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Il mistero del Fervore di Borges

09 Nov

occhi-di-borgesIl 27 ottobre scorso Fazi Editore, come numero 9 della sua collana “Darkside”, ha presentato una nuova indagine del commissario Ponzetti: un romanzo dal titolo eccezionale di Gli occhi di Borges, firmato da Giovanni Ricciardi.
In esso viene rubata la prima edizione di Fervor di Buenos Aires, un’antologia poetica che rappresenta la prima pubblicazione in volume di Jorges Luis Borges. Ecco come viene raccontato il curioso “lancio pubblicitario” dell’opera:

«Allora Borges era molto giovane, e tornava pieno di idee nuove da un lungo soggiorno in Europa con la famiglia. Il padre gli finanziò la pubblicazione di questa raccolta poetica, che secondo me è anche la più bella che abbia mai composto. Ma se ne stamparono solo trecento copie, che in gran parte Borges regalò frettolosamente, perché doveva tornare presto in Europa a causa della grave malattia agli occhi di cui soffriva il padre, che si curava da un famoso medico svizzero. A quel tempo Borges frequentava in punta di piedi un importante centro di incontro degli intellettuali più all’avanguardia di Buenos Aires, la rivista “Nosotros”. E siccome era amico del segretario di questo circolo, quando seppe che doveva ripartire gli consegnò una certa quantità di copie pregandolo di infilarle nelle tasche dei cappotti dei poeti e dei critici che partecipavano agli incontri. Poi partì, e al suo ritorno scoprì di essere diventato quasi una celebrità».

La storia è molto bella e come tutte le storie belle che riguardano Borges… non bisogna crederci troppo!

Il Fervore del giovane Borges

fervore-di-buenos-aires-adelphiNel 1923 il giovane bonaerense Jorge Luis Borges pubblica in tiratura limitata Fervor de Buenos Aires, 45 poesie con un prologo ed incisioni curate dalla sorella Norah.

Se le pagine di questo libro consentono qualche verso felice, mi perdoni il lettore la scortesia di averle usurpate io, previamente. I nostri nulla differiscono di poco; è banale e fortuita la circostanza che sia tu il lettore di questi esercizi, ed io il loro estensore.

Con questa dedica «A chi mai leggerà», Borges apre quella che rimarrà la sua raccolta poetica più travagliata e rimaneggiata, tanto che oggi possiamo solo immaginare la sua reale forma originaria.
Il 24enne ragazzo argentino dalle ambizioni poetiche scrisse per evocare

«la mia casa, i suburbi amici, e insieme con coteste strade e ritiri che sono cara devozione del mio tempo, quel che in esse seppi di amore, di pene e di dubbi… Senza mire all’avvenire né rimpianti di ciò che fu, i miei desideri intendono esaltare l’attuale visione porteña, la sorpresa e la meraviglia dei luoghi che le mie passeggiate assumono. Così come i Latini, attraversando un boschetto, mormoravano Numen inest – qui si nasconde la Divinità –, il mio verso parla per dichiarare lo stupore delle strade deificate dalla speranza o dal ricordo…»

Quella che avete appena letto è la traduzione italiana del Prologo originario, assente oggi dalle edizioni dell’opera: l’ha presentato e tradotto Cesco Vian nel suo Invito alla lettura di Jorge Luis Borges (Mursia 1980).
Sempre Vian ci racconta che da questa prima opera Borges, con grande rigore autocritico, ha tenuto fuori tutte le poesie che aveva già pubblicato sulle riviste locali negli anni precedenti: è solo la prima di un lungo percorso di auto-mutilazione dell’autore. I testi che scriverà negli anni successivi Borges li ha ripudiati tutti ed ha aspettato pazientemente che scomparissero dalla memoria: solamente quando il suo nome ha acquistato fama mondiale e tutti gli editori sono andati a “frugare” nella sua bibliografia sono riapparsi. (E per arrivare in Italia hanno dovuto attendere trent’anni dalla morte del loro autore…)

Il quartiere Palermo nel 1923, l’anno in cui fu pubblicato Fervore di Buenos Aires

Il quartiere Palermo nel 1923, l’anno in cui fu pubblicato Fervore di Buenos Aires

Il mito della nascita

È Borges stesso a raccontarci la nascita di Fervor nelle pagine del suo Abbozzo di Autobiografia, articolo curato da Norman Thomas Di Giovanni ed apparso il 19 settembre 1970 su “The New Yorker”; in seguito, ed ancora oggi, raccolto nell’antologia Elogio dell’ombra (Einaudi 1971):

«Il libro fu stampato in gran fretta in cinque giorni perché si rendeva necessario un nostro nuovo viaggio in Europa. (Mio padre aveva bisogno di farsi visitare gli occhi dal suo medico ginevrino). Avevo previsto sessantaquattro pagine, ma il manoscritto era più lungo e all’ulti­mo momento – misericordiosamente – si dovettero lasciare fuori cinque poesie. Non ricordo nulla di quelle poesie.»

fervor-de-buenos-aires-1Borges el memorioso ricordava tutto: quando dice di non ricordare sta solo mentendo, per poter chiudere velocemente un discorso!

«Il libro fu pubblicato con estrema disinvoltura. Non ci fu lettura di bozze, non c’era un indice, e le pagine non erano numerate. Mia sorella fece una xilografia per la copertina, e ne feci stampare trecento copie. In quei giorni pubblicare un libro era un’avventura piuttosto privata. Non mi venne neanche in mente di mandare delle copie alle librerie o ai critici. La maggior parte le regalai.
Ricordo uno dei miei metodi di distribuzione. Avendo notato che molti di quelli che andavano negli uffici di “Nosotros” – una delle più vecchie e più serie riviste letterarie di quel tempo – lasciavano i cappotti appesi agli attaccapanni dell’anticamera, portai cinquanta o cento copie ad Alfredo Bianchi, uno dei redattori. Bianchi mi guardò stupefatto e disse: — Non ti aspetterai mica che ti venda questi libri, vero? — No, — risposi. — Anche se li ho scritti io non sono pazzo fino a questo punto. Pensavo di chiederti il favore d’infilarne qualcuno nelle tasche di quei cappotti. — Lui, gentilmente, lo fece. Quando tornai dopo un anno d’assenza scoprii che molti dei proprietari dei cappotti avevano letto le mie poesie e che qualcuno le aveva perfino recensite. Fu in quel modo che mi feci una piccola reputazione come poeta.»

Il mito delle tasche

Anche il libro di Ricciardi racconta affascinato la storia delle tasche: l’idea di un grande letterato in erba che infili la propria opera prima nelle tasche di ignari lettori è troppo deliziosa per non rimanere impressa.

Nel marzo 1976, durante un ciclo di interventi e interviste all’Univesità dell’Indiana divenuto il saggio Borges at Eighty (1982; in Italia, Conversazioni americane, Editori Riuniti 1984), ecco una domanda del curatore Willis Barnstone con relativa veloce risposta:

Barnstone: È vero che avete infilato di nascosto copie di quel libro nelle tasche dei critici e che poi, cambiata idea, avete cercato di recuperare le copie dalle librerie?

Borges: Sì, è una storia vera. È così improbabile che è vera. È proprio accaduta.

2003-costanzo-costantini-colloqui-esclusiviIl 6 maggio 1977 il giornalista e scrittore Costanzo Costantini incontra Borges a Roma e, in un’intervista diventata il saggio Jorge Luis Borges: colloqui esclusivi (presentato solo nel 2003 dalla romana Sovera), chiede al poeta se il lettore abbia importanza per lui. Ecco la riposta:

«Sì, per me il lettore è molto importante, ma, quando scrivo, non penso al lettore, non penso al pubblico. Il primo libro di poesia che scrissi, Fervore di Buenos Aires, nel 1923, e che pubblicai a mie spese, non lo mandai a nessuno. Lo mandai soltanto ad alcuni amici. Anzi, non lo mandai neppure agli amici. Pregai un’amica che dirigeva una rivista letteraria di metterne delle copie nelle tasche dei cappotti dei redattori e dei visitatori appesi in anticamera. Ne diedi una copia anche a mio padre, il quale si rifiutò di apportarvi correzioni. “Nessuno può aiutare nessuno, ognuno deve salvarsi da solo”, mi disse.»

Nel 2002 Fernando Savater ripete la storia in Borges (in Italia, Laterza 2003):

«Di Fervore di Buenos Aires fu pubblicata una tiratura modesta di trecento esemplari. La maggior parte furono distribuiti o regalati dall’autore stesso, a volte servendosi di espedienti curiosi, come quando si presentò di persona alla rivista “Nosotros”, una delle pubblicazioni letterarie più antiche e prestigiose, e chiese il permesso di infilare una copia del libro nelle tasche dei cappotti pendenti dall’attaccapanni, che appartenevano presumibilmente a gente di lettere più o meno famosa.»

Il mito è ormai creato e, come tutti i miti, è diverso a seconda di chi lo racconta. Borges nel 1970 dice di aver chiesto al redattore Alfredo Bianchi di infilare copie del Fervor nelle tasche dei cappotti, ma già nel ’76 la domanda di Barnstone rivela una mutazione: dopo aver messo i libri nelle tasche, avviene il ripensamento e Borges gira le librerie per farne sparire copie del suo libro. (Libro che in realtà in libreria non è mai arrivato!) Il Maestro di Buenos Aires amava queste ficciones quindi non ha smentito il suo interlocutore, ma gli ha risposto nel più borgesianamente esplicito modo possibile: è una storia così improbabile… che dev’essere vera.
Poi nel ’77 al nostro Costantini prima racconta che mandò Fervor solo agli amici, poi no, neanche agli amici, solo ad un’amica che dirigeva una rivista letteraria: ma non era Alfredo Bianchi della rivista “Nosotros”? L’uomo che ha infilato fisicamente i libri in tasca, prima che nelle versioni successive del mito diventasse Borges stesso ad infilarceli…

Questo è Borges, un uomo che ha vissuto come ha scritto: giocando con i lettori e cambiando costantemente la realtà.

Il mito dell’ultraismo

2002-fernando-savater-borgesTornato dall’Europa nel 1921, il giovane Borges è ricco di uno spirito ultraista che decenni dopo rinnegherà, cercando più e più volte di “ripulire” le poesie di Fervor.
Nel citato articolo biografico del 1970 scrive:

«Ormai non posso che rammaricarmi dei miei eccessi ultraisti. Dopo quasi mezzo secolo, mi sto ancora sforzando di far dimenticare quel goffo periodo della mia vita.»

Quando negli anni Cinquanta il nome di Borges è una stella del firmamento argentino – e addirittura si affaccia anche in Italia – l’amico J.E. Clemente riesce a convincerlo a pubblicare per la Emecé dei volumi con le sue Obras completas 1923-1953, che però non sarà una ricerca filologica: il bonaerense rimaneggerà i suoi testi anche pesantemente, cassando ciò che il Borges del 1954 non tollera del giovane Borges. L’altro non è più se stesso, è solo un giovane poeta con idee strane che ha bisogno di essere rimesso in riga.

Il citato Cesco Vian ha confrontato alcune poesie dell’opera prima e dopo il rimaneggiamento del 1954.

«Il confronto conduce alla conclusione che in tutti i casi il Borges maturo del 1954 si è corretto in meglio, sostituendo o eliminando termini pedanti, altisonanti o triviali, come allende, impetuoso, formidable, ecc. a beneficio di un’espressione più semplice e pregnante.
Altrettanto degno di rilievo è il fatto che in Fervor de Buenos Aires sopravvive – caso unico – una lirica del rinnegato periodo ultraista. È la penultima, “Campos atardecidos” [Campi al tramonto], già pubblicata nella rivista “Ultra” di Madrid, col titolo “Aldea”:»

Nel 1969 Borges torna a “manomettere” il suo testo: un uomo di settant’anni che “aggiusta” delle poesie scritte a 24… Come si giustifica?

«Non ho riscritto il libro. Ho mitigato i suoi eccessi barocchi, ho limato asperità, ho cancellato sentimentalismi e vaghezze e, nel corso di questo compito talora grato e talora scomodo, ho sentito che quel ragazzo che nel 1923 lo scrisse era già essenzialmente – che significa essenzialmente? – il signore che adesso si rassegna o corregge. Siamo la stessa cosa; tutti e due diffidiamo del fallimento e del successo, delle scuole letterarie e dei loro dogmi; tutti e due siamo devoti di Schopenhauer, di Stevenson e di Whitman. Per me, Fervore di Buenos Aires prefigura quanto avrei fatto dopo. Per ciò che lasciava intravedere, per ciò che prometteva in qualche modo.»

1982-vazquez-colloqui-con-borgesNel citato articolo biogafico del 1970 Borges scrive:

«Temo che il libro fosse un gran mattone: c’erano troppe cose dentro. Eppure, quando ci ripenso, mi pare di non essere mai andato molto oltre quel libro. Mi pare che tutto quello che ho scritto in seguito abbia soltanto sviluppato dei temi che avevo trattato lì dentro, e che in tutta la mia vita non abbia fatto che riscrivere quell’unico libro»

Si sente il germe del cambiamento d’opinione: dopo vent’anni a cercare di modificare lo spirito di Fervor, qualcosa è cambiato, ed intervistato nel 1973 dall’amica ed allieva María Esther Vázquez (Colloqui con Borges, Novecento 1982), il nostro afferma il contrario di tutto quanto fin qui scritto:

Vázquez: Quale dei suoi primi tre libri – Fervore di Buenos Aires, Quaderno San Martin e Luna di fronte – le ha dato maggiori soddisfazioni?

Borges: Il primo: Fervore di Buenos Aires, perché mi ci riconosco ancora, anche se fra le righe.

Ormai è chiaro, Borges è diventato pienamente come la letteratura: non esiste verità, solo modi diversi di raccontare storie false.

L.

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2 commenti

Pubblicato da su novembre 9, 2016 in Indagini

 

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2 risposte a “Il mistero del Fervore di Borges

  1. Ivano landi

    novembre 9, 2016 at 8:17 am

    Si può dire che io abbia cominciato dalla fine a leggere Borges, perché mi è “capitato” di leggere, in uno stesso breve arco di tempo, le sue tre opere finali: Saggi danteschi, La cifra e Atlante. Ho poi letto altre due sue opere per interesse personale: Storia dell’eternità e Letterature germaniche medievali. Non so ce si sarà un seguito, ma trovo comunque appassionante questo tuo percorso borgesiano che sto seguendo per intero.

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    • Lucius Etruscus

      novembre 9, 2016 at 9:35 am

      Il caso (se vogliamo credere al caso) ha fatto sì che proprio mentre completavo la mia riproposizione degli pseudobiblia borgesiani la Fazi sfornasse in libreria questo libro, sì da permettermi un’ulteriore “indagine” nel mondo del Maestro di Buenos Aires.
      Il mio lungo viaggio nell’universo borgesiano l’ho compiuto ormai una decina di anni fa, sfruttando tutti i miei “poteri librari” per mettere le mani su tutto ciò che è uscito in lingua italiana (e non è poco): uno dei libri più difficili da recuperare è stato proprio lo splendido “Letterature germaniche medievali”, che all’epoca non era stato ancora ristampato e ho dovuto fare il flipper fra più biblioteche per recuperarne una delle rarissime copie italiane rimaste.
      All’epoca mi segnai chicche e fili conduttori, stanati leggendo i molti libri-interviste dell’autore, e magari ne approfitto per continuare con i miei Mercoledì con Borges ^_^
      Magari partendo dai libri che lui negò sempre di aver scritto, che per fortuna sono tornati alla luce grazie agli editori in cerca di scoop. Proprio in questi giorni Adelphi ha portato in libreria un grande inedito in Italia: “L’idioma degli argentini”, una di quelle raccolte di saggi giovanili che Borges ha sempre fatto finta di non aver scritto…

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