempre meglio illuminati l’Unheimliche non si trova più in superficie, bensì nel sottosuolo, nel “regno delle ombre” costituito da catacombe e locali sotterranei. Se ai margini del bosco l’Unheimliche è a due passi da casa, manifesto ma altrove, nella moderna giungla cittadina è sotto casa, nello stesso luogo in cui si vive ma latente.

Il famoso Topologie der Psyche di Freud deriva parte della sua forza persuasiva proprio da questa idea di città moderna in cui pericoli e Unheimliche si trovano sotto la superficie. A rafforzare questo tipo di metafora psicoanalitica contribuiscono racconti come Ein Gang durch die Katakomben [“Viaggio nelle catacombe”, N.d.T.] di Adalbert Stifter, in cui i partecipanti a un tour delle catacombe sotto la cattedrale viennese di Santo Stefano mostrano tutti i sintomi dell’Unheimliche: perdita dell’orientamento, senso di soffocamento, terrore del buio, paura di rimanere soli, paura di teschi e ossa…

Perché tutte queste cose – silenzio, solitudine, oscurità, morte e risurrezione dei defunti – risultano unheimlich e paurose? Per Freud la risposta sta nei complessi presenti nell’inconscio. Ecco perché fa sua la definizione di Schelling «Unheimlich sei alles, was ein Geheimnis, im Verborgenen bleiben sollte und hervorgetreten ist» [“Unheimlich è tutto ciò che doveva rimanere segreto, occulto, ed è venuto alla luce”. N.d.T.].»

Ringrazio ancora di cuore Emanuela per avermi regalato un testo di così rara bellezza. Anzi, averCi regalato…


«Il timore è una passione perturbante dell’animo»

Negli anni Settanta la Newton Compton sta scrivendo una pagina importante dell’editoria italiana presentando per la prima volta dei saggi in formato pocket. Romanzi in formato ridotto ed economico già erano presentati da decenni da grandi case, come Mondadori e Garzanti, ma la saggistica era sempre rimasto appannaggio di portafogli imbottiti e scaffalature capienti. Ora la casa editrice romana stava presentando testi di divulgazione scientifica, spesso inediti, a prezzi per tutte le tasche e senza bisogno di rinforzare le biblioteche casalinghe: da allora inizia il suo mito.
Non a caso nel 1972 – tre anni dopo il primo numero della collana “Newton Testi” – la Garzanti presenta il primo di una lunga serie di libri di divulgazione scientifica di Piero Angela; nel 1974 il celebre etologo Danilo Mainardi pubblica contemporaneamente per Rizzoli (L’animale culturale) e Sonzogno (Storie naturali) mentre dal 1970 iniziano i saggi Rusconi sulla saggistica contemporanea.

Dunque in questo 1976 il traduttore Celso Balducci ha l’impegnativo compito di tradurre il saggio del 1919 di Freud – che non risulta mai apparso prima in lingua italiana, a meno di future smentite comprovate – all’interno del volume antologico “Un bambino viene battuto e scritti 1919-1920“, numero 19 della collana “Newton Testi”. (Oggi il testo è raccolto in Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, sempre per Newton Compton, disponibile anche in eBook a prezzo imbattibile.)
Come rendere in italiano la parola unheimlich, che già in lingua originale dà molti problemi a dotti come Schelling e Freud? Come trovare un corrispettivo in una lingua che Freud stesso afferma esserne priva?

«Le lingue italiana e portoghese sembrano accontentarsi di parole che definiremo come circonlocuzioni.»

Balducci secondo me compie la scelta migliore.

La traduzione di unheimlich più ovvia – e quella riportata dai dizionari di oggi – è “inquietante”, ma è anche la più imprecisa in quanto è un termine di larghissimo uso, essendo in pratica l’unica parola italiana che descrive un turbamento emotivo. L’unheimlich è qualcosa di diverso: è una parola non di uso comune che indica emozioni forti non comuni.
Serve una parola italiana non comune che denoti emozioni forti non comuni: perturbante è la scelta perfetta.

Sin almeno dal tardo Medioevo “perturbante” è parola nota, scritta proprio così nella lingua latina modificata di quest’epoca, persistente anche nei secoli a venire. «Morbo naturam perturbante» (da De febrium differentijs, 1601), «Siccante et perturbante cerebrum» (da Athanasii Kircheri Fuldensis, 1650), «Pungente ac perturbante» (da Psalterium, 1697).
Non manca certo nelle opere scritte in quella lingua volgare che chiamiamo italiano. «All’eccesso maravigliosa e perturbante» (da Principj di una scienza nuova di Giambattista Vico, 1725), «perversa e perturbante maniera di curare» (da Del contagio del vajuolo, 1770), «Arnobbio filosofo Cristiano […] insistea sulla gran massima degli antichi sapienti essere il vino bevanda non naturale, e non omogenea all’uomo, e perciò perturbante l’animo e la mente» (da Educazione fisica della figliuolanza, 1789)
Nell’Ottocento il “perturbante” è termine usato sia per i moti dell’animo sia per quelli del corpo. «L’acqua torna ristorante, o deprimente, eccitante o perturbante» (da Trattato di farmacologia di Giovanni Semmola, 1853), «Benché la poesia novella sia stata da spirito nuovo ispirata […] pure l’elemento del sublime, popolaresco e perturbante all’eccesso forma il cardine supremo di ogni bello poetico» (da Instituzioni di arte poetica di Francesco Prudenzano, 1865).

Se ancora nell’Ottocento “perturbante” viene usato con il significato che oggi diamo a “disturbante”, con l’inizio del Novecento praticamente il termine scompare nel nulla.
Ad onor del vero riappare nel 1972 quando Laura Schwarz traduce dal francese per Feltrinelli “La conoscenza del bambino e la psicoanalisi” (La connaissance de l’enfant par la psychanalyse, 1970) di Serge Lebovici e Michel Soulé, a dimostrazione che la parola stava conoscendo una seconda vita in campo psicoanalitico.

Dopo la scelta di Celso Balducci, la parola in pratica rimane attaccata strettamente all’unheimlich raccontato da Freud, che non l’ha certo scoperto: si è limitato a raccontarlo.
Così questa parola dimenticata riappare addirittura in copertina di alcuni testi di divulgazione. Handicap: il “perturbante” nel processo educativo di G.A. Patella (Adriatica 1984), Sul perturbante di Stefano Garroni (Edizioni Kappa 1984), Il perturbante nell’illustrazione romantica di Alberto Castoldi (Lubrina 1987).
Per ritrovarlo in copertina, però, bisognerà poi saltare al Duemila. Freud il perturbante di Aldo Carotenuto (Bompiani 2002), Del perturbante: Simmel e le emozioni di Silvia Fornari (Morlacchi 2005), Il perturbante: paura e inquietudine nel quotidiano di David Borghetti (CSA 2016).
Malgrado dagli anni Novanta la parola sia tornata nella lingua italiana, temo sia ancora troppo “tecnica” per considerarla di uso comune.


Le alternative

Diciamocelo chiaro, “perturbante” ci ha provato ad entrare nel linguaggio comune ma proprio non ci è riuscito: rimane nelle citazioni da Freud e nei manuali di psicoanalisi – anche in altre lingue, come il francese e lo spagnolo, visto che fin dal latino tardomedievale “perturbante” è internazionale! – ma gli è preferito di gran lunga il molto più comune “disturbante”.
Possibile però che altri traduttori non abbiano provato ad usare qualche altra parola italiana per l’unheimlich?

Nel tradurre Taccuino e lettere di Otto Weininger, Michele Cometa offre anche l’alternativa “spaesante“: non mi sembra una parola con la giusta carica emotiva…

Chiamatelo “pauroso“, chiamatelo “inquietante“, chiamatelo “spaesante“, non importa: l’unheimlich è dentro di voi, pronto a scuotere ogni vostra certezza!


Bibliografia

Giudicio poetico d’Antonino Zancume sopra una canzone di D. Francesco Mugnos (Venezia 1659)

L’uomo della sabbia (Der Sandmann, 1815) di E.T.A. Hoffmann, in “Notturni”, traduzione e cura di Luca Crescenzi, Biblioteca Economica Newton Classici n. 35, Newton Compton, Roma 1995

Die Unheimliche (Vollständige Ausgabe): Studien über Ängstlichkeit di Sigmund Freud, e-artnow 2015

Il perturbante di Sigmund Freud, traduzione di Celso Balducci, raccolto in Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, “Grandi Tascabili Economici” n. 226, Newton Compton, Roma, agosto 1993; eBook Newton, marzo 2012

Il perturbante delle trasformazioni corporee nel cinema, di Renato Barucco, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, 2003

Taccuino e lettere (Taschenbuch und Briefe an einen Freund, 1920) di Otto Weininger, a cura di Michele Cometa, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, luglio 1986


L.

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1 Commento

Pubblicato da su giugno 16, 2017 in Indagini

 

Una risposta a “Perturbante: una parola disturbante

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