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[Pulp] L’eroina di Michel Zévaco

07 Apr

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton, in questo caso – incontriamo un nome importante della narrativa d’appendice francese, molto amato anche in Italia, dove veniva chiamato Michele Zévaco.

Michel Zévaco è originario di Ajaccio come Napoleone Bonaparte, è stato un insegnante ma anche un anarchico, un ufficiale ma anche un romanziere. Dimenticato oggi da tutti, dal 1900 – all’età di quarant’anni – iniziò a pubblicare romanzi a puntate sui giornali con grande successo, raccontando gli intrighi del passato romanzesco della Francia con quei personaggi che avevano già reso celebre Alexandre Dumas. Non a caso in questo testo che vi riporto c’è il cattivissimo Richelieu!
Dal 1906 al 1918 (data della sua morte) pubblica regolarmente le sue avventure romanzesche sul quotidiano “Le Matin”, che subito le rivende al nostrano “La Stampa”: per anni Zévaco intrattiene i lettori italiani di inizio Novecento, giorno dopo giorno, prima che l’oblio completo lo inghiotta.

Vi propongo l’inizio de “L’eroina“, traduzione italiana – senza firma – de L’héroïne (1908, raccolta in volume da Fayard nel 1910).
Apparso a puntate su “La Stampa” dal 9 agosto 1910 al 9 marzo 1911, in Italia il romanzo viene raccolto in volume dalla milanese Bietti e Reggiani nel 1922 con la traduzione del professor Giovanni Vaccaro: ristampato nel 1924, 1934 e 1942. Nel 1947 lo ristampa Bietti come L’eroina. Il cardinale Richelieu.
Per quanto sono riuscito ad appurare, non esiste la donna protagonista di questa storia, sebbene perfettamente calata in un ambiente strettamente storico.

Come sempre specifico che ho lasciato tutto esattamente come apparso in Italia più di un secolo fa, per testimoniare anche di com’era l’italiano di inizio Novecento.


I.
Anna di Lespars

Solo, immobile nel sontuoso salone, rigido nel rosso vestito, ricoperto da un milione e cinquecento mila lire di merletti e di diamanti, lo prendereste per qualche tetro e magnifico personaggio di Filippo di Champagne che un dolore avesse fatto vivere per un istante e discendere dalla sua cornice dorata…
Con una mano si appoggia alla stemmata spalliera di una poltrona; con l’altra si ricopre gli occhi; giacchè è di quelli che fanno piangere il mondo, ma di cui nessuno deve vedere le lagrime…
E’ giovane ancora. I suoi baffi ed il pizzo sono neri. Il viso è fine e violento, con una larga fronte liscia, pallidissima. I suoi abituali atteggiamenti svelano l’eccessivo sentimento che lo domina: l’orgoglio.
Nel profondo silenzio, egli medita e piange…
Nel vasto silenzio del suo palazzo popolato da una moltitudine di persone colme di rispetto; nel tetro silenzio di Parigi domata, nel tragico silenzio della Francia ridotta all’obbedienza…
Quest’uomo porta un nome formidabile.
Si chiama Richelieu!
Il palazzo cardinalizio è appena finito. In quel mattino di marzo 1626. Richelieu l’inaugura con una messa solenne, che dirà egli stesso, nella sua cappella dove ha invitata la Corte, i suoi amici, i suoi nemici, tutti, per mostrar loro il suo fasto ed affascinarli con la sua opulenza.
Ed ecco ciò che in questo minuto egli rantola in fondo alla sua mente:
— Ella non viene!… Per mezzo d’un servitore, come ad un servitore, mi ha fatto sapere che poco le importa di questa cerimonia, consacrazione del mio potere!… Ella mi schiaccia col suo disprezzo. Umiliato, vinto, abbattuto da quella donna Io, che ho legato un regno!… O mia regina! O statua di marmo! A qual cielo andrò ad involare il sacro fuoco che dovrà animarti?… Che fare? Che cosa intraprendere? Con quale gloria coprirmi, perchè ella, finalmente, se ne avveda?… Avvenire di splendore, gioie del potere illimitato e della illimitata ricchezza, sangue, vita, tutto darei per uno sguardo d’Anna d’Austria!… E’ finito… Ella non verrà!
In questo secondo, una voce, presso di lui, mormora:
— Monsignore, Sua Maestà la Regina è giunta, in questo momento, nella cappella!
Il cardinale trasalisce.
Dinanzi a lui s’inchina un monaco, dalla testa ossuta, angolosa, dal sorriso cinico od ingenuo, dall’occhio stupido od impudente, dalla figura di spadaccino, sotto alla tonaca – un gran diavolo di cappuccino, lungo e magro, in cui si vede la spia ad un miglio di distanza.
Richelieu, pallidissimo, prende il braccio del monaco, e fremente:
— Corignano! Corignano! Che dici?…
— Dico che la vedrete accordarvi il suo primo sorriso!
— T’inganni! – balbetta il cardinale.
— Dico che, se volete, ella è vostra!
— Monaco! Monaco! Perdi il senno?…
— Andiamo, dunque, monsignore!
— Fra Corignano credo vi abbia provato che conosce il suo mestiere. Sa vedere, ascoltare, e, all’occasione, dire la sua parolina.
— Hai detto qualche cosa, tu? – dice fremendo Richelieu. – Vediamo! Che cosa hai potuto dire?…
— Monsignore, vengo dal Louvre, dove ho veduto la signora di Givray, la vostra ambasciatrice… accreditata presso la regina. Ascoltate. Eminenza: Caterina la Grande ha avuto le Tuileries; il Re ha il suo Louvre: Maria dei Medici ha il Lussemburgo. Solamente Anna d’Austria non ha nulla!… E voi, monsignore, voi avete, mi capite? avete questo palazzo, maestoso come le Tuileries, vasto come il Louvre, elegante come il Lussemburgo…
— Oh! – balbetta il cardinale, febbrilmente. – Quale sogno!… Oh! se fosse possibile ch’ella degnasse…
— Accettare?… Ah! monsignore, voi siete un ministro geniale, ma non conoscete le donne come il povero Corignano!… Anch’io ho la mia politica, tutta a vostro servizio. Ho, dunque, collocata la mia parolina, nell’orecchio della signora di Givray. Ho detto… in fede mia: ho avuto l’audacia di dire che questo palazzo, che stupisce il mondo, non è stato costruito per il cardinale, ma per una illustre principessa, e…
— Termina! Termina! – dice palpitando Richelieu.
— E l’illustre principessa aspetta una conferma delle mie parole!… Monsignore, quando volete ch’io porti al Louvre la lettera che ora scriverete ad Anna d’Austria?
Il cardinale soffoca un grido d’insensata speranza, chiude gli occhi, si comprime il petto con ambo le mani ed abbagliato, inebriato, con l’accento della passione:
— Questa sera… verso la mezzanotte… nel mio palazzo di piazza Reale… ti aspetterò!
In quel momento, un uomo vestito di nero si allontanava dalla portiera, dietro cui ascoltava, traversa l’oscuro gabinetto, in cui era a spiare, passa in una galleria e si perde nei corridoi del palazzo cardinalizio…
Corignano si è inchinato umilmente; poi, si è diretto verso la porta del salone, che apre, e là s’incontra con qualcuno che entra: grosso, basso, panciuto, una sorta d’aborto, dal viso scialbo, pieno d’inquietudine, altra fisionomia di spia.
— Rascasse! – mormora il cappuccino. – Sempre fra i miei piedi, dunque?
— Corignano! – esclama l’altro. – Sempre mio rivale, allora?
— Voi mi annoiate, mio piccolo Rascasse!
— Voi m’irritate, mio gran Corignano!
Corignano si curva per fulminare, con una maledizione, il rivale. Ritto sulla punta dei piedi, Rascasse mastica un insulto. E, divorati dalla gelosia, i due spioni, in corso, si minacciano:
— Ci rivedremo!…
Richelieu è rimasto anelante, come un disgraziato sul punto di soccombere alla miseria, cui sopravvenga una favolosa fortuna. Rascasse, tutto ricoperto di polvere, viaggiatore che non si è dato il tempo di mutar di vestito, si avanza trotterellando e moltiplica gl’inchini, per attirar l’attenzione del suo padrone…
Il cardinale, finalmente, lo vede.
Repentinamente, amore, passione, desiderio sfrenato, tutto sparisce dal suo spirito. Quel viso fiammeggiante diviene astuto. Quegli occhi, che fissavano la chimera, in fondo ad un miraggio, divengono glacialmente inquisitori.
Il ministro esita a parlare. Forse, teme la risposta all’interrogazione che gli brucia sulle labbra. E, d’un tratto:
— La signora di Lespars?
La spia si raddrizza e, in un soffio, lascia cadere questa sola parola:
— Morta!…
Il cardinale resta pensoso. Una ruga solca quella fronte implacabile. Il suo acuto sorriso è solo a svelare che la risposta è qual’era desiderata. L’odio dev’essere, in quell’uomo, terribile come l’amore… Egli osserva lo spione curvo dinanzi a lui, ed a voce bassa:
— E’ morta… bene! Dimmi, ora, chi l’ha… aiutata a morire?…
Rascasse freme. Egli è, forse, al momento decisivo in cui una semplice menzogna assicura la vita d’un uomo. Lotta. Esita. Poi, d’un tratto, dentro di se:
— Bah! Il signor di Saint-Priac non oserà mai denunziarsi da sè stesso!
— Sono stato io, monsignore… io!
— Rascasse, tu sei un buon servitore. Passa dal mio tesoriere: egli ti aspetta. La parola che hai detta vale il suo peso d’oro. Basta, per il momento. Questa sera, nel mio palazzo, mi dirai i particolari del tuo viaggio ad Angers e del come è avvenuta la cosa. Ora vai.
— Un istante, monsignore. Io avrei dovuto esser qui quindici giorni fa, giacchè la signora di Lespare è morta il 23 febbraio. Ora, se mi sono indugiato è stato perchè ho cercato qualcuno che ho studiato durante un mese… e che mi è scivolato di mano al momento in cui stavo per… basta! Si ritroverà!
— Di chi, di che cosa vuoi parlare? A me non piacciono i rapporti oscuri, signor Rascasse.
— Perdonatemi, monsignore. Si tratta della figlia di quella nobile signora… si tratta di Anna di Lespare!
— Anna!… Quella bambina!…
— Quella bambina ispirava la madre! – mormora sordamente lo spione. – Monsignore, ci siamo ingannati!
Il cardinale ha un brivido.
— Bisognava lasciar vivere la madre ed uccidere la figlia! – termina la spia, trasportata da un’ambizione che, forse, è al disopra delle sue forze.
Il fredd’occhio del cardinale getta un lampo. E Rascasse aggiunge:
— Il pericolo era là. Eminenza! Ella mi è sfuggita: senza di che avrebbe già raggiunta la madre. Dov’è ora? Ah! vedete, monsignore, vi dico, davvero, che dieci uomini ribelli non hanno l’energia di quella fanciulla. Ella viene a voi, forse! E se ciò è, badate, ah! badate! Non si sa nè tremare, nè perdonare, nè deporre le armi, quando si èchiamati Anna di Lespars!…
Richelieu ha aggrottate le sopracciglia. Egli medita, calcola, combina. Non si tratta più d’un sogno d’amore, si tratta di un pensiero di delitto. E’ la paziente meditazione del mostruoso ragno che domanda a sè stesso da quale estremità incomincierà la sua mortale tela. Egli erca. Il suo pensiero duro, inaccessibile alla pietà, entra senza esitazione nei meandri che giungono al delitto… La quistione che dibatte non è di sapere se risparmierà o se ucciderà! E’ di stabilire come prenderà quella bambina per la gola ed in quale orrendo trabocchetto la precipiterà tutta palpitante… E, d’un tratto, raddrizza il capo ed alza le spalle… Ha trovato!…
— Rascasse, hai veduto ad Angers, quel barone di Saint-Priac?
— Sì, monsignore – risponde la spia, che reprime un fremito. – Si è messo in cammino per Parigi contemporaneamente a me, munito della lettera d’udienza che gli permetterà d’essere ammesso, senza ritardo, presso Vostra Eminenza. Prezioso acquisto, monsignore! Ventitrè anni, niente scrupoli, pronto ad intraprendere tutto, capace di tutto comprendere, spirito vivace, braccio solido, e, all’estremità di questo braccio, una spada forse ancora più terribile di quella del famoso Trencavel stesso.
— Trencavel? – interroga il cardinale.
— Il maestro di scherma, la cui sala è la più frequentata di Parigi. Io lo conoscono. Ancora un altro che dovreste acquistare, monsignore!
— Vedremo. I rapporti dicono che quel Saint-Priac è innamorato della signorina Lespars. E’ vero?
— Venderebbe la sua anima al diavolo, se questi gli offrisse Anna… L’ha già venduta – aggiunge dentro di sè Rascasse, pensoso – poichè, per impadronirsi della figlia, egli ha…
— Ebbene! – dice freddamente Richelieu, il cu sguardo s’illumina d’una luce funesta. – Non ti occupare di quella giovanetta, Rascasse. Mi hai sbarazzato della madre… Saint-Priac mi sbarazzerà della figlia!…
— E come, monsignore?…
— Sposandola! – risponde Richelieu con un fine sorriso.
E la spia, l’uomo delle opere di morte, Rascasse non può fare a meno di rabbrividire!… E, quando ad un cenno, si ritira, balbetta:
— Saint-Priac speso d’Anna di Lespars!… Saint-Priac!… Orribile, questo è orribile!
Allora il cardinale Richelieu picchia su di un timbro. Un solenne servitore entra e spalanca le due porte a doppio battente, situate di faccia. Una dà su di un’immensa galleria, l’altra sulla cappella. Il salone si riempie di gentiluomini, di vescovi, di canonici, d’arcivescovi…
Richelieu prende le insegne della sua dignità cardinalizia e si avanza, circondato da quel grandioso corteo di prelati, che intuonano un canto simile ad un inno di gloria. Nella cappella, prodigio di lusso e d’arte, suonano gli organi, nubi d’incenso si alzano dagli incensieri d’oro massiccio e vanno ad oscurare la luce delle candele, sopportate da candelabri incrostati di pietre preziose. E’ un quadro d’incomparabile magnificenza. Ed in questo quadro, simile ad una visione d’irreale splendore, è un’assemblea di un’impressionante maestà, composta di Luigi XIII, Anna d’Austria, Maria de’ Medici, Gastone d’Anjou, Vendôme, Bourbon, i Condè, i Robin, i Chevreuse, Ornano, Solssons, Montmorency, Chalais, folla di signori d’alta nobiltà, ressa di principesse, tutta l’aristocrazia, la Corte tutta in Corte di Francia, curva dinanzi ad un uomo!…
Poichè è all’uomo che va quella religiosa adorazione, non al prelato che deve officiare.
Allora, sembra che Richelieu sia più augusto e più forte del Re!
Allora, sembra che, su quei grandi della terra, prosternati, passi una raffica di spavento.
Richelieu si è fermato un istante all’entrata della cappella. Drittissimo, raggiante di superbia, egli vede chinarsi tutte quelle teste illustri e prova la vertigine del potere…
D’un tratto, al momento d’incamminarsi verso l’altare, vacilla, colpito in piena apoteosi: laggiù in fondo alla cappella, vi è una donna che resta ritta in piedi e lo guarda in viso, e lo sfida con tutto il suo atteggiamento!…
Una giovanetta bionda, con occhi neri. Bella, fiera, scintillante d’audacia…
Richelieu impallidisce dalla rabbia. Richelieu trema. Egli mette nei suoi occhi sfolgoranti tutta la minaccia, tutta l’anatema. E la giovinetta rende urto per urto, maledizione per maledizione, ella è una viva dichiarazione di guerra…
Guerra ad oltranza! Guerra a morte!…
E quando il cardinale, con passo convulsivo, sale verso il tabernacolo, è livido di odio o di terrore, poichè quella che ha veduta così, viene in nome del diritto e della giustizia, della vendetta, ed è con voce tremante che mormora:
— La figlia di Enrico IV!… La figlia della morta!… Anna di Lespars!…
Figlia di Enrico IV!…
Ella è, dunque, sorella di Alessandro di Bourbon e di Cesare di Vendôme? Sorella di monsieur, duca d’Anjou! Sorella di Luigi XIII, re di Francia!…
Quale dramma è in quella nascita reale? Chi è quella signora di Lespars, di cui abbiamo ora appreso l’assassinio? Di quale fallo fu colpevole o di quale tranello fu vittima? Sono queste «delle ignote da cercare» e un problema da risolvere nulla di più, nulla di meno.
Quella che porta il nome di Anna di Lespars e che ha, forse, diritto ad un posto sui gradini del trono, come Enrichetta, figlia di Gabriella d’Estrées, è uscita dalla cappella al momento in cui incominciava la cerimonia. Con un’eroica bravata ella ha voluto gridare gli occhi al padrone di tutto e tutti.
— Eccomi! Guardami. Io ti guardo. E’ fatto. Il guanto è gettato…

L.

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2 commenti

Pubblicato da su aprile 7, 2017 in Pulp

 

2 risposte a “[Pulp] L’eroina di Michel Zévaco

  1. theobsidianmirror

    aprile 27, 2017 at 7:53 pm

    Quella copertina, che ricorda tanto quelle vecchie figurine che cinquant’anni fa si trovavano nei fustini del detersivo (o erano i dadi per il brodo?), promette esattamente quello che il libro poi mantiene: indurre nel lettore un forte mal di testa.
    Mi sono sempre chiesto perché mai ci fosse la tendenza a italianizzare i nomi di battesimo (Giulio Verne, Alessandro Dumas) e a lasciare invece intatti i cognomi come in questo testo qui sopra (Gastone d’Anjou, Anna di Lespars… o Lespare?)

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      aprile 27, 2017 at 7:56 pm

      Un’usanza rimasta quando è nato Diabolik, dove infatti tutti i personaggi hanno nomi italiani e cognomi stranieri…
      Di solito si dice che era un’usanza fascista, quella di italianizzare i nomi stranieri, ma visto che siamo nell’Italia degli anni Dieci è una tesi che non regge…

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