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Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) Superuomo interrotto

04 Gen

jeegLa bella recensione di ieri del blog “L’occhio del cineasta” mi spinge a scrivere questo post, ma anche a rispondere subito ad una domanda: perché recensire un film in questo blog e non nel mio solito “Il Zinefilo“? I film che trovate in NonQuelMarlowe parlano tutti di libri, in un modo o nell’altro, che c’entra “Lo chiamavano Jeeg Robot” (2015)?
La risposta è che la mia non sarà una recensione cinematografica, bensì una critica sul piano dell’equilibrio narrativo, che è la mia critica più forte al film. Visto che in questo blog parlo anche di narrativa, mi sembra dunque il posto giusto.

Per ottime recensioni cinematografiche vi ricordo “La Bara Volante“; “Il Cumbrugliume” e “Storie da birreria“.

Per quei pochi che non conoscessero il film, il regista Gabriele Mainetti e lo sceneggiatore Nicola Guaglianone ci parlano di un supereroe romano, visto che l’eroe assoluto della cinematografia del Duemila è appunto la figura del supereroe. L’Italia non ha una tradizione filmica in questo genere – anche se davvero non è chiaro quale sia la tradizione italiana, a parte far pagare a noi cittadini ogni anno decine di film che non vede nessuno e che poi scompaiono nel nulla – così il film risulta subito una mosca bianca.

jeeg_cSfruttando palesemente il successo di film e telefilm malavitosi, si torna nella Roma criminale che negli anni Settanta ha prodotto ottimi titoli, e un ladruncolo di periferia si ritrova ad essere “contagiato” da scorie radioattive del Tevere e sviluppa dei superpoteri.
Visto che la regola base vuole che non esista un superbuono senza un supercattivo, ecco che un boss locale da operetta – visto che ama cantare! – grazie alla stessa fonte diventa il Joker de noantri, con mille facce buffe. Un bravo attore (Luca Marinelli) per un personaggio troppo esagerato.

La storia è un classicone, la bella e innocente fanciulla fa capire al protagonista che «è il bene che vince e il male che perde» – come già ci insegnavano i Figli dell’Amore Eterno di Verdone – e lui fa suo un concetto senza esprimerlo: grandi poteri comportano grandi responsabilità. E poi si inquadrano dei monumenti romani così da beccarsi i soldi da noi, come se già il cinema non ce ne avesse succhiati abbastanza.

Da due anni tutti gridano al capolavoro, semplicemente perché il cinema italiano ci ha abituati a voragini oscure di abominii marcescenti che un normalissimo film ci sembra Fellini, una inquadratura da manuale ci sembra Kubrick e una trama lineare ci sembra Hitchcock. È ovvio che se confrontato con la media della produzione nostrana, questo film spicca decisamente per qualità, ma è una qualità base: semplicemente nessuno emette peti e gli attori – caso raro – scandiscono le parole invece di biascicare incomprensibili mugugnii dialettali come vuole la grande scuola italiana degli attori raccomandati.
Dunque non mi è piaciuto? No, sarei ingiusto a dirlo: mi è piaciuto come un normalissimo film fino a tre quarti circa, considerandolo immotivatamente lungo e meritevole di parecchie sforbiciate ma comunque una buona visione. Poi però l’equilibrio è crollato…

Claudio Santamaria nel ruolo di Enzo Ceccotti, supereroe de Roma

Claudio Santamaria nel ruolo di Enzo Ceccotti, supereroe de Roma

L’intreccio dei personaggi è proprio da Bignami della narrativa: il cattivo tutto cattivo, la buona tutta buona e un protagonista che cresce emotivamente. Da compito in classe. Però l’equilibrio narrativo è perfetto, e sebbene con un ritmo troppo lungo per gli elementi mostrati, comunque la storia cresce. Il buono (Claudio Santamaria, che viene esaltato per la sua bravura qui, ma che in realtà è bravo sempre) comincia a controllare i poteri e acquisisce consapevolezza di sé, sebbene ci metta un tempo assurdamente lungo per farlo.
Si stringe il rapporto con l’innocente Alessia (la bravissima Ilenia Pastorelli) che è innocente al quadrato in quanto un po’ ritardata: se Lars Von Trier ci ha insegnato qualcosa, è che i ritardati sono angeli (quindi innocenti) traviati dai “normali”. Alessia confonde la realtà con la narrativa popolare e anche qui siamo proprio alle basi: lo faceva già Danny Kaye con Sogni proibiti nel 1949, perfettamente ricopiato-parodiato da Neri Parenti con Sogni mostruosamente proibiti (1982), quindi evitiamo di gridare al miracolo.
Ad un certo punto la ritrosia, nostra e del protagonista, verso il mondo fantastico di Jeeg Robot viene meno, e a tre quarti di film arriva il picco emotivo, arriva la scena madre che giustifica l’eterna ora che abbiamo passato a vedere il protagonista crescere. È la scena in cui ci convinciamo che solo Jeeg Robot possa salvare il mondo contro le forze del male. È la scena in cui l’innocente guarda negli occhi il buono e pronuncia la frase che manda in frantumi la realtà in favore della potenza narrativa: «Tu che puoi… diventare Jeeg.»
L’emotività è al massimo, il cuore batte forte e i componenti sono tutti lanciati: è il momento che Jeeg si alzi e cominci a spaccare culi… e invece è esattamente ora che il film muore

Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli

Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli

Spezzare gli schemi è intrigante, spezzare l’equilibrio narrativo no. Quello che più rimprovero agli autori è di averci portati all’apice dell’emozione per poi farci ricadere, perché dopo il momento più bello della storia… il film continua come se niente fosse e ricominciamo tutto d’accapo con il cattivo, parecchio sopra le righe. Questo lo trovo dannatamente fastidioso.
Non dico che il protagonista dovesse cominciare a volare o ad uccidere i cattivi con i raggi laser, ma dico che non puoi portarmi all’apice di una storia solo per poi riscendere e iniziare un’altra salita. La regola dei 3/4 è chiara: è il momento in cui l’emozione raggiunge il picco e, nel caso di un film di genere, comincia il Going Berserk: il protagonista cioè comincia a fare quello che gli spettatori stanno aspettando che lui faccia; comincia a fare quello che il trailer e la locandina ci hanno promesso che faccia.
Qui no, perché solo dopo un’eternità il buono con i superpoteri fa qualcosa di vago che potremmo, con molta fantasia, definire lo “scontro finale” con il cattivo. Roba davvero raffazzonata che serve solo a fare pubblicità alla A.S. Roma e allo stadio della Capitale, così da comprarsi facilmente i favori dei tanti tifosi.

Lo chiamavano Jeeg Robot poteva essere un film normale, cioè far dimenticare che porta una firma italiana, invece una gestione dell’equilibrio troppo focalizzata sul “racconto delle origini”, cioè un topos strettamente americano, impedisce a questo film di fare qualcosa: ci sarà tempo nel secondo episodio per l’azione, e questo è un peccato che produzioni molto più grandi hanno pagato con un insuccesso clamoroso. (Per esempio il recente inguardabile Fantastic Four ma anche tutti i supereroi americani prima del Duemila, stroncati al primo episodio semplicemente perché hanno perso tempo a spiegare le origini dimenticandosi di… fare qualcosa!)
L’aver avuto una critica succube e incensatoria sicuramente garantirà a questo film un secondo episodio, che magari sarà ottimo: lo stesso questo primo rimane un… supereroe interrotto.

L.

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7 commenti

Pubblicato da su gennaio 4, 2017 in Uncategorized

 

7 risposte a “Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) Superuomo interrotto

  1. gybbyr

    gennaio 4, 2017 at 11:51 am

    e pensare che nel resto del mpondo lo stanno osannando. Per me film sueprbo

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    • Lucius Etruscus

      gennaio 4, 2017 at 11:55 am

      Sì, l’ho premesso chiaramente: si può parlare solo bene di questo film, e infatti tutti ripetono le stesse lodi. Per questo ne parlo in un blog NON di cinema, così da non dare fastidio 😉

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  2. Cassidy

    gennaio 4, 2017 at 1:20 pm

    Sono molto d’accordo, la parte finale è la più debole del film, ed è anche quella che mostra il fianco, la sensazione che ho avuto è che avessero terminato i soldi, tu hai ben analizzato che invece di uno stadio e un esplosione (brutta) sarebbe stato meglio fare meno ma meglio, ma soprattutto, fare qualcosa! Sulle esaltazioni Italiche poi, sfondi una porta aperta, la critica italiana è un filo di parte, ma proprio appena appena 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus

      gennaio 4, 2017 at 1:23 pm

      Più che critica cinematografica ne abbiamo una di regime: tutto è perfetto senza se e senza ma, in ogni fotogramma e in ogni riga di dialogo. Manca il colpo di tacco degli stivali e poi il quadro è completo 😀
      Per questo ho preferito parlarne quando ormai il tema è freddo e da un blog non di cinema 😉

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  3. Il Moro

    gennaio 4, 2017 at 3:49 pm

    Intanto ti ringrazio per aver citato il mio blog.
    Devo dire che mi trovo d’accordo con te su tutto, a parte che a me i personaggi esagerati come il cattivo di questo film piacciono sempre. 🙂
    Diciamo comunque che va premiato anche solo il fatto che si sia riusciti a fare in Italia un film che esula dai soliti due generi. Che poi potesse essere fatto meglio, non c’è dubbio. Sospetto che la scarsità di fondi c’entri qualcosa.

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    • Lucius Etruscus

      gennaio 4, 2017 at 3:56 pm

      Se non ricordo male la tua è stata tra le prime che ho letto, quindi era doveroso citarti ^_^
      Non so se è stata una questione di soldi, ma la questione dell’equilibrio temo parta proprio da una sceneggiatura votata alle origini e non all’azione, lasciando quest’ultima per un eventuale seguito. Il che ha fatto sì che nel momento migliore del film tutto si fermi proprio quando dovrebbe iniziare, e questo è un problema di sceneggiatura, non di budget.
      Se l’impegno nel mostrare lo stadio di calcio della Capitale lo avessero messo nel far fare qualcosa al protagonista, sarebbe stato meglio. Ma visto che il film qui a Roma è diventato subito Vangelo, perché mostra la Maggica Roma, capisco che è stata una scelta azzeccata…
      Gli italiani fanno ottimi film, ogni tanto, ma la critica se ne frega. Qui invece l’uso di Jeeg Robot scuote il nerd che è in noi e tutto si moltiplica. Io sono cresciuto con Jeeg Robot e l’ho amato quanto un ragazzino può amarlo, ma non mi calo le brache davanti al primo film che lo cita, visto poi che nella trama ha pochissimo risalto. (Se fosse stato “Lo chiamavano Mandrake” non sarebbe cambiata una virgola, anche il celebre Mago combatteva i cattivi, ma i giovani nerd non leggono fumetti vecchi…)

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