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Franck Thilliez, l’Osservatore

30 Dic

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.

Intervista a Franck Thilliez

Franck Thilliez

Franck Thilliez

Nato ad Annecy nel 1973 e specializzato in ingegneria informatica, con il nuovo millennio Franck Thilliez scopre la passione della scrittura: nel 2004 pubblica il suo primo romanzo – Train d’enfer pour Ange rouge, arrivato recentemente in Italia con il titolo La macchia del peccato, Nord 2009 – ed è subito un successo.

Oggi è a quota otto thriller pubblicati, tutti bestseller – da due dei quali sono state tratte altrettante riduzioni cinematografiche e televisive – ed altri due in uscita quest’anno in patria. Membro dell’associazione di artisti La Ligue de l’Imaginaire, Thilliez è un vero e proprio talento europeo inarrestabile.

L’abbiamo incontrato per sapere qualcosa di più su di lui e sul suo recente bestseller L’Osservatore, dalla scorsa settimana nelle librerie italiane grazie alla Nord

Iniziamo con una domanda classica: com’è nato questo romanzo?

Durante la stesura del romanzo precedente, Fractures (inedito in Italia), svolsi delle ricerche sulla storia della psichiatria e, per caso, mi imbattei in un evento accaduto in Canada negli anni Quaranta. Lo trovai così spaventoso e stupefacente che mi dissi: «Un giorno dovrò scriverci una storia». Così ne L’osservatore ho creato delle indagini attorno a questo evento.

Parallelamente, ho fatto ricerche sul cervello e sull’impatto delle immagini sul comportamento umano, perché sono affascinato dai meccanismi della mente. Questo romanzo è un mix di scienza, eventi reali e una detective story.

Nel nostro mondo le immagini (manifeste o nascoste) sono così importanti che una storia che parli di “contagio mentale” attraverso di esse mette davvero i brividi: vuoi mettere in guardia i tuoi lettori? Pensi che oggi venga usato una sorta di “controllo mentale” attraverso le molte tecnologie che ci circondano?

Molti dei dati storici e scientifici del romanzo sono veri. Oggi viviamo in un mondo di immagini, sono dappertutto (internet, videogiochi, TV) e sempre più violente. I nostri figli le guardano, anche se sono giovani, ed è questo un argomento di cui volevo parlare: non porto avanti una denuncia particolare, mi limito ad esporre i fatti.

Durante le mie ricerche, ho realizzato che il potere delle immagini sulla mente umana ha sempre fatto gola a scienziati e politici. Negli anni Cinquanta venivano condotti esperimenti per vedere se fosse possibile controllare la mente attraverso le immagini. Servizi segreti, tanto in URSS quanto negli USA, portarono avanti ricerche su questo, usando delle cavie umane. Per esempio costrinsero persone a guardare immagini violente per ore o giorni, per vedere come avrebbero reagito dopo questa proiezione. Alcuni di loro erano convinti che si potesse “lavare il cervello”. Era quindi un ottimo soggetto per il mio romanzo!

Oggi magari pensiamo che quegli esperimenti siano finiti, ma esistono tecniche modernissime – come per esempio il neuromarketing – che studiano come far arrivare i messaggi direttamente nel nostro cervello, ottimizzando le campagne pubblicitarie in modo da farci comprare il prodotto. In definitiva, non è questo un controllo mentale?

Inoltre nel romanzo volevo parlare dell’origine della violenza: è nei nostri geni e quindi innata? O viene sviluppata dalla cultura o memoria collettiva? Come si sviluppa nella società moderna? Queste sono le domande che più mi interessano.

Il tuo romanzo non è solamente “fiction”: è un modo per i lettori di venire a conoscenza di informazioni non così di dominio pubblico. Credi che la “missione” di un thriller sia anche quella di aprire gli occhi ai lettori?

Sì, certo. Credo che tutti i crime novels trattino di un problema, che è il motore della storia. Può essere sociale, politico, neurologico, ma è sempre un problema: il che ovviamente dà la possibilità all’autore di veicolare la propria espressività. L’autore può parlare di cose che per lui sono importanti: non tutti gli scrittori hanno la stessa sensibilità, le stesse priorità o gli stessi interessi, e questo secondo me crea la diversità nel campo dei thriller.

Per quanto mi riguarda, io amo creare storie che ruotino intorno ad argomenti scientifici o medici: capire cosa succede nella mente umana e trasmettere questa conoscenza al lettore. Spesso i miei lettori pensano che io sia un medico, un neurologo o un perito, il che prova che faccio bene il mio lavoro!

In conclusione, per me un buon thriller è una storia solida, forte e con personaggi memorabili; un romanzo che ponga in continuazione domande al lettore, mentre lo intrattiene. Se il lettore alza gli occhi dalla pagina con una sensazione di angoscia e comincia a porsi domande sulla società in generale, allora è un successo!

Torna di nuovo Sharko: sembra tu tenga molto a questo personaggio, eppure gli regali parecchie esperienze molto dolorose. Ti piace torturarlo?

Franck Sharko lavora in uno dei più famosi dipartimenti di polizia di Parigi, come alto in grado, ha circa 50 anni e non molto “aperto” verso la gente, perché è un essere umano che ha sofferto molto nella propria vita. Ha perso la moglie, la figlia, ha visto un mucchio di crimini orribili perché è il so lavoro. Ma sotto la scorza di vecchio poliziotto, nasconde una vera umanità. È molto toccante, e come lettore vuoi aiutarlo e curarlo.

Sharko non tornava in un romanzo da cinque anni, ma la sua presenza era sempre più forte nella mia mente: doveva per forza uscire! Così ho deciso che sarebbe stato il protagonista de L’osservatore.

Ti piacciono i buoni vecchi film classici? La prima sequenza del “video misterioso” è – credo – un omaggio ad “An chien andalou” (1928) di Luis Buñuel: giusto?

Ero (e sono tuttora) un grandissimo fan dei film classici, quand’ero ragazzo: credo di averli visti quasi tutti! I film della Hammer su mostri, vampiri, lupi mannari, zombie… Alcuni erano buoni, altri orribili, ma stimolavano l’immaginazione.

Hai ragione, il filmato all’inizio del romanzo è un omaggio a quel vecchio titolo di Luis Buñuel e Salvador Dalí. C’è anche un omaggio a Cannibal Holocaust, più avanti nella storia…

Il libro parla anche di storia del cinema, come si crea una pellicola, il modo in cui sono archiviati i vecchi film… Sono state tutte ricerche molto appassionanti per me!

I film, specialmente nelle ultime decadi, sono una parte importante delle nostre vite e del nostro background culturale, ma molti di questi sono nati per “infettare” le menti: credi ci siano chance per noi di proteggerci dal contagio?

Puoi già vedere il cambiamento nelle nuove generazioni. I nostri figli sono nati con in mano un cellulare e un computer, e mi chiedo se saprebbero sopravvivere senza inviare SMS! Tutto sta andando sempre più veloce, il nostro cervello riceve sempre più immagini, suoni, stimolazioni dall’ambiente. Parliamo di “Tempo di cervello disponibile” per sempre più tipi di lavoro. Questo lascia sempre meno tempo per prendeci cura delle cose semplici, come la famiglia e le relazioni umane… Dobbiamo quindi stare tutti attenti, perché altrimenti saremo sempre più contaminati da una vita guidata dall’elettronica!

Chiudiamo con un altro classico: progetti per il futuro?

Ad ottobre esce in Francia il mio decimo libro, una storia a tinte fosche ambientata in un abisso – in una grotta nella profondità della Terra. Al momento sto scrivendo un nuovo thriller con i personaggi de L’osservatore, che sarà pubblicato in Francia nel 2012.

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 22 settembre 2011.

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Pubblicato da su dicembre 30, 2016 in Interviste

 

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