RSS

[Pulp] Il Re Mistero di Gaston Leroux

31 Mar

Concluso il viaggio nelle origini di Lupin, è il momento di parlare di un suo connazionale nonché coetaneo. Di Gaston Leroux ho parlato in occasione della nascita del suo Fantasma dell’Opera, semplicemente perché del prolifico autore è l’unico testo noto in Italia: insieme a Il delitto della camera gialla è il suo romanzo più ristampato, con più di venti edizioni fino ad oggi e circa quattro traduzioni diverse. Una briciola, nel paniere dell’autore.

Malgrado oggi nessun italiano lo ricordi, nel nostro Paese è uscito in lingua italiana un’opera nera e misteriosa di Leroux, apparsa a puntate dal 6 maggio al 21 agosto 1909 sul quotidiano “La Stampa”, vero erede nostrano dei quotidiani parigini con i racconti a puntate. In questa formula infatti il romanzo di Leroux era uscito, su “Le Matin”, dal 24 ottobre 1908 al 9 febbraio 1909.
L’Italia dunque presentava in anteprima il nuovo re del terrore francese… per poi dimenticarsene completamente. Non esistono tracce di una qualsiasi raccolta in volume di questo romanzo, quindi oggi – 31 marzo 2017 – rispolvero quest’opera dopo più di un secolo di totale silenzio nel nostro Paese.

Essendo io un pazzo, mi sono digitato a mano, parola per parola, il testo rovinato e smangiucchiato apparso sulle copie del quotidiano di inizio secolo, prendendolo dal suo archivio libero on line.
Vi riporto solamente i primi due capitoli, preceduti da un’introduzione che fa parte integrante della trama. Sappiate che questa è l’unica occasione di leggere in italiano un’opera che nessun nostro compaesano conosceva di Leroux.
Specifico che ho mantenuto il testo italiano dell’epoca, con le discutibili scelte grammaticali e l’insopportabile “è” (con accento grave) in ogni occasione, anche quando andrebbe utilizzata la “é” (con accento acuto). L’ho fatto per farvi fare un tuffo nell’Italia del 1908, che leggeva le avventure del Re del mistero…

Prima però un omaggio a tutti gli amanti delle cospirazioni, dei Rosa-Croce e Cavalieri della Uallera d’oro vari: il profilo del personaggio tratto da “Jules Verne e l’esoterismo. I viaggi straordinari, i Rosa+Croce, Rennes le Chateau” (Jules Verne, initié et initiateur, 1984), di Michel Lamy, a cura di Gianfranco de Turris, trad. di Milvia Faccia, Edizioni Mediterranee, Roma 2005

Questo illustre amante della ricerca di tesori che fu Gaston Leroux ci lasciò il suo proprio Robur: Le Roi Mystère. Strana storia, in verità, quella del capo di malviventi, con un cuore grande, dotato di un senso innato della giustizia, che ha qualcosa dell’ingenuo e nel contempo di un essere invincibile, un personaggio dedito a raddrizzare torti servendosi del furto, a metà tra Montecristo e Robin Hood, e insieme Cartouche e Mandrin, che regna come un vero Re nell’ombra, conservando però uno spirito anarchico. Regna su un mondo sotterraneo, una sorta di Agartha nelle viscere di Parigi. È il Re delle Catacombe. Non è forse anch’egli un Re Perduto?

Strane quelle due lettere che si videro un mattino dipinte in rosso sulle porte della prigione della Roquette, proprio come strani apparvero nel XVII secolo i manifesti della Rosa+Croce sui muri di Parigi. Le due lettere R.C. rappresentano la firma del Re delle Catacombe. Ma perché mai egli firma R.C., quando Gaston Leroux intitola il suo romanzo Le Roi Mystère (vale a dire R.M.) e il vero nome di questo personaggio è Robert Pascal (ossia R.P.)? In effetti, come potrebbe essere altrimenti, visto che Gaston Leroux voleva, proprio come Jules Verne, scrivere un testo d’ispirazione rosicruciana? R.C. è certamente, come abbiamo visto, la firma dei Rosa+Croce, ma il legame con Robur il Conquistatore non si ferma qui, e su una porta possiamo leggere: ROBUR mortis viri saluss et sublimitus, profundis, longitudo, latitudo. Avete ancora dei dubbi? Allora leggete il romanzo. Vedrete Gaston Leroux descrivere il suo personaggio come un Padrone del Bene e del Male. Il Re Mistero non esita a dire: «Io sono più forte della morte!… Io sono la vita!». Egli è uno dei “Padroni del mondo”. Infatti, non appare egli equalmente sotto la forma del misterioso conte di Teramo-Girgenti che, proprio come Saint-Germain e Cagliostro, si presume vissuto sotto Enrico IV e in possesso del segreto per resuscitare i morti (segreto che consiste parzialmente nell’andare a passare le aque tutte le estati?) «”Io non resuscito”, disse il conte. “Io vengo resuscitato. A tal fine, è sufficiente che in alcune condizioni date si pronuncino davanti al mio cadavere alcune parole in virtù delle quali io torno alla vita”». D’altro canto, il titolo di uno dei capitoli è “Ti risveglierai tra i morti”.

Ce n’è per tutti i gusti…

Il Re Mistero
(Le roi mystère)
di Gaston Leroux

Nella prefazione che egli scrisse alla più bella storia del mondo, l’autore dei Tre Moschettieri racconta come consultando vecchie carte nella Biblioteca Reale, fu sorpreso da tre nomi: Athos, Porthos e Aramis che colpirono così vivamente la sua fantasia da indurlo a ricercare a chi potessero avere appartenuti e a scrivere – una volta saputolo – tante meravigliose avventure. I tempi eroici sono passati: non v’è più nulla da scoprire nelle biblioteche; non vi sono nemmeno più degli Alessandro Dumas. L’unica risorsa che ci resta è il reportage che non compulsa i libri, ma la vita contemporanea. Il reportage, appunto, mi condusse ad una curiosa scoperta, ad un punto di partenza per ricerche molto interessanti ancorchè fuori dei libri. Un giorno, ecco, desideroso di risalire all’origine del famoso affare politico-giudiziario passato durante il Secondo Impero, sotto il titolo: «Lo scandalo delle ferrovie ottomane» e restato sempre un po’ oscuro, lo sfogliavo in raccolta dei primi numeri del giornale L’Epoque e la mia attenzione cadde sopra un trafiletto in cima al quale erano scritte a grossi caratteri le due maiuscole R. C. seguite da un enorme punto interrogativo.
Ecco testualmente, quello che lessi: «Se ci occupassimo un po’ meno del dramma che si svolge in questo momento davanti al Corpo legislativo, l’opinione pubblica si commuoverebbe forse per il fatto più unico che raro, che è avvenuto stamani in piazza della Roquette. Non si è dimenticato che Desjardies attende nella Grande-Roquette il coltello del carnefice. Ebbene! noi possiamo affermare che, la notte scorsa, la ghigliottina è venuta. La stampa non era stata prevenuta; ma intanto, verso le quattro e mezza, il patibolo è stato montato. Ai primi languori dell’alba – però – il carnefice ed i suoi aiutanti smontarono la ghigliottina senza aver tagliato la testa a nessuno. Erano stati mal dati o mal compresi gli ordini relativi all’esecuzione? Forse l’imperatore – dopo avere rifiutato la grazia al Desjardies – si era deciso all’ultimo momento, contro tutte le convenienze, a fare arrestare il corso della suprema giustizia? Non bisogna dimenticare che Desjardies è la prima vittima dello scandalo delle ferrovie ottomane e – nonostante il suo abbominevole assassinio – non è forse il più colpevole. Altri hanno ucciso, non v’è dubbio; altri ce la giustizia imperiale non seguirà mai… e che conserveranno la loro testa sulle spalle. In alto loco si sarebbe avuto dunque qualche tardivo rimorso al momento di sacrificare una delle personalità meno compromesse in questo prodigioso imbroglio finanziario? Insomma, non sappiamo che cosa pensare, nè che inventare davanti a questo fatto innegabile: il boia se n’è andato com’era venuto, con le mani in tasca e il paniere vuoto. E in questa storia è pure bizzarra la scoperta di due lettere cabalistiche dipinte in rosso sulla grande porta della prigione: R. C. Che cosa significano? Chi ce lo dirà? Nessuno! Perchè nessuno ha tempo di occuparsi di cose all’infuori della tragicommedia che si sta preparando nei corridoi di Palazzo Borbone!»
Impressionato da queste strane parole, mi misi a ricercare in altri giornali della stessa epoca qualche traccia dello straordinario avvenimento: ma non ne trovai nessuno. Solo sotto la data dell’indomani trovai una nota ufficiale riprodotta da tutti i giornali e che diceva:
«L’Epoque ha pubblicato ieri un trafiletto relativo all’esecuzione di Desjardies. Siamo autorizzati a smentirlo categoricamente. L’esecutore delle alte opere non è stato punto scomodato e i suoi legni di giustizia non sono stati mossi dal capannone in cui vengono custoditi. Si potrebbe trovare l’origine d’una così inverosimile storie nell’errore commesso da un ufficiale della prefettura di polizia, il quale, credendo che l’esecuzione dovesse aver luogo in quella notte là, aveva inutilmente distribuito i suoi agenti per il servizio d’ordine».
E lo stesso giorno l’Epoque faceva ammenda onorevole: «Noi siamo stati ingannati ieri da uno dei nostri giovani redattori di cui ci siamo subito sbarazzati. Un alto funzionario della Prefettura è venuto a darci tutte le spiegazioni desiderabili riguardo all’errore che ha messo in moto tutto il servizio ordinario d’ordine per le esecuzioni».
Ma nè la nota dell’Agenzia ufficiale, nè la rettifica dell’Epoque riuscirono a convincermi. Trovai he avevano qualche cosa di misterioso, di inquietante. A chi conosce un poco le abitudini combattive della stampa doveva apparire almeno strana la facilità con la quale l’Epoque prendeva atto della smentita ufficiale senza muovere nessuna critica alla Prefettura di polizia che aveva commesso un errore deplorevole. La perfetta serenità con la quale tutti i giornali registravano la disavvedutezza prefettizia mi turbò straordinariamente. E che dire delle due iniziali rosse trovate sulla porta della prigione: R. C.? Nessuno ne parlava? Nessuno si preoccupava di spiegare l’enigma, nè di smentirlo? Si poteva forse credere che si trattasse di un cattivo scherzo? Non lo pensavo. Uno scherzo ha sempre l’aria di dir qualche cosa; ma che voleva significare quel R.C. sulla porta della prigione dei condannati a morte? In tutto ciò v’era secondo me del mistero ed io non avrei avuto pace fino a quando non avessi trovati il «giovane redattore» così, precipitosamente licenziato e quell’ufficiale della Prefettura cui si attribuiva un errore tanto grossolano. L’uno e l’altro vivevano ancora ed ambedue furono il punto di partenza di un’inchiesta che durò parecchi anni e come resultato della quale io vi presento questo romanzo le cui emozionanti peripezie saranno tanto più gustate in quanto si ricordi che certe figure e certi avvenimenti hanno messo già a rumore il mondo. La realtà si è mostrata, nell’ultima metà del secolo scorso, così gelosa della chimera che non v’è più nulla da inventare sulla terra, nemmeno per un romanziere.

*
PARTE PRIMA
La potenza delle tenebre
I. Qualche cosa brilla nella notte

V’è un luogo più triste, più tetro, più misterioso di quell’angolo di Parigi che circonda la piazza della Roquette? Dove sorgeva la vecchia prigione, recentemente demolita, sono sorte alte case; ma il luogo resta lugubre lo stesso per la prigione che ancora esiste dall’altro lato della piazza e che è destinata ai giovani detenuti. Tomba per quelli che sono appena giunti sulla soglia della vita; più terribile di tutte le tombe.
All’epoca del nostro racconto la grande Roquette da lunghi anni innalzava i suoi muri neri davanti alla piccola Roquette. Talvolta la porta della «piccola» s’apriva per lasciare uscire qualche adolescente pallido per aver sepolto là dentro qualche anno prezioso della sua giovinezza; la prima cosa che egli vedeva era la porta della «grande» sinistra e immensa come se l’avessero elevata apposta sulla soglia dell’avvenire di lui. L’una e l’altra prigione erano separate da qualche pietra, piedistallo del patibolo. Se il giovanetto distoglieva gli occhi da questo lugubre quadro egli scorgeva a sinistra un’altra porta, quella del cimitero: il Père-Lachaise. Allora fuggiva a destra e discendeva rapidamente verso la vita, verso la libertà, verso Parigi, da quella parte della strada della Roquette che mette in piazza Voltaire, chiamata allora la piazza del Principe Eugenio.
In essa, precisamente, noi trasportiamo il lettore, la notte del 13 dicembre 186…, alle quattro precise.
Questa strada – sì lugubre durante il giorno per le sue case basse, le botteghe oscure di mercanzie mortuarie, gli spacci di vino sempre pieni di vagabondi e di prostitute – diventava talvolta gaia nella notte, allorchè la plebaglia uscita dai bassi fondi della capitale si avviava verso la piazza della Roquette per assistere allo spettacolo d’una testa che cade sotto la mannaia. Fannulloni, curiosi di tutti i ceti, carrozze delle più quotate mondane di Parigi, fiacres carichi di studenti, si urtavano, s’intrecciavano, si accumulavano dietro un primo cordone di agenti i quali non lasciavano passare che i privilegiati muniti di biglietto speciale rilasciato dalla prefettura.
Nella notte da cui s’inizia questo racconto, la via della Roquette che durante la nottata precedente era stata affollata per la voce corsa dell’immediata esecuzione di Desjardies, aveva ripreso il suo aspetto consueto. Stanchi della vana attesa anche i più curiosi se n’erano andati.
Ora, qualche minuto dopo le quattro, quando tutto riposava e tutto era silenzioso, nella strada del quartiere apparvero all’improvviso numerosi agenti. I capi parlavano tra di loro e davano gli ordini a bassa voce. Quasi subito giunse la truppa: non era mai stata tanta ed occupò la piazza della Roquette col medesimo silenzio misterioso. I plotoni furono schierati in quadrilatero intorno al patibolo. Una finestra all’angolo della via della Roquette, sopra uno spaccio di vini che portava l’insegna: «A la renaissance du bon vin», s’aprì d’un tratto; ma un uomo di cui era impossibile scorgere la faccia, – non solo per l’oscurità, bensì anche perchè teneva il cappello abbassato sugli occhi, – si staccò da un gruppo di ufficiali, andò sotto di essa, pronunciò qualche parola con voce sorda e la finestra si richiuse. Quest’ultimo coperto da un ampio mantello col bavero alzato fin sopra le orecchie tornò verso il gruppo degli ufficiali e chiamato a sè uno di loro gli disse:
– Fate innestare la baionetta in canna. Dovete aspettarvi di tutto…
– Non è possibile!…
– Credetemi, di tutto. In ogni caso vi avvertirò. Ho posto agenti a fare la sentinella dappertutto… Ne ho riempito il Père-Lachaise.
Ciò detto, l’uomo misterioso si avviò verso i gendarmi a cavallo, che in quel momento entrarono nella piazza dalla parte della grande Roquette e si disposero davanti alla porta della prigione. L’uomo discese allora verso la piazza Principe Eugenio.
Per quanto le evoluzioni della truppa fossero state fatte in silenzio, qualcosa cominciava ad agitarsi nella parte bassa della via della Roquette. Si aprirono delle finestre, una bottega levò le bande: intanto che un lattivendolo svegliava i casigliani della piazza Principe Eugenio col suo vociare. Tuttavia la strada della Roquette si manteneva deserta, sempre occupata dai soldati e dagli agenti. Ma ecco che verso le cinque parecchie vetture sfilarono e una mezza dozzina di persone, avviluppate in pesanti pelliccie, ne discesero per dirigersi verso la bassa di una delle più vecchie case della via. Picchiavano con fare misterioso a quell’uscio che si apriva e si richiudeva rapidamente.
Accanto ad esso, nell’ombra, l’uomo dal lungo mantello osservava attentamente i nuovi venuti ed era là immobile da una mezz’ora, allorquando si avvicinò ad un individuo alto e robusto che scendeva da una vettura. Si levò il cappello e gli disse:
– Lasciatemi entrare con voi, signore. Sarà più prudente.
– No, Dixmere, è meglio che restiate fuori. Ma se tra un’ora non sarò uscito, invadete la bicocca.
E l’uomo che era sceso dalla carrozza picchiò alla stessa porta, prima due colpi e poi altri due.
Quando la porta si richiuse dietro di lui egli si trovò in una oscurità profonda. Una voce gli chiese:
– Cosa volete?
– R. C.
Intanto l’uomo dal lungo mantello risalì verso la piazza della Roquette, attrattovi da un luccichio sinistro. Fra la mannaia del carnefice che scintillava di già nel suo telaio.

*
II. Due gentiluomini a cena.

Sulla piazza il carnefice e i suoi aiutanti avevano sbrigato la loro faccenda coscienziosamente, senza fretta, come richiede, del resto, lo strumento di giustizia. Non è più il tempo in cui si uccideva alla bene e meglio ed il carnefice era costretto a rifarsi da capo diverse volte per tagliare una testa: il boia moderno è un orologiaio e un architetto; ha la sua livella e il suo filo a piombo. Erano circa le cinque e mezza allorchè l’uomo dal lungo mantello – senza dubbio ufficiale della polizia – pareva occupato a prendere gravi disposizioni nella tema di un avvenimento straordinario, gironzolando davanti allo spaccio di vini sopra ricordato. A quella finestra, che è stata riaperta, s’è affacciato un uomo che gli ha fatto un cenno ritirandosi immediatamente. Dopo un momento, in basso, una porta si apre e ne esce qualcuno che ha un pacchetto sotto il braccio e la richiude accuratamente. L’ufficiale di polizia non si muove, ma gli chiede, senza girare il capo:
– Sei tu, Rompicollo?
E l’altro, sempre chinato sulla sua senatura gli sussurra:
– Dixmer?
– Non pronunciare il mio nome – risponde Dixmer senza spostarsi di un dito. – Sai tu dov’è che la cosa si fa?
– Al «Coniglio che fuma».
– Tutto è pronto?
– Tutto!
E l’uomo battè una mano sul suo pacchetto.
– E chi è che si muove?
– L’Avoltoio in persona.
– Benone. Dirai all’Avoltoio che tutto è pronto per agire dalla parte della via Vacquerie, se sarà necessario. Ho là cento uomini di Montrouge dentro un cantiere. Deve capire come sia meglio, soprattutto per me che dirigo il servizio d’ordine, che la cosa si faccia in silenzio.
– Oh, l’Avoltoio ci conta!
– Addio.
Lasciamo ora che Dixmer faccia coscienziosamente la sua ispezione per seguire Rompicollo che col suo pacco sotto il braccio si era avviato nella buia strada della Folie-Regnault; camminava già da cinque minuti allorchè un’ombra si staccò dal marciapiede e gli venne incontro. Quando gli fu vicino essa disse:
– R. C.
E Rompicollo rispose:
– Pantheon.
L’ombra si accompagnò a Rompicollo ed ebbe con lui un rapido colloquio.
– Li hai visti passare?
– Sì, or ora… Devono aver preso la via più lunga dietro la piccola Roquette e tornar poi sui loro passi; hanno oltrepassato il «Coniglio che fuma»e rifatto il passaggio della Folie-Regnault. Infine sono entrati nell’osteria dal retrobottega.
– E l’Avoltoio?
– L’ho veduto passare. Egli vi è entrato dalla porta principale con Zampa d’oca.
– Sono entrati altri?
– Una dozzina. Devono essere anch’essi della partita, ma non li ho riconosciuti.
– Benissimo. Torna pure al tuo posto. Se quegli altri arrivassero, non li commovere, ma fischia non appena li vedi. Non occorre altro.
L’ombra tornò al suo posto, Rompicollo continuò la sua strada e dopo aver percorso una trentina di metri circa, si arrestò davanti alla porta a vetri del «Coniglio che fuma».
Un grosso coniglio rosso, comodamente seduto sulle zampe posteriori occupato a fumare in una lunga pipa era stato grossolanamente dipinto su di una insegna di zinco che dondolava qua e là spinta dal vento. Il freddo era vivo in quella notte di dicembre, un freddo aspro e secco che annunziava un’imminente nevicata. Sui vetri della porta dell’osteria un artista frettoloso aveva disegnato in rosso lo stemma della casa, il coniglio e la pipa, ma quei vetri erano talmente annebbiati dal freddo che nulla si poteva distinguere di ciò che accadeva nella sala della trattoria.
Rompicollo salì lentamente i quattro scalini che conducevano a quella porta ed entrò nella sala con aria noncurante, le mani in tasca, la sigaretta in bocca, senza guardar alcuno, come se nulla e nessuno di tutti gli avventori che riempivano quella sala, suscitasse il suo interesse. Egli gettò soltanto una rapida e strana occhiata ad una porta a vetri che dalla sala comune conduceva ad una piccola stanza.
Là dentro, due gentiluomini cenavano. Nulla di particolare veramente nelle loro maniere indicava ch’essi fossero di nobile razza, ma la loro tenuta corretta, i dettagli accurati del nero ed elegante abbigliamento faceva supporre ch’essi appartenessero ad una classe sociale superiore alla media.
L’un d’essi era alto e secco, l’altro invece basso e tarchiato.
Il primo, dopo aver accuratamente coperto lo sparato candido della camicia e il nero soprabito col tovagliolo, coll’attenzione meticolosa di un uomo d’ordine che ha in orrore le macchie, intinse un pezzetto di pane nell’intingolo che aveva nel piatto e disse al compagno:
– Scusami, signor Prospero, ma davvero ch’io credeva che si lavorasse di più di quanto voi mi dite: facevo il conto su dodicimila franchi per lo meno…
– Eh! nelle buone annate certamente, ma ormai non ci sono più buone annate per noi… In altri tempi, allorchè si viaggiava si arrivava perfino a guadagnare diciottomila, ma ora non si viaggia quasi più… Pensare che il Governo dà seimila franchi solamente di stipendio fisso e in questo il Governo non è proprio giusto, signor Dionigi… No, no, credetemi, il mestiere è in ribasso e voi incominciate la carriera in tempi assai difficili. E noi dunque, come volete voi che viva con mille e settecento franchi? Bisogna nutrirsi, alloggiarsi, vestirsi e con un certo decoro, sempre di panno nero, il che costa un occhio, senza contare il cappello a cilindro… Questo pezzo di coniglio ancora, signor Dionigi?…
– Grazie signor Prospero: è un coniglio squisito.
– Oh, la trattoria è ottima… Anche col povero Marchese venivo sempre qui, ad aspettare l’alba… Ci si sta tranquilli…
– Di che morì dunque, quel povero Marchese?
– Di mal di petto. All’ultima esecuzione tossiva con tanta insistenza che il condannato stesso, mentre noi gli facevamo la «toeletta» ne era tutto sbigottito. Ah! A proposito del condannato, ricordatevi signor Dionigi di non esitare a spingerlo sulla bascula. Quando vi dirò hop! sollevatelo un poco, e con un colpo, lanciatelo fino alla lunetta: io gli afferro subito la testa pei capelli e la tiro così… perchè sapete, certi tentano sempre di ritirare la testa e allora si corre il rischio di tagliare loro il mento. In quanto poi ad abbassare la mannaia, non ci pensate, è affare del principale. Egli non ha che da premere il bottone: non è certo una faccenda complicata. Tutta la fatica è per noi, ma non la ricompensa. In fondo siamo mal visti… la gente non dice nulla, ma siamo mal visti. Solo le donne, qualche volta…
– Ah! le donne?!…
– Sì, in viaggio.
– Raccontatemi, signor Prospero…
– Eh signor Dionigi è cosa semplice, noi eccitiamo la loro curiosità. A Marsiglia per esempio, quando ci siamo andati per Scanjean, col povero Marchese il quale non era punto bello e tossiva tossiva… bisognava vedere come certe donne lo perseguitavano…
– Donne del gran mondo?…
– Oh no! Quelle non oserebbero. Ma le altre, le mondane per esempio, ma le mondane eleganti, intendiamoci… Due di esse, a Marsiglia volevano pagarci la cena, al Marchese e a me.
– E allora, signor Prospero?
– Nulla, signor Dionigi,, sono un uomo ammogliato io!…
– Ma il povero Marchese era – mi pare – celibe.
– Sì, ma non si può fare ciò che si vuole…
– Tuttavia, in viaggio…
– In viaggio come altrove signor Dionigi. Non bisogna dimenticare che noi rappresentiamo il Governo.
Così discorrendo, i due commensali finivano di assaporare il gustoso coniglio, senza affrettarsi, poichè sapevano di aver ancora una buona mezz’ora a loro disposizione: il giorno non accennava a comparire e ognuno sa che le esecuzioni legali devono essere fatte ai primi raggi dell’aurora. A un certo momento il signor Dionigi, che suo malgrado pensava al suo condannato, domandò:
– Che cosa ha dunque fatto, questo tale? Non mi ricordo più la sua storia…
Il signor Prospero rispose:
– Oh, io non mi occupo mai dei fatti loro!… Ciò non ha alcun interesse per noi.
– Tuttavia… ci si deve sentir più incoraggiati, allorchè si sa che il condannato è molto colpevole.
– Peuh!… Ciò è affare dei giurati. Ciò che ha fatto quel Desjardies… Ah! caro: ha assassinato Lamblin, sapete, quell’impiegato… A quell’epoca il delitto fece rumore, poi non se ne parlò più… Ma non vi pare che il cameriere ci dimentichi?…
– Davvero… Mangerei ancora volentieri un pezzo di formaggio. Ma eccolo!
Il cameriere entrò in quel momento, con aria affaccendata, portando il formaggio, una fila di piatti, alcune posate. I due convitati lo guardarono con una certa sorpresa.
– E’ curioso – disse il signor Prospero, appena egli fu uscito. – Mi pare che non fosse questo il cameriere che ci serviva prima.
– Pare anche a me…
Dopo un silenzio, il signor Prospero continuò:
– Dicono che quel Desjardies fosse un uomo molto per bene, molto educato. Tanto meglio per noi! Certe volte abbiamo fra le mani dei condannati così sporchi, da restarne disgustati al momento della «toeletta»… Dicono anche che egli ha una figlia, una bella signorina che ha voluto andar a parlare alla Corte d’Assise, ma non l’hanno lasciata entrare. Poi voleva andare a gettarsi ai piedi dell’Imperatore; naturalmente ella è soltanto arrivata al portinaio della Tulleries.
– Che cosa voleva?…
– Pretendeva dimostrare che suo padre era innocente. Storie! Il padre fu sorpreso in flagrante delitto dal Procuratore imperiale stesso e dal capo gabinetto del ministero della guerra. E…
E in quel punto la porta s’aprì, e con estrema sorpresa il signor Prospero e il signor Dionigi videro entrare invece del cameriere, un operaio che andò silenziosamente a sedere al tavolo vicino ai nostri due commensali.
– Toh – fece a bassa voce il signor Prospero, alquanto interdetto. – Il trattore m’aveva assicurato che noi saremmo stati soli, in questa stanza.
Qui il signor Prospero si tacque, mentre il suo stupore e quello del suo compagno crescevano a dismisura: un altro operaio entrò, poi un altro e un altro ancora… In pochi secondi la stanzetta ne fu piena, tutti i tavoli furono occupati. L’ultimo operaio che entrò chiuse la porta e tutti gli altri continuarono a serbare uno strano e impressionante silenzio.

*
(Il resto della storia…
giace nel dimenticatoio dell’editoria italiana!)

L.

– Ultimi post simili:

Advertisements
 
7 commenti

Pubblicato da su marzo 31, 2017 in Pulp

 

7 risposte a “[Pulp] Il Re Mistero di Gaston Leroux

  1. Ivano Landi

    marzo 31, 2017 at 2:55 pm

    Ho letto con piacere la tua interessante introduzione, ma per quanto riguarda il testo dell’opera devo passare la mano per la solita, cronica mancanza di tempo. Spero che là fuori ci siano veri appassionati del genere in grado di darti più soddisfazione di me da questo punto di vista.
    Pazzia d’accordo, ma il mestiere di amanuense ha un suo innegabile fascino.

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      marzo 31, 2017 at 2:58 pm

      Il testo è lontano dall’essere intrigante, è uno stile davvero datato e la resa italiana non aiuta affatto. Ma l’ho voluto salvare dall’oblio – almeno i primi due capitoli – così un giorno magari qualche appassionato che cerca di saperne di più su Gaston Leroux troverà pane per i suoi denti ^_^
      E la mia pazzia amanuense/traduttore è stata stuzzicata da un tuo post, visto che da settimane pian pianino sto traducendo il primo capitolo di “Luana”, con le origini della regina della giungla raccontate da Alan Dean Foster. Alla fine sarà un gran bel lavoretto 😉

      Mi piace

       
  2. gioacchino di maio

    aprile 1, 2017 at 12:13 pm

    Lodevole questa tua impresa di riportare alla luce questo parziale testo dimenticato di un autore conosciuto solo per il Fantasma dell’opera, a quanto leggo in giro Il Re mistero e poco noto anche nel suo paese, nonostante abbia delle correlazioni con Il Conte di Montecristo.

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      aprile 1, 2017 at 12:53 pm

      Sicuramente è datato perché si rifà a fatti cronaca dell’epoca, a storie criminali troppo geograficamente limitate e anche ad un linguaggio poco “universale”. Tutto questo c’è anche in Erik il Fantasma ma la fama cinematografica l’ha reso universale.
      Anni fa la Newton presento delle deliziose “storie crudeli” di Leroux, racconti horror ghiottissimi e scritti in uno stile universale: questo Re Mistero è molto lontano da tutto questo…
      Ogni settimana continuerò a presentare personaggi neri di un secolo fa, totalmente dimenticati dall’editoria italiana, proprio per lasciare traccia della loro esistenza anche nel nostro Paese 😉

      Mi piace

       
  3. theobsidianmirror

    aprile 27, 2017 at 7:27 pm

    Inizio stasera a recuperare queste chicche che ultimamente mi sono perso, e lo faccio partendo proprio da questo Leroux che, come credo tutti, conosco per i suoi tre titolo più famosi, “il fantasma dell’opera” (che credo di non essere mai riuscito a finire), “il mistero della la camera gialla” (che adoro) e il suo sequel “il profumo della dama in nero” (che inizia con spoilerando clamorosamente il nome dell’assassino del precedente volume). Letto così, scomodamente a video, il testo mi pare molto lontano dal Leroux che ricordo: la lettura è difficile e richiede concentrazione per essere sostenuta. Mi immagino che per i lettori dell’epoca una roba del genere, specie se proposta a puntate, potesse essere un ostacolo insormontabile. Quello che non ho capito però è se il quotidiano italiano lo pubblicò infine integralmente o se a un certo punto fu piantato lì.

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      aprile 27, 2017 at 7:40 pm

      Letto oggi sono d’accordo con te, è un testo ostico e molto difficile da seguire, anche perché inizia con “misteri misteriosi” e situazioni che magari saranno spiegate dopo. Il romanzo è stato pubblicato per intero, anche se io mi sono fermato al primo assaggio.
      Non so però mettermi nei panni di un italiano di inizio Novecento, che evidentemente parlava in quel modo e leggeva in quel modo…

      Mi piace

       

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: