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[Pseudobiblia] Le Finzioni di Borges 3

26 Ott

arteficeLo scorso settembre 2016 la Adelphi ha ristampato l’antologia poetica di Jorge Luisi Borges L’Artefice – a cura dell’ottimo Tommaso Scarano – quindi è con piacere che ricordo un “libro falso” in esso citato.

Nella sezione “Museo”, infatti, troviamo “Le regret d’Héraclite”, due versi di Gaspar Camerarius tratti dalla sua opera “Deliciae Poetarum Borussiae”.

«Io, che tanti uomini fui, non son mai stato
Colui nel cui abbraccio languiva Matilde Urbach.

Gaspar Camerarius, in Deliciae Poetarum Borussiae, VII, 16»

Non tragga in inganno la precisione della citazione: è un falso. Il 5 dicembre 1985, durante un’intervista – raccolta in Una vita di poesia (Spirali 1986) – Armando Verdiglione legge a Borges questi due versi e il Maestro commenta:

«In questa poesia ho cambiato la parola abbraccio perché è debolissima e ha un brutto suono. In spagnolo ho messo amor: “Yo que tantos hombres he sido, no he sido nunca / Aquel en cuyo amor desfallecía Matilde Urbach“. La poesia è attribuita a un immaginario poeta prussiano, Gaspar Camerarius, per il quale ho inventato un’antologia dal titolo: Deliciae Poetarum Borussiae (Delizia dei poeti prussiani).»

Nella stessa intervista il poeta rivela chi sia il vero autore: Jorge Borges, suo padre! Prima di morire nel 1938 l’uomo distrusse i versi e i romanzi che aveva scritto, ma il figlio Jorge Luis riuscì a salvare qualcosa che però, per rispetto al padre, pubblicò sotto falso nome.
Malgrado però Borges stesso riveli nel 1985 che quei versi li ha scritti il padre, in seguito continuano ad essere attribuiti a lui: ancora nel 2004 il suo amico Alberto Manguel glieli attribuisce in Con Borges (Adelphi 2005). Che ad essere falsa sia l’attribuzione a Jorge Borges padre?

1975-il-libro-di-sabbiaUn altro fra i più affascinanti pseudobiblia creati da Jorge Luis Borges è il Libro di Sabbia del racconto omonimo del 1975 (raccolto nell’antologia che ne porta il titolo). Malgrado l’argentino avesse più volte dato l’addio all’attività letteraria, gli era impossibile stare lontano dal suo elemento naturale: “Il Libro di Sabbia” è fra le migliori opere del periodo maturo dell’autore.

Un oscuro venditore bussa alla porta del protagonista e gli propone l’acquisto di un libro tanto misterioso quanto affascinante:

«Mi disse che il suo libro si chiamava il Libro di Sabbia, perché quel libro e la sabbia non hanno né principio né fine. Mi disse di cercare la prima pagina. Con la mano sinistra sopra il frontespizio, cercai la prima pagina con il pollice quasi incollato all’indice. Tutto fu inutile: tra il frontespizio e la mano si interponevano sempre nuovi fogli. Era come se sorgessero dal libro».

Un libro che sfida le più ovvie leggi fisiche e naturali, dunque, che scorre all’infinito sia in avanti che indietro. La spiegazione è semplice quanto sibillina:

«Se lo spazio è infinito, noi siamo in qualsiasi punto dello spazio. Se il tempo è infinito, siamo in qualsiasi punto del tempo».

Così il Libro è infinito sia nel tempo che nello spazio, e a qualsiasi punto lo si apra, ci si ritrova in un qualsiasi punto del tempo e dello spazio…

Ovviamente il protagonista è spaventato da un simile libro: vorrebbe distruggerlo, ma ha paura che le conseguenze possano essere funeste. La soluzione migliore, quindi, è nasconderlo in una grande biblioteca, renderlo anonimo in mezzo a tanti altri libri simili, sperando che nessuno lo possa più trovare.

Borges e María Esther Vázquez in una libreria di Buenos Aires

Borges e María Esther Vázquez in una libreria di Buenos Aires

Chiudo con un’altra antologia curata da Borges in cui egli gioca con il lettore. Nel “Libro di sogni” (1976) – di cui ho già parlato qui – troviamo un brano intitolato “Der Traum ein Leben”, scritto da un certo Francisco Acevedo e tratto dalla di lui opera “Memorias de un bibliotecario” con tanto di data: 1955.

1976 - Il libro dei sogni (Adelphi 2015)«Il dialogo si svolse ad Adrogué. Mio cugino Miguel, che aveva cinque o sei anni, era seduto per terra e giocava con la gatta. Come ogni mattina, gli chiesi:
— Che cosa hai sognato stanotte?
E lui mi rispose: — Ho sognato che m’ero perso in un bosco e che alla fine trovavo una casetta di legno. La porta si apriva e uscivi tu. — Con improvvisa curiosità mi chiese: — Dimmi, che cosa stavi facendo in quella casetta?

Francisco Acevedo, Memorias de un bibliotecario (1955)»

È tutto plausibile e non abbiamo motivo di dubitare delle informazioni che Borges ci dà… peccato invece che sia tutto inventato di sana pianta!

A María Esther Vázquez, allieva ed amica di lunga data che nel 1982 scrive il libro intervista “Colloqui con Borges (Edizioni Novecento 1982), Borges racconta:

«Un mio nipote (è tipico della gente vecchia pensare ai nipoti) mi raccontò che aveva sognato, molti anni fa, di recarsi in un bosco, di perdersi e di arrivare infine dinnanzi a una casa bianca di legno, dalla quale uscivo io. Smettendo di raccontare, il ragazzo mi chiese: “Dimmi, che facevi lì, in quella casa?”. Si vede che non distingueva la realtà dai sogni.»

State in guardia quando leggete Borges, perché “finzione” è solo uno dei tanti sinonimi della lettetura..

L.

P.S.
La prima bozza di questo articolo è apparsa su ThrillerMagazine il 20 novembre 2009.

– Ultimi post su Borges:

– Ultimi “libri falsi”

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Pubblicato da su ottobre 26, 2016 in Pseudobiblia

 

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