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ROBOT: la nascita “scorrevole” di una parola

11 Gen

robot_64_zRipesco uno dei miei rari articoli pubblicati su cartaceo: sul numero 64 della storica rivista “Robot” nell’autunno 2011 apparve un mio saggio in cui minavo una delle più granitiche informazioni della fantascienza, cioè l’origine della parola ROBOT.
Vi invito a consultare qualsiasi tipo di dizionario, manuale, saggio o quel che volete, e tutti vi ripeteranno la stessa definizione. Possibile che solo io, che non sono nessuno, ho avuto l’idea di andare a controllare? Servirebbe molta più curiosità, al mondo, per non essere tutti… dei robot!

ROBOT
La parola che esisteva
già prima di essere inventata

«Nacqui, o fui creato, sei mesi fa,
il 3 di novembre dello scorso anno.
Sono un vero robot.»
Eando Binder, Io, Robot
(“Amazing Stories”, gennaio 1939)

La parola “robot”, così familiare per noi, è stata inventata dal drammaturgo ceco Karel Čapek per la sua pièce teatrale del 1920 dal titolo “R.U.R.”: questo dicono tutte le fonti sull’argomento, senza alcuna ombra di dubbio. È vero… ma non è corretto!
Questa affermazione non tiene infatti conto del fattore Eraclito: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto scorre… comprese le parole.

Vuole la leggenda (in realtà lo racconta Čapek stesso in una sua lettera del 24 dicembre 1933) che nel 1920 Karel si recò dal fratello Josef (pittore e scrittore) e gli sottopose un quesito: come chiamare i lavoratori di metallo che stava ideando per la sua opera? Josef se ne uscì così: «Chiamali Robot». L’idea non nasceva dal nulla, ma semplicemente prendeva il verbo ròbota (“lavorare”) e lo rendeva nome comune: Karel ne fu entusiasta e la usò per la prima volta nella sua pièce: “R.U.R. – Rossum’s Universal Robots”.

Edizione BBC 1938 di R.U.R. - Rossum’s Universal Robots

Edizione BBC 1938 di R.U.R. – Rossum’s Universal Robots

Stando a quanto ci dicono tutti, quando il 25 gennaio 1921 un teatro di Praga presentò per la prima volta detta pièce, la gente fu sicuramente frastornata dal titolo anomalo, visto che non conosceva la parola “robot”. Non c’è però niente di strano in questo: un titolo bizzarro serve anche a stuzzicare la curiosità dei lettori/spettatori.

La gente si sedette, il sipario si alzò e sul palco trovarono il personaggio di Domin, direttore dell’azienda R.U.R., che dettava alla sua segretaria Silla. «Quando la consegna è stata imbarcata, avevamo avvertito il capitano del fatto che il vascello non era adatto per il trasporto di robot»… Squilli di trombe: è nata una parola! Quale sarà stata la reazione del pubblico nel sentire per la prima volta nella storia pronunciata la parola “robot”? Non possiamo saperlo, ma è facile che non ci sia stata alcuna reazione: quella gente la parola la conosceva benissimo, e da un pezzo…

~

Facciamo un piccolo salto indietro. La rivoluzione francese prima e le guerre napoleoniche poi avevano minato l’equilibrio europeo all’inizio dell’800, e soprattutto la stabilità dell’Impero Austro-Ungarico (futura patria di Čapek) che più volte avrebbe cambiato aspetto geo-politico (perdendo o cedendo terre per poi riconquistarle).
Dopo un breve periodo di pace traballante, nel 1848 una rivoluzione in Galizia fu la miccia che infiammò gli animi della popolazione che si sentiva soggiogata e, soprattutto, era molto sensibile alle notizie che giungevano da Parigi, in cui gli echi rivoluzionari non si erano ancora spenti.

Primus, da R.U.R.

Primus, da R.U.R.

«Quando ho lasciato Parigi, alcuni giorni fa, il popolo celebrava il trionfo. Sì, amici miei: è sublime sentire la gioia di un’intera nazione»: così racconta un personaggio del racconto “The Modern Vassal” di John Wilmer, apparso nel giugno del 1849 sul “Tait’s Edinburgh Magazine”. Ma di cosa gioiscono, questi francesi? «Della libertà, ovviamente. […] Libertà, amici: nessun robot, nessun titolo, nessuna tassa sul ceto o sul malto […]. La libertà è pagare una sola tassa generale e nient’altro.»

Un momento… “nessun robot”? Mezzo secolo prima che Čapek inventasse la parola, la ritroviamo in un giornale di lingua inglese, quando gli odierni dizionari di questa lingua la fanno nascere solo nel 1920? Ma cosa sarebbe poi questo robot la cui assenza è motivo di gioia?

Lo spiega con semplicità Henry Dunning MacLeod nel suo “Elements of Political Economy” (1858): «Nella zona più ad est dell’Europa ai contadini viene data una certa quantità di terra ad uso personale, a condizione di prestare servizio per un certo numero di giorni sulle terre del loro signore: questa specie di servizio viene chiamato Robot.» In poche parole, servitù della gleba!

Proprio di glebæ adscriptus parla József Eötvös nel suo “The Village Notary. A Romance of Hungarian Life” (1850). «Nel quattordicesimo secolo, il robot, o lavoro in cambio di fitto, fu incrementato e i contadini furono obbligati a dare un nono di ogni raccolto al loro signore ma, d’altra parte, erano liberi da servizio militare.»
Nel suo “Austria” del 1848 Peter Evan Turnbull si lamenta che questa usanza sia un retaggio feudale invece sconosciuto in Stiria, Austria interna, Tirolo, Carniola, Carinzia e via dicendo: tutte località dell’Impero al di sopra del Danubio. Qui «i tributi e i servizi sono stati aboliti, oppure trasformati in pagamenti monetari.» [Questi pagamenti, per inciso, erano chiamati Robot Valtsag]
Charles Loring Brace, però, nel suo “Hungary in 1851” (1852), fa notare come l’abolizione del Robot non sia stato un vantaggio: le tasse monetarie che lo sostituirono risultarono molto più gravose di quanto alcun Robot fosse stato mai!

Sappiamo che dopo i sanguinosi scontri in Galizia nel 1848, «i nobili polacchi […] se ne uscirono con la proposta di abolire il Robot – come racconta l’articolo “Revolution and Counter-Revolution” del “Westminster Review” dell’aprile 1851: – il governo austriaco si è opposto a queste generose intenzioni dicendo che “la nobiltà polacca è molto indebitata e vorrebbe, con questo gesto, diminuire il valore delle sue proprietà e quindi derubare i creditori”».
Comunque qualche settimana dopo questi eventi il Robot è stato realmente abolito da un decreto del governo: «L’ansietà paterna dell’Austria – commenta il narratore – era meno preoccupata dei creditori defraudati rispetto ai danni che avrebbe provocato il malcontento delle classi popolari.»

L’effetto, come si è accennato, fu disastroso. «I signori locali sono quasi rovinati – racconta Brace nel citato “Hungary in 1851”. – I loro contadini non sono più obbligati a lavorare per loro e quindi non lo fanno, a parte rare eccezioni.»

~

Sulla, la donna robot di R.U.R.

Sulla, la donna robot di R.U.R.

Malgrado muoia il 31 agosto 1848, quando cioè muore il concetto che esprimeva, la parola “robot” esisteva eccome: era relegata, è vero, in alcuni paesi dell’est europeo, ma come si è visto viaggiatori e studiosi di lingua inglese fecero sì che il termine non rimanesse sconosciuto. Addirittura un dizionario ceco-italiano stampato a Praga nel 1831 attesta che la parola Robot in italiano significa “giorni di lavoro”; Zug-robot, “con carri”; Hand-robot, “a mano”. Eppure dal 25 gennaio 1921, quando cioè vide la luce la rappresentazione teatrale di “R.U.R.”, la tassa feudale dei contadini (che non era schiavitù, visto che – lo testimoniano molti – i contadini durante il Robot lavoravano dieci volte meno del solito!) scomparve nel nulla: ora “robot” voleva dire essere meccanico!
Quel giorno, inoltre, una parola di storia millenaria come “automa” venne relegata a sorellastra, in quanto indica una qualsiasi cosa che si muova da sola (da cui “automatismo”): il più affascinante ed esotico robot indica invece un essere meccanico che non solo si muove da solo… ma che lo fa coscientemente!

Čapek era sin dall’inizio molto apprezzato dagli anglofoni, e subito il suo lavoro venne tradotto in inglese da Paul Selver (traduttore ufficiale di Čapek in questa lingua, anche se si prendeva licenze che raramente comunicava all’autore!) e trasformato in sceneggiatura da Nigel Playfair: nell’aprile 1923 viene rappresentata per la prima volta in Gran Bretagna dalla Reandean Company al St. Martin’s Theatre di Londra. Già dall’ottobre 1922 la pièce ammalia il pubblico americano del Garrick Theatre, dove vedrà ben 184 repliche e fra gli attori ci sono esordienti del calibro di Spencer Tracy e Pat O’Brien. Da quel momento si può dire che i robot conquistarono la razza umana!

~

Va però fatta notare una curiosità. Contemporaneamente alle messe in scena americane, il 16 ottobre 1922 gli statunitensi John Peter Toohey e Walter C. Percival avevano presentato a Broadway un lavoro teatrale dal titolo “Swifty”: «una commedia di e per robot», la definì la rivista “The Judge” (n. 83) lo stesso anno. (Da notare come il critico usasse già così disinvoltamente la parola “robot”, sebbene teoricamente era una parola nuova di zecca nel dizionario inglese.)
«La storia – continua la stroncatura – è un miscuglio tra il Frankenstein e una lezione di Harvard su economia e sociologia»: che strano, corrisponde molto al R.U.R. di Čapek…
Swifty”, che vide comunque solamente 24 repliche (chissà, con il successo dell’originale chapekiano magari hanno preferito farla scomparire!) vedeva nel cast anche un giovanissimo Humphrey Bogart.

Posa da R.U.R.

Posa da R.U.R.

Che sia per effetto delle rappresentazioni teatrali o perché comunque si aveva memoria dei resoconti di viaggio di autori inglesi dall’est europeo, fatto sta che almeno dal 1922 la parola è entrata in pianta stabile nella lingua inglese.

Nel 1923 la rivista medica statunitense “The Trained Nurse” parla di un robot per la stenografia: «Come tutti gli altri robot – specifica l’articolo, – lo stenografo era incapace di errori.»

Nel 1925 addirittura la rivista religiosa “Catholic World” (n. 121) dei Paolisti (Paulist Fathers) riporta la frase «era freddo e distaccato come un Robot.»

Nel numero di dicembre 1928 la rivista “Popular Science Monthly” pubblica un corposo articolo su “Mechanical Men Walk and Talk” (Uomini meccanici camminano e parlano). L’autore, Robert E. Martin, analizza gli automatismi dal 400 a.C. ai tempi moderni: non può mancare la citazione di “R.U.R.”, «che anni fa era il titolo di una fantasiosa pièce teatrale di Karel Čapek, drammaturgo cecoslovacco, in cui il suo Robot era una macchina con sembianze e pensieri umani. Čapek fu quello che diede al mondo la parola di cui esso aveva bisogno, “robot”, per indicare un automa meccanico.»

Nel volume 56 di “Popular Mechanics Magazine” del luglio 1931 si parla di Robot come di apparecchiature automatizzate. «Robot that answers phone», “un robot che risponde al telefono” è intitolato un articolo, e la parola la si ritrova spesso nello stesso numero.

Negli anni Trenta il giocatore di baseball Charlie Gehringer venne soprannominato “The Mechanical Man” o “The Robot”.

~

The Robot Mystery da "Boy's Life" (marzo 1930)

The Robot Mystery
da “Boy’s Life” (marzo 1930)

Dopo essere divenuta così popolare, era solo questione di tempo prima che la parola sbarcasse anche nella letteratura popolare.

Arthur B. Reeve nel marzo 1930 sulla rivista giovanile “Boys’ Life” pubblica il racconto breve: “The Robot Mystery”, dove viene presentata la macchina chiamata Robot Detective. «È un buon nome, di gran moda», dice il protagonista.

Nell’agosto 1932 è già parte integrante della letteratura fantastica. Nel numero di quel mese di “Wonder Stories” appare il racconto “La lettera da Mohaun Los” (Flight into Super-Time, o The Letter From Mohaun Los) dove il californiano Clark Ashton Smith così scrive: «Il formidabile robot, all’apparire del nuovo venuto, aveva subito abbandonato i suoi progetti di guerra contro di noi, volgendosi a fronteggiare il poliedro con tutti i tentacoli alzati, in gesto di minaccia».

I primi robot letterari (ma anche molti successivi!) volevano sempre la distruzione del genere umano. Ambientato nel 3011, “La nemesi dei robot” (The Robot Nemesis, 1934) di E.E. “Doc” Smith presenta addirittura dei robot telepati, che possono uccidere gli uomini che risultino pericolosi per la loro brama di potere. Il protagonista e i soliti valorosi eroi inizieranno una fenomenale guerra ai robot per tutta la Galassia…

~

Per l’Italia, ad eccezione del citato dizionario ceco-italiano, si dovrà aspettare un pochino. Il Devoto-Oli attesta la prima apparizione della parola nella nostra lingua solo nel 1941; il Sabatini-Coletti nel 1942. In realtà si possono trovare citazioni anche prima di queste date. Nell’America amara di Emilio Cecchi (1940) troviamo «magnifiche sentinelle, che manovrano come Robot, l’uomo di ferro e d’elettricità, ed esplodono come bombe a orologio»; “L’Illustrazione Italiana” del 1938 immagina il futuro, quando «viaggeremo in un siluro e il bigliettario sarà un robot di alluminio con un disco che ripeterà puntualmente: signori biglietti»; “Scienza e tecnica” del 1937 parla delle radio-robot.
Forse si può identificare nel 1931 l’anno spartiacque: Franco Valsecchi ne L’assolutismo illuminato in Austria e in Lombardia parlava ancora del robot come di prestazione di servizi da parte dei contadini, mentre “La lettura” (rivista mensile del “Corriere della sera”) parlava di un «Robot, fatto di fili, di quadranti e di tasti».

Sappiamo però tutti quando i robot hanno realmente invaso l’Italia: negli anni Settanta, grazie a massicce dosi di cartoni animati giapponesi e film statunitensi.

~

Merita infine una citazione il fatto che la supposta invenzione della parola robot ha dato vita ad un’altra supposta invenzione: la parola robotica.

Posa da R.U.R.

Posa da R.U.R.

Il termine “supposta” non è un’aggiunta casuale: è un sospetto che viene sollevato dal suo stesso inventore, Isaac Asimov.
Nel saggio breve “La parola che ho inventato” (The Word I Invented, 1980 – apparso in appendice ad “Urania” n. 882 del 1981) Asimov racconta di aver usato per la prima volta la parola nel racconto “Girotondo” (Runaround) pubblicato originariamente nel numero di marzo del 1942 di “Astounding Science Fiction”, ma lo fece inconsciamente! «A quell’epoca non sapevo che fosse un termine inventato – racconta l’autore. – La fisica di solito usa il suffisso “ica” per le sue varie branche, così come appare dai termini meccanica, dinamica, elettrostatica, idraulica, e così via. Così mi parve logico che la scienza che studiava i robot si chiamasse “robotica”.»

Possiamo immaginare quindi lo stupore di Asimov quando, nel 1973, si ritrovò citato nel Dizionario Barnhart dei nuovi termini inglesi (Harper & Row): «In esso si trova la parola robotica, e viene citato un passo di un mio articolo, nel quale affermo di averla inventata io. Certo, direte voi, l’affermazione viene sempre da me, ma se non altro, a conferma della cosa, c’è il fatto che i lessicografi non hanno potuto rilevare usi precedenti al mio della parola in questione».

Gli stessi dubbi ci arrivano, indirettamente, da Čapek stesso: perché egli non ha mai spiegato cosa fossero i robot? Noi oggi, leggendo “R.U.R.”, lo capiamo subito ma nel 1921, quando la pièce fu rappresentata per la prima volta, il concetto non doveva essere poi così ovvio. Perché non c’è un solo passo nel testo che faccia capire che si sta parlando di una parola nuova? Gli autori inglesi che scrivevano dei loro viaggi nell’Impero Austro-Ungarico facevano seguire ad ogni parola autoctona una spiegazione, compreso robot: perché non lo ha fatto anche il suo “inventore”?

Come si diceva, nulla si crea, nulla si distrugge: tutto scorre, e non c’è niente che scorra più velocemente – e a lungo – di una parola.

L.

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13 commenti

Pubblicato da su gennaio 11, 2017 in Indagini

 

13 risposte a “ROBOT: la nascita “scorrevole” di una parola

  1. Cassidy

    gennaio 11, 2017 at 1:46 pm

    Ricordo che avevi parlato di questo tuo pezzo, ero molto curioso di leggerlo, lo farò con piacere 😉 Cheers!

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      gennaio 11, 2017 at 1:48 pm

      Curiosamente sono tutte cose note che però non cita mai nessuno: ci pensa l’Etrusco! 😀

      Mi piace

       
  2. Ivano landi

    gennaio 11, 2017 at 4:25 pm

    Bellissimo! Io ovviamente ero al corrente soltanto della versione ufficiale. Tra l’altro, se la memoria non mi inganna, mi pare che dell’origine della parola, attribuendola a Čapek, parlasse proprio la rivista “Robot” prima serie, nel 1975, in occasione della presentazione della collana. Ero un fan e non ne perdevo un numero.

    P.S. Ti firmavi Lucius Etruscus anche in questo articolo del 2011?

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    • Lucius Etruscus

      gennaio 11, 2017 at 4:30 pm

      Avendo assunto dal 2010 questo mio pseudonimo (anzi, ormai è un eteronimo!) riuscii a spuntarla e a firmare con il nome etrusco, mettendo in difficoltà i bravi archivisti della fantascienza: non ricordo in che sito-database, ma nella catalogazione dei contenuti della rivista trovai: “Etruscus, Lucius: pseudonimo ?” 😀
      Asimov stesso ripeteva l’attribuzione a Chapek della parola, che tutti dicono nascere nel 1920: proprio perché è una nozione così basilare ed accettata… che è stato ancor più divertente minarla 😛

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  3. Massimiliano Riccardi

    gennaio 11, 2017 at 5:03 pm

    Io che ho origini friulane, dalle mie parti ci sono molte contaminazioni linguistiche slave e spagnole, ho sentito rebota in un caso intendendo il servo e nell’altro per dire ritorno. A parte questo, l’articolo che hai scritto è come sempre veramente interessante.

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    • Lucius Etruscus

      gennaio 11, 2017 at 5:06 pm

      Con la parola slava “robot-” che vuol dire “lavoro”, sicuramente nel tempo sono nate molte contaminazioni e parole composte, ma curiosamente tutto è stato dimenticato e si è creduto “robot” un termine “recente”!

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      • Massimiliano Riccardi

        gennaio 11, 2017 at 5:18 pm

        Vero, ad esempio servo della gleba in lingua friulana si dice rebotant. Gli articoli come il tuo stuzzicano la curiosità e invogliano a speculazioni di più ampio respiro, bravo Lucius.

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      • Lucius Etruscus

        gennaio 11, 2017 at 5:22 pm

        Davvero???? Allora la parola originaria ha lasciato degli strascichi: splendida notizia, ti ringrazio della chicca ^_^

        Mi piace

         
  4. zoppaz

    settembre 19, 2017 at 4:13 pm

    Interessantissimo e molto accurato. Anche io ero convinto che robot fosse un’invenzione derivata da RUR. Guardando su Ngram, in inglese la parola compare nel 1926 (https://books.google.com/ngrams/graph?content=robot_NOUN&year_start=1800&year_end=2008&corpus=18&smoothing=3&share=&direct_url=t1%3B%2Crobot_NOUN%3B%2Cc0), mentre in italiano nel 1943 più o meno (https://books.google.com/ngrams/graph?content=robot&year_start=1800&year_end=2008&corpus=22&smoothing=3&share=&direct_url=t1%3B%2Crobot%3B%2Cc0)

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    • Lucius Etruscus

      settembre 19, 2017 at 4:20 pm

      Bello questo Ngram, grazie della dritta ^_^
      Il problema con le parole è che nascono e risorgono senza che chi le usa se ne renda conto. Se ti va, ti invito ad una ricerca similare che ho fatto sulla parola ZOMBIE, che è morta diverse volte per poi rinascere con nuovi significati 😉
      Per finire, ogni testo che troverai, ogni enciclopedia, studio o saggio riporta la stessa identica nozione: la parola “Robot” l’ha inventata Chapek. (Lo diceva anche Asimov.) Quindi mi fregio di essere il primo e l’unico al mondo ad aver fatto notare quello che chiunque altro poteva notare 😛

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  5. zoppaz

    settembre 19, 2017 at 4:44 pm

    Scrivi alla Crusca e diglielo! Ti segnalo questo per es. http://www-old.accademiadellacrusca.it/forum/htdocs/phpBB2/viewtopic.php%3Ft=460&view=previous.html
    Io non sono un esperto di fantascienza, ma anni fa mi ero occupato di un lavoro sui mostri, e avevo scritto cose divulgative su robot e zombie, riportando la vulgata. Concordo con te con il fatto che le datazioni dei dizionari siano molto approssimative e anche che le parole vengono spesso reinventate. Oltre a Ngram (poco conosciuto e per ora poco usato anche dagli studiosi) trovo che uno strumento utilissimo sia l’archivio storico de La Stampa, che ha messo gratuitamente a disposizione tutto dal 1870, ed è fantastico per andare a cercare (con pazienza se si va sull’800) i primi articoli di giornale che riportano un determinato termine. Adesso mi taccio però… 🙂 un saluto e complimenti ancora per la tua curiosità di approfondire.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 19, 2017 at 5:04 pm

      Ah, contentissimo di incontrare un altro “spulciatore” del fenomenale archivio de La Stampa! ^_^ E’ uno scrigno di informazioni sull’Italia ineguagliabile: anche L’Unità era utile ma poi l’hanno chiuso. Se gli altri giornali facessero lo stesso sarebbe bello, ma tocca accontentarci…
      GoogleBooks e LaStampa sono ottimi sistemi per sgrossare una ricerca e farsi un’idea di che piste seguire, e sono sempre alla ricerca di nuovi database in cui andare a spulciare. Perché quando trovi una “pista” incrociare i dati è molto importante.
      Sono un grande spulciatore di database, da IMDb a SBN, e sempre alla ricerca di nuovi archivi freschi freschi. Per questo da anni gestisco il blog-database “Gli Archivi di Uruk”, dove riversare informazioni editoriali, liste ed elenchi che raccolgo man mano, utili per future ricerche 😉

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