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Finzione: uno dei tanti nomi della realtà

29 Nov
Noomi Rapace in Daisy Diamond (2007)

Noomi Rapace in Daisy Diamond (2007)

Il 29 novembre 2015 ho scritto un guest post per il blog di Salvatore Anfuso – che però l’ha pubblicato solo il 22 gennaio successivo – e a quasi un anno di distanza mi piace ripescarlo e riproporlo qui nel blog, visto che la tematica trattata appartiene strettamente alla “filosofia” del mio Marlowe.

Finzione:
uno dei tanti nomi della realtà

Un cortometraggio degli anni Novanta – di cui purtroppo non sono in grado di risalire al titolo – metteva in scena la finzione per eccellenza: il provino di un aspirante attore. Un momento cioè in cui una persona vera finge di essere qualcuno davanti a persone che sanno benissimo che sta fingendo: se riuscirà a convincerle, avrà la parte e potrà convincere molte più persone su un palcoscenico. Potrà, cioè, partecipare a un grande gioco: fingere una verità davanti a persone che fingono di credere in quella verità.

Nel cortometraggio in questione il regista chiede alla giovane aspirante attrice di mettere via il copione: non vuole sentire i soliti testi teatrali, vuole che la donna gli parli di sé, vuole la verità da lei. L’attrice è spaesata e chiede spiegazioni, così il regista le propone un curioso provino: prenda la sua borsa e racconti qualcosa legato ad ognuno degli oggetti in essa presenti. La donna, un po’ confusa, accetta: prende la borsa, comincia a tirarne fuori il contenuto e, con un po’ di imbarazzo, racconta al regista la propria vita attraverso gli oggetti personali che porta con sé.

Il provino finisce e l’uomo è molto soddisfatto. I due si salutano e la donna va via… senza la borsa. Perché il regista è stato preso in giro fin dall’inizio: quella non era la borsa dell’attrice ma di un’altra donna, momentaneamente assente, e ogni storia legata agli oggetti è stata inventata sul momento dall’aspirante attrice. Il regista voleva la verità, invece ha ottenuto una finzione ancora più finta di un testo teatrale.

daisy-diamond-coverIl cortometraggio si chiude ma ciò che rimane allo spettatore, oltre al divertimento per l’ispirato “colpo di scena”, non è la sensazione di aver assistito ad una finzione, bensì ad un modo diverso di raccontare la verità. Che la borsa appartenga o meno all’attrice, non ha alcuna importanza: la borsa è vera così come è vero il suo contenuto, e tutto ciò che l’attrice ha raccontato non è finto, appartiene sul serio al mondo di una donna – le sue insicurezze, le sue vergogne, la sua vanità – anche se non proprio alla donna che ci sta parlando.

L’attrice, insomma, fingendo non fa altro che raccontare allo spettatore la verità. Anche se non la sua verità, comunque una verità.

La situazione si ripete, con le dovute proporzioni, nel soggetto di uno dei più grandi e misconosciuti film del nuovo millennio: il capolavoro Daisy Diamond (2007) del danese Simon Staho. Qui una spaventosamente brava Noomi Rapace – che due anni dopo conoscerà il successo internazionale con la Millennium Trilogy iniziata con Uomini che odiano le donne – interpreta un’attrice che partecipa a continui provini alla ricerca di un posto che le consenta di mantenersi in una città straniera ed ostile. (Lei è svedese ma lavora in Danimarca: se Lars Von Trier ci ha insegnato qualcosa, è che i danesi odiano gli svedesi!)

Assistiamo ad un continuo e lancinante distacco dalla realtà, perché ad ogni provino l’attrice deve immedesimarsi in qualcuno… e ogni volta questo qualcuno è così terribilmente simile a lei che ne esce sconvolta. Visto che il regista gioca con lo spettatore e non fa mai capire quando la donna sta recitando in un provino e quando invece sta vivendo la sua vita, l’operazione colpisce profondamente, perché nel momento in cui noi “giochiamo”, cioè crediamo a quanto l’attrice sta recitando, scopriamo con orrore che invece quella è la sua vita. Ma un personaggio di un film non ha vita, è solo un ruolo ricoperto da un’attrice… esattamente come la protagonista del film, che non ha vita se non quella mostrata nei suoi provini.

persona-2

Bibi Andersson e Liv Ullmann in Persona (1966)

Il film è un profondo omaggio al cinema del maestro Ingmar Bergman, in particolare a Persona (1966), dove un’attrice si blocca sul palco come se non riuscisse più a capire la differenza tra la sua vita e il suo ruolo, decidendo così di chiudersi in un mutismo disperato: se ogni parola che pronunci è falsa, come il testo teatrale scritto da qualcun altro, a che vale parlare? Le verrà affiancata un’infermiera chiacchierona per aiutarla, ma la potente personalità dell’attrice avrà la meglio: sarà l’infermiera a perdere il contatto con la realtà e a fingere una vita non sua, in uno dei più potenti e violenti atti di vampirismo dello schermo.

Ma questa è finzione, tutto ciò che vi ho raccontato finora è cinema, e Bergman stesso – fingendo un errore – mostra la troupe cinematografica nell’inquadratura di una scena di Persona, perché si capisca che è solo una finta. Una finta che però, come ogni finta, è l’unico modo per dire la verità.

Come il giovane protagonista di Come in uno specchio (1961) sempre di Bergman, che non ha il coraggio di parlare apertamente al padre, austero e distaccato, e così mette in scena una finzione, una recita quasi per gioco dove lui e i suoi parenti interpretano personaggi medievali: tramite quella recita scalcinata ma simbolo perfetto dell’inestricabile rapporto tra realtà e finzione («La mia vita è la mia opera, e la dedico a voi»), il giovane riesce a comunicare con il padre spettatore.

Laurence Olivier in Hamlet (1948)

Laurence Olivier in Hamlet (1948)

È il trucco di Amleto, che non trova mai il coraggio di porre il patrigno di fronte al suo crimine, e così si rivolge alla finzione: organizza una recita dove un re buono viene ucciso dal fratello cattivo, che ne sposa la moglie e ne usurpa il trono. È una finzione, è una recita… ma è esattamente la verità, è esattamente ciò che è successo ed è il modo di Amleto per comunicarlo al mondo. Lo stesso modo che ha Shakespeare di raccontare questa verità, perché nell’XI secolo lo storico Saxo Grammaticus ci racconta del principe Amleth, che si finse pazzo per organizzare una vendetta ai danni del patrigno, che aveva ucciso il fratello per usurparne il trono.

Questa è la verità… ma a chi interessa? Chissà quante famiglie hanno subìto un destino simile senza che nessuno se ne sia occupato. Poi arriva un drammaturgo, sostituisce una “acca” (da Amleth diventa Hamlet) e crea una delle opere più famose del mondo: ora che tutti quelli che hanno vissuto una tragedia familiare sono ben rappresentati; ora che una triste realtà ha avuto l’onore dell’attenzione; ora sì che la verità è diventata reale… ed ha potuto farlo solo tramite una finzione.

I sadici e i masochisti esistevano molto prima che il Marchese de Sade e Leopold von Sacher-Masoch ne scrivessero, così come Stendhal non è certo stato il primo a soffrire della sindrome omonima: però solo dopo che questi fenomeni sono stati descritti in un’opera di finzione… sono diventati reali.

Perché la realtà ci lascia indifferenti e invece la finzione ci fa innamorare? Non sarò certo io a dare la risposta ad una domanda vasta come il genere umano: magari ha ragione Ariosto quando, nell’Orlando Furioso, scrive «Se il vero annoja e il falso sì mi piace, / Non oda o vegga mai più vero in terra! / Se il dormir mi dà gaudio e il vegghiar guai; / Possa io dormir senza destarmi mai» (Canto XXXI, 63). È forse questo il compito dell’autore? Destare un lettore-spettatore che vuole solo dormire?

Forse magari la spiegazione si annida tra i due celebri versi di Nazim Hikmet – «Il più bello dei mari / è quello che non navigammo» –, forse è la passione umana per considerare sempre più affascinante ciò che è “altro” da ciò che si conosce a spingere il lettore ad appassionarsi per una vicenda che magari è identica a quanto accade al proprio vicino di casa, che però ignora. Una finzione rende innegabilmente più affascinante qualsiasi realtà, così come una poesia è più della somma delle parole utilizzate per comporla: c’è una qualità in più che la realtà acquista quando viene raccontata attraverso la menzogna. Addirittura diventa più vera.

È l’autore che, come Bergman, si maschera – persona era il termine latino per indicare il personaggio di un dramma – o si impegna in una recita all’apparenza balzana per cercare di comunicare con chi non vuol sentire; è l’autore che si limita a prendere il reale e a spostare un’acca, come Shakespeare, così che l’ignorato Amleth diventi l’amato Hamlet e tutti i figli incompresi del mondo abbiano finalmente una voce; è l’autore che sconvolge la vita dei propri personaggi e li fa soffrire in modo plateale e verboso ciò che nella realtà molti patiscono in silenzio.

arte-della-commediaPer spiegare tutto questo, Eduardo De Filippo scrisse il testo teatrale L’arte della commedia, dove di fronte all’altezzoso rifiuto di un burocrate di aiutare una compagnia teatrale, perché ci sono cose più serie e concrete a cui pensare, attua un curioso gioco: a mo’ di “vendetta”, il protagonista avverte il burocrate che manderà i propri attori ad impersonare gli abitanti del paese e a lamentare torti subiti e richieste varie, così da intasare l’ufficio con false richieste. Il burocrate, che è nuovo in paese e non conosce gli abitanti, dovrà trovare mille modi per capire se i personaggi che man mano gli si pongono davanti sono “veri” o sono “falsi”, ma la storia finirà senza risposta: non sapremo mai se quelle persone sono un gioco o parlano sul serio… perché non importa. Le loro storie sono vere, il dolore e l’ingiustizia che raccontano non sono meno vere solo perché chi ne parla è un attore; la piccole storie di violenza quotidiana e di squallore e di soprusi… il fatto che non sia vero chi le racconta, non vuol dire che non accadano regolarmente senza che nessuno dica nulla. Di nuovo, serve una finzione per renderle vere.

Chiudo ricordando una storia di cui ho recentemente parlato in un post – e che ho raccontato brevemente anche nel mio romanzo Le mani di Madian – la storia della coppia aggredita nel bosco da un brigante. Ognuno di loro racconterà una storia diversa dell’accaduto, tacendo elementi che potrebbero imbarazzarlo: proprio come Ryûnosuke Akutagawa – autore di questa storia, poi portata al cinema con il titolo di Rashomon – ha taciuto eventuali collegamenti con Pirandello, che cinque anni prima aveva scritto una storia incredibilmente simile, proprio come sia l’autore giapponese che quello siciliano hanno taciuto gli evidenti collegamenti con un racconto antecedente di Ambrose Bierce praticamente identico: dov’è la verità? È impossibile stabilirla, sia dentro che fuori la finzione.

RashomonSe nel mondo reale non possiamo conoscere la verità, la chiediamo allora alla finzione: quando Akira Kurosawa prende la storia di Akutagawa e la trasforma in film, aggiunge un personaggio, un ulteriore testimone che racconta come realmente si sono svolti i fatti. Perché dovremmo credere a lui e non agli altri? Perché ci fa comodo, visto che si prefigge di raccontarci quella verità che la storia originale ci nega.

La vita ci nega ogni giorno la verità, così noi andiamo a cercarla dove ci viene sempre fornita: nella finzione.

L.

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3 commenti

Pubblicato da su novembre 29, 2016 in Indagini

 

3 risposte a “Finzione: uno dei tanti nomi della realtà

  1. Cassidy

    novembre 29, 2016 at 8:53 am

    Bellissimo post, che parte dal quel filmone (tostissimo) di cui non si parla mia abbastanza che è “Daisy Diamond” capisco anche il perché, visto che ci va un discreto fegato per affrontarlo. Cheers!

    Liked by 1 persona

     

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