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La crisi del libro italiano del 1911

01 Mar

La crisi è un’entità che in Italia per indicarla si usa da sempre il tempo presente: c’è crisi. C’è oggi, c’era ieri, c’era l’anno scorso, c’era dieci anni fa, c’era cent’anni fa. In ogni momento noto, in Italia puoi dire «C’è crisi» e tutti ti danno ragione.
Come si fa a prendere un termine che indica qualcosa di temporaneo e renderlo perenne? L’espressione «C’è crisi» indica che prima non c’era crisi, e adesso c’è. Invece in Italia c’è sempre stata crisi, quindi non ha più senso usare quella parola: bisogna usare invece “normalità”. In Italia la normalità è la crisi.

da "La Stampa", 14 settembre 1911

da “La Stampa”,
14 settembre 1911

Ce lo dimostra il giornalista Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952), scrittore, giornalista e critico letterario che pubblicherà il suo primo romanzo, Rubè, solo nel 1921. Dieci anni prima di diventare romanziere, Borgese scrive sul quotidiano “La Stampa” di Torino un lungo e particolareggiato articolo sulla “crisi del libro”… perché già nel 1911 in Italia c’era la crisi del libro. Come c’è anche oggi…
Di nuovo, che senso ha usare il termine “crisi” per una realtà che dura da un secolo?

L’Italia in cui scrive Borgese è un altro Paese rispetto al nostro, degli anni Duemila. È un Italia di 35 milioni di abitanti – la metà circa di oggi – con quell’alto tasso di analfabetismo che oggi è ventilato ma che all’epoca c’era sul serio. È un’Italia in cui si stampano 10 mila nuovi libri all’anno, mentre l’Istat nel 2010 parlava di circa 60 mila, senza contare le ristampe che portano la cifra a livelli vertiginosi: Il Post (citando fonti GFK) parla di un milione di libri per il 2015!

La domanda sorge spontanea: se meno lettori con meno libri fanno parlare di crisi… com’è possibile che cent’anni dopo, con il doppio dei lettori e sei volte più libri si continui a parlare di crisi? Si torna di nuovo al discorso lessicale: in Italia, la crisi è la nuova normalità…

Vi riporto per intero questo delizioso e imperdibile approfondimento di Borgese, all’epoca critico letterario e non ancora romanziere, che lascio nell’esatta grafia presentata da “La Stampa”: tutti gli accenti sulle “e” sono sbagliati, oggi, ma evidentemente all’epoca si usava così. Ho lasciato tutto identico anche per lasciar traccia della lingua italiana del 1911.
Ho solamente aggiunto degli “accapo” per comodità di lettura: l’originale è un malloppone unico che metterebbe a dura prova un qualsiasi lettore… in tempo di crisi.

L.

La crisi del libro

di G.A. Borgese
da “La Stampa”, 14 settembre 1911

Alcuni egregi romanzieri e novellieri d’Italia, incitati da Giulio Bechi, da Lucio d’Ambra e da Giustino L. Ferri, hanno ampiamente discusso sul giornale romano l’Alfiere intorno alla crisi del libro. L’argomento non è nuovo; di troppa affluenza d’autori e di troppo scarsa avidità da parte dei lettori si lamentano gli editori italiani nè più nè meno che i tedeschi e i francesi, e contro l’avarizia del pubblico e degli editori brontolano gli autori in Germania e in Francia come in Italia.

L’industria del libro è in crisi un po’ dappertutto, e suppongo sia stata più o meno in crisi in tutte le epoche, essendo la sua condizione di vita fra le più singolari che si possano immaginare. Poichè il libro non soddisfa nessuna elementare bisogno fisiologico e nemmeno si può annoverare fra quei generi di lusso che la moda comanda, il consumo di carta stampata può oscillare fra limiti lontanissimi ed estremamente variabili. I rapporti che legano la richiesta all’offerta sono, in questo campo, assai più aleatorii ed infinitamente meno immediati che in qualunque altro; tanto più che, mentre una categoria di operai può facilmente volgersi a un altro genere di produzione, se il genere fino allora prodotto non incontra il gusto del pubblico, è assurdo supporre che una generazione di romanzieri possa di punto in bianco cambiar mestiere, se gli acquirenti non affluiscono alla bottega.

A giudicare dalle apparenze, si direbbe che, per ciò che riguarda il libro, l’offerta determina direttamente la richiesta: quanto più numerosi sono gli editori, tanto più son numerosi gli alunni delle Muse; e, quanto più spesso si ripete la tentazione di una bella copertina e di un titolo saporoso, tanto più spesso capita che il passante le ceda. E qualunque cosa di vero anche nelle apparenze più paradossali ci dev’essere.

Ma, naturalmente, non tutti i libri che si scrivono han la ventura di piacere a un editore e non tutte le copie di un libro che si stampa riescono a sedurre un passante. Ciò è banale e fatale, al tempo stesso: considerati nella grande massa, saran sempre gli autori ad aver bisogno degli editori e saran sempre gli autori e gli editori collegati ad aver bisogno del pubblico. Non potrà mai avvenire che l’industria editoriale soddisfi tutti gli autori che si credon degni d’essere rivelati nè che il pubblico di un paese assorba tutte le copie di tutti i libri che l’industria editoriale di quel paese mette in commercio.

La produzione del libro procede per via di faticosi esperimenti; ogni editore brancola finchè abbia acchiappato un autore che per il suo genio o per la sua volgarità possa raggiungere le dieci o le centomila copie di tiratura; e, quando l’ha acchiappato, giova anche alla produzione dei mediocri; e, se non ha buon naso, si barcamena alla peggio fra l’oscurità e il fallimento.

Per ogni autore lanciato, quanta decente penuria in questi poveri auto-profeti del capolavoro futuro! Per ogni editore milionario, quanti conti che non tornano! Gli editori falliti, i manoscritti inediti, le copie invendute: ecco i tre fattori che, sommati, costituiscono la perenne ed invincibile crisi del libro.

Se ne può parlare senza falsi pudori, perchè, se è vero che alla fin fine ciascuno ha quel che si merita, è anche vero che questa fine delle fini non giunge a una scadenza determinata. La gloria, come il Dio giustiziere del proverbio popolare, non paga il sabato; e potrebb’essere che, mentr’io scrivo, si maceri nella fame e nell’oscurità un artista a voi ed a me ignoto, ma che nei secoli futuri farà impallidire l’aureola di un Pascoli o di un D’Annunzio.

Ora non è presumibile che gli scrittori e le scrittrici dell’Alfiere ignorino questi mediocri luoghi comuni e che abbiano perso il lor tempo in un’inchiesta i cui risultati dovrebbero mirare a curare, sic et simpliciter, la crisi del libro. Dev’esserci, in Italia, una crisi speciale, di questo paese e di questo momento: una crisi più grave, più pericolosa, più precisa nelle sue cause e nei suoi effetti, e perciò tale che si debba e si possa pensare a combatterla.

Chi avrebbe osato parlare, in questo tono, di una crisi del libro, or sono dieci o vent’anni? Le ditte fallite, gli autori inediti, le copie invendute c’erano allora come ci son ora: ma quanti nomi di romanzieri e di poeti erano gloriosamente diffusi nella coscienza della nazione!

Ricordo, come mi capita, senza distinguere i grandi dai mediocri, Carducci, D’Annunzio, Pascoli, Barrili, De Amicis, Verga, Capuana, Matilde Serao, Mantegazza, Stecchetti, Fogazzaro. E non son tutti. Certo nessuno di questi aveva ammucchiato il patrimonio di un Dumas o di un Hugo (non è colpa mia, se a proposito d’arte debbo oggi parlare il poco fiorito linguaggio d’un agente di borsa); ma sarebbe stolto lamentarsi che la Gazzetta di Radicofani non abbia la tiratura del Daily Mail e che i poeti bulgari non si ristampino con la frequenza di Shakespeare.

In quell’epoca che va dal 1880 al 1905 o giù di lì, dalla meteora sommarughiana all’egemonia di Treves, dall’avvento del naturalismo e del classicismo alla morte di Carducci, di De Amicis e di Barrili, un popolo come il nostro, non eccessivamente numeroso in paragone delle grandi masse umane che parlano inglese o tedesco o russo, povero di denaro, in gran parte analfabeta, sprovvisto di colonie, di dominii, di fascino intellettuale sull’Europa colta, che da circa tre secoli stimava superfluo imparare la sua lingua, questo piccolo e gramo popolo fece per i suoi scrittori tutto quel che potè.

Furono parecchi i romanzi che salirono oltre le ventimila copie, i libri di versi che giunsero alle quattro o alle cinquemila, gli scrittori che, con un po’ di cattivo gusto, avrebbero potuto scolpire sulla loro villa le parole che Paolo Mantegazza scolpì sulla sua Serenella: la penna mi fece questi qui. Se qualche romantico avesse allora deplorato la crisi del libro, l’editore dei romanzieri alla moda avrebbe avuto buon giuoco rispondendogli: fammi un libro come questi, e dell’amara risposta appena sarebbe bastato a consolarlo il più mellifluo dei critici, facendogli osservare che non basta aver genio per aver fortuna e che ogni annunziatore di cose grandi deve salire il suo Calvario di fatica o di miseria.

~

Ma oggi nè la brutalità dell’editore nè l’adulazione del critico basterebbero a risolvere la questione. Poichè è avvenuto questo singolarissimo fatto: che da una decina d’anni la serie delle fortune letterarie s’è interrotta in Italia. Se s’eccettua un drammaturgo, Sem Benelli, venuto su con grande clamore negli ultimi due anni, si può dire che i più famosi o han varcato la cinquantina o stanno già per toccarla: Pascoli, D’Annunzio, Roberto Bracco, Di Giacomo. Ma questi erano già celebri quindici, venti, qualcuno anche trent’anni fa, e l’Italia non è il paese ove l’età della gloria coincida con l’età del laticlavio.

Come si spiega dunque questo singolare fenomeno, in virtù del quale la strada maestra della letteratura italiana sembra sia andata a finire in un cortile senza uscita! Di quelli che son venuti dopo si può dir male e si può anche dir bene: il critico che li legge (checchè pensino gli autori che discutono la crisi del libro, non è ancora venuto alla luce del sole il critico che possa leggere tutti i diecimila volumi che ogni anno si stampano in Italia) molto spesso chiude l’opera con un gesto di scoramento, ma qualche volta dà pur fiato alla sua tromba per annunciare con tutto l’impeto di un accumulato entusiasmo che c’è ancora una strofa da mandare a memoria, che c’è ancora una pagina di prosa da leggere ad alta voce.

Ma nemmeno quei quattro o cinque fra poeti e novellieri giovani, che son piaciuti ai critici più scrupolosi, son riusciti a raggiungere il successo; nessuno ha saputo divenir popolare in largo senso, assumere una figura nazionale, sovrastare alla sua opera, essere egli stesso, come personaggio e come simbolo, una creazione.

Ad un volume di bei racconti è succeduto un precoce e interminabile crepuscolo; a una lirica affascinante una serie di uggiose ripetizioni. Così è, o così sembra: certo è che, mentre per solito gli scrittori fortunati si stancano di scrivere prima assai che il coro dei lodatori si taccia, in Italia gli annunziatori dei «grandi giovani» si stancano in un par d’anni lasciando in asso la nuova gloria dianzi con tanto fervore preconizzata.

Si capisce che la fortuna sia magra ed incostante e che il secondo volume di un giovane (giovani in questo disastroso significato sono ormai utti in Italia quelli che non han raggiunto il quarantacinquesimo anno) non sia atteso come un avvenimento. Dite voi quale romanziere possa contare sulla centesima parte della curiosità che suscita intorno a sè la Leila di Fogazzaro.

Si capisce che sia così, ma non si capisce perchè. Non mancano le grandi case editrici pronte ormai ad accogliere, pur di provare, anche gli oscuri; ed ogni anno vien fuori un paio di piccoli editori benigni, che la letteratura giovane, se non ci fosse, vorrebbero magari inventarla.

Gli italiani del Regno sono oggi trentacinque milioni, con una percentuale di analfabeti che di giorno in giorno va calando, con un grado di benessere economico che di giorno in giorno va salendo. L’interesse alla vita spirituale è indubbiamente più forte oggi che non fosse vent’anni fa. E i precedenti sono tutti in favore dei giovani autori, giacchè, se venti o trent’anni or sono, dopo la sciagurata catalessi nella quale la nostra letteratura subito prima e dopo le guerre nazionali giacque disfatta, era molto difficile credere che un nuovo libro italiano potesse compensar la spesa dell’acquisto e il tempo della lettura, questa fede è divenuta più facile ora che gl’italiani hanno avuto in D’Annunzio il lirico più potente degli ultimi tempi e in Verga uno dei più formidabili romanzieri d’Europa.

La nostra opinione delle cose italiane è fortunatamente cresciuta. Che più? La Francia che sullo scorcio del secolo XIX invadeva il nostro mercato con libri di prim’ordine, lo invade ancora, ma con roba contro cui non dovrebb’essere difficile lottare. Altro è sostenere la concorrenza di un Maupassant, altro è sostenere la concorrenza di un Prévost.

E ciò non pertanto, imperversa la crisi del libro. E gli autori ne cercano le cagioni. Chi parla di male arti degli editori – quasi che gli editori fossero mai stati altro da quel che sono o quasi che si potesse, con una qualche parvenza di giustizia, bollare d’uno stesso marchio tutta una categoria d’industriali, nella quale non mancano nè i galantuomini nè gl’idealisti; chi parte in guerra contro i dilettanti e i guastamestieri – come se fossero un portato dei nuovi tempi e come se l’arte fosse un mestiere e come se alla letteratura si dovesse arrivare per gerarchia professionale; chi giudica disastrosa la concorrenza del giornale – dimenticando che nessuna statistica ha dato finora ragione a chi pretendeva che la rivista dovesse soffocare il libro e che il giornale dovesse eliminare la rivista.

E propongono anche rimedii, i quali vanno da una qualche organizzazione sindacale degli scrittori a una specie di protezionismo del romanzo d’appendice nostrano contro l’importazione straniera. Questa, non so come possa realizzarsi; o, quanto all’associazione degli scrittori, ammiro con amaro entusiasmo l’ingenuità di chi non intende come il più gretto degli editori divenga un modello d’imparzialità e di buon gusto, se si paragona a una combriccola di letterati.

Ma, se c’è qualche abuso da correggere, se c’è qualche onesto vantaggio da raggiungere, credo che nessuno scrittore voglia essere così schifiltoso da trarsi in disparte. Che facciano dunque alcune proposte precise perchè sia possibile discuterne.

Ma la precisione non si ottiene senza un po’ di coraggio. E a me sembra che gli scrittori e le scrittrici che finora hanno risposto all’inchiesta abbiano peccato di eccessivo pudore: i più mediocri per non umiliarsi; i più meritevoli (ci son pure) di fortuna maggiore per non umiliare i colleghi. E così si sono aggirati senza requie in questo circolo vizioso: il romanzo, la novella, la poesia italiana dei giovani sono eccellenti; e il pubblico non ne vuol sapere.

Come mai quest’assurdo? Come mai quest’ingiustizia? E il quesito sembra insolubile, appunto perchè si dà come dimostrata la prima asserzione: che la letteratura italiana d’oggi sia eccellente, mentre proprio quest’asserzione avrebbe bisogno di più prove. Che il tale abbia stampato un buon romanzo e ne abbia venduto cento copie, può essere ed è; ma la mala sorte di un individuo si comprende, quando si voglia riconoscere che il pubblico, stanco per la generale nullità della produzione odierna, finisce per coinvolgere anche le rare eccezioni nella sua giusta indifferenza. E, poichè i libri non son come le derrate, che s’han da comperare fresche, e di libri belli ce n’è sempre a dovizia, e quando non sono i nostri sono stranieri e quando non sono moderni sono antichi, il pubblico compra libri più di prima (i conti dei resi sono lì a dimostrarlo), ma per leggere in ferrovia, compra le futilità francesi, che almeno son messe insieme con una tecnica sicura, e per nutrirsi o spirito si volge alle questioni scientifiche, filosofiche e storiche.

Il progredire degli studi e delle curiosità spirituali si deve in parte alla decadenza della letteratura amena, come la decadenza della letteratura amena si deve in parte a quel progresso di cultura, da cui i «puri artisti» italiani son rimasti fuori e in paragone del quale fanno la figura di gente arretrata e ignorante. Tutto ciò è amaro, ma son convinto che i migliori fra i nostri romanzieri e novellieri, presi uno per uno, mi darebbero ragione.

La stessa preoccupazione economica non è un segno di mediocre vitalità artistica? Anche qui, presi uno per uno, quelli che han partecipato all’inchiesta sono ingenui ottimisti; ma nell’insieme rivelano un doloroso scadimento dell’ideale letterario. Certo, non si vive di solo ideale; ma è anche troppo noto che quegli artisti, cui la povertà costringe a chieder tutto al loro lavoro spirituale, vissero sempre in condizioni tragiche: costretti a rinunziare all’autonomia e qualche volte alla dignità morale nelle Corti, ove avevano almeno la sicurezza del pane e la tranquillità dello sviluppo interiore; liberi, sì, moralmente, ma costretti a un lavoro da forzati che o li corrompe o li uccide, nella società democratica che compra i capolavori a tonnellate e poi contratta sul peso.

Le poche eccezioni, quasi tutte del secolo XIX, quando insieme ai romanzieri fiorirono del resto anche i poeti «morti di fame», non portano nulla alla regola. L’esercizio dell’arte e del pensiero è anch’esso una specie di santità, e se può portare a un vescovado, può anche portare al martirio; e chi s’incammina per quella via sa che, novantanove su cento, non eviterà la miseria se non sottoponendosi a un surménage rovinoso.

Che fare dunque per salvare il libro italiano? Forse un rimedio radicale ci sarebbe: invocare una vergognosa legge protezionistica che equiparasse la letteratura ai formaggi e ai salami. E forse il secolo XX ci arriverà. Ma dai nostri autori vorremmo ben altro: vorremmo che, pur mentre meditano, come hanno ben ragione, sui modi onorevoli che si possono escogitare per salvaguardare i loro diritti economici, riflettessero anche sulle presenti condizioni della letteratura italiana. Di tante battaglie di rinnovamento che si combatterono nel secolo XIX, di tanti romanticismi o naturalismi e verismi e simbolismi e classicismi, di tante rivolte e di tante discipline, non sarebbe rimasta altra eco che un puro quesito economico!

La letteratura italiana d’oggi è proprio così contenta di sè stessa da credere non le rimanga altro che percepire i suoi diritti in contanti! Non crede di doversi sottoporre a un esame di coscienza o ad una fanatica furia di rinnovamento? Ho troppa stima di parecchi fra gli scrittori che han dato il loro incitamento o il loro nome all’inchiesta per non essere persuaso che nel dubbio che mi tormenta si tormentino anch’essi.

Come la società nella quale intristisce, così anche la sua povera arte è corrosa dalle cure quotidiane. Guardate quanti drammi o tragedie ogni anno, o quanto scarsa in paragone la messe di opere narrative! Pare un problema letterario e non è. Poichè basterebbe che un ministro facesse stanziare cinquantamila lire annue per darle ai migliori romanzieri, ed ecco che da ogni drammaturgo verrebbe fuori un romanziere. Ma il suo romanzo di domani non varrebbe nè più nè meno che il suo dramma di ieri.

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4 commenti

Pubblicato da su marzo 1, 2017 in TecnoLibri

 

4 risposte a “La crisi del libro italiano del 1911

  1. Cassidy

    marzo 1, 2017 at 8:39 am

    La mia reazione al titolo del post è stata: “Perché è mai finita?”
    Ed in effetti il tuo discorso è definitivo in tal senso, si passa da una crisi all’altra, ma il risultato non cambia. Cheers

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      marzo 1, 2017 at 8:52 am

      La mia tesi è che in Italia la parola “crisi” venga snocciolata da sempre come spiegazione di tutto, risposta sbrigativa che non spiega nulla ed anzi dimostra grande mancanza di sguardo storico. Questo pezzo dimostra che almeno da cento anni la “crisi” è una emerita buffonata di propaganda, ma temo che si possa andare anche molto più indietro nel tempo…

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  2. Massimiliano Riccardi

    marzo 2, 2017 at 7:21 pm

    Visto grazie a Cassidy su google+, Avrei intitolato il post “Onda su onda”. Siamo un popolo di cultori della crisi, delle emergenze… difettiamo nella “normalità”

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      marzo 2, 2017 at 7:23 pm

      Dici bene, la crisi è il nostro culto e il nostro credo: in fondo è una risposta semplice a problemi complessi. Perché non cambiate questo Paese allo sbando? Perché c’è la crisi… 😛

      Liked by 1 persona

       

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