RSS

Dei e Divani: il sorriso di Zarathustra

21 Dic
Uomo su divano, di Egisto Sarri (1837-1901)

Uomo su divano, di Egisto Sarri (1837-1901)

Rispolvero questo mio vecchio testo del 2010 perché mi fa piacere conservarlo sul blog. Nasce dallo stupore che provai nello scoprire alcune curiosità lessicali in un saggio: purtroppo dopo aver scritto il pezzo non ho più ritrovato detto saggio. Non potendo quindi portare fonti, vi chiedo semplicemente di fidarvi di quanto scrivo…

Questa storia inizia circa mille anni prima di Cristo, in una zona non meglio identificabile a metà fra gli odierni Iran ed Afghanistan: qui Zarathuštra Spitama diventa Profeta del mazdaismo, religione da lui fondata quando una notte (si dice) gli apparve in sogno il dio Ahura Mazda e gli fece varie rivelazioni. In realtà quella religione era già preesistente fra l’antichissimo popolo degli Arii: Zarathuštra semplicemente la adattò e la rinnovò.
Uno dei punti salienti di questo rinnovamento religioso è di carattere squisitamente lessicale: non si può chiamare il proprio dio con lo stesso nome di quello adorato dagli infedeli: non si può cioè identificare con la parola “dio” entrambe le accezioni divine. Quindi il dio del mazdaismo è Ahura Mazda (“Il Signore Saggio”), mentre il dio adorato dagli altri popoli si indica con daeva, cioè “demone”, “maligno” e altre accezioni decisamente negative.

La parola deriva dalla radice indoeuropea div, che con il passar dei secoli ha paradossalmente assunto altri significati, trasformandosi nell’hindi deva (“dio”), nel greco dios (dal cui genitivo dzeus deriva il nome Zeus, il re degli dèi della mitologia greca), nel latino divus, deus e poi dius e nel germanico Týr, da cui l’omonimo dio della guerra.

Ma il tempo passa e la lingua cambia. I pastori parsi a cui parlava Zarathuštra crearono il grande Impero Persiano, e secoli dopo Cristo il termine daeva assunse anche il significato di “senza senno”, quindi “pazzo”, “folle”, e non aveva sempre un’accezione negativa: voleva dire anche “stravaganza”, “cosa fuori dal normale”. Ricordiamo infatti che nel XIV secolo il più grande poeta persiano, Sham ad-din Muhammad detto Hafez (“Colui che sa a memoria il Corano”) raccoglie in un libro delle poesie “fuori dal normale”, “stravaganti”: sono chiamate poesie divan. Il libro che le raccoglie, per estensione, prende il nome di Divan. Secoli dopo il poeta e scrittore tedesco Johann Wolfgang von Goethe rimane affascinato dall’operazione e nel 1819 intitola una sua raccolta di poesie West-oestlicher Divan (“Il Divano occidentale-orientale”): è la prima volta che il termine Divan con accezione poetica appare in Europa.

Ma torniamo nell’Impero Persiano, sotto il Califfato di Omar I (VII secolo d.C.). Ogni riunione del Consiglio di Stato prevedeva che uno scriba prendesse scrupolosamente nota di tutto ciò che veniva detto nella sala: ma proprio tutto! Quest’usanza, nella cultura popolare, venne vista sempre più con dileggio: si giudicava decisamente esagerato lo scrivere proprio tutto quello che veniva detto… scrivere cioè ogni sciocchezza detta durante il Consiglio. Ecco che con l’andar del tempo, lo stesso percorso subìto dal libro di poesie di Hafez fece sì che venisse chiamato Divan il libro in cui lo scriba annotava le “stravaganze”, le “pazzie” dette durante i Consigli… e non solo il libro! Come anche al giorno d’oggi si usa la frase “aprire un tavolo” per intendere una riunione che ha al centro un tavolo, così all’epoca prese il nome di Divan anche la riunione del Consiglio; e per lo stesso procedimento, visto che durante le riunioni gli uomini sedevano su dei grandi cuscini, anche questi presero il nome di divan.

Mentre Goethe importava in Europa il concetto di Divan poetico, nella metà dell’Ottocento ci arrivava indipendentemente anche il nome di “divano”: un arredamento casalingo costituito principalmente da cuscini. Già in un dizionario del 1853 la voce “Divano”, oltre ad attestare il significato già da tempo conosciuto in Europa di «Consiglio supremo nel Levante», aggiunge: «Dicesi oggi, per estensione, un sofà o lettuccio più o meno simigliante a quello sopra cui seggono i Membri d’un Divano.»

Mi sembra di scorgere all’orizzonte il sorriso di Zarathuštra. Egli non si aspettava certo che tremila anni dopo di lui noi occidentali venerassimo Dio chiamandolo con una parola che lui usava per indicare un demone, e sedessimo placidamente sui nostri divani… che altro non sono che insieme di pazzie!

Ma forse già lo sapeva: Plinio il Vecchio, infatti, scrive nella sua Naturalis historia (VII, 72) che Zarathuštra nacque… con il sorriso sul volto!

L.

– Ultimi post simili:

Annunci
 
4 commenti

Pubblicato da su dicembre 21, 2016 in Indagini

 

4 risposte a “Dei e Divani: il sorriso di Zarathustra

  1. Ivano landi

    dicembre 21, 2016 at 4:25 pm

    Però, che bella storia! “Il Divano occidentale-orientale” poi è una delle mie opere preferite.

    Liked by 1 persona

     
  2. Massimiliano Riccardi

    dicembre 21, 2016 at 9:01 pm

    Belin ma sei una forza Lucius. Sapevo del termine divano in relazione alla storia sulle sedute del consiglio di Stato durante l’impero ottomano e in relazione alla poesia araba, non immaginavo una correlazione con il nome della divinità. Certo è che se tutto ciò può essere ricondotto anche ai Romani si avvalora la tesi sull’origine del popolo Etrusco dato come originario di quello che nell’antichitò veniva definito come Vicino Oriente.

    Liked by 1 persona

     

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: