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[Pseudobiblia] Le Finzioni di Borges 2

19 Ott
Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares a Mar del Plata, nel 1943

Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares a Mar del Plata, nel 1943

Ho già parlato delle “Finzioni” di Jorge Luis Borges, e di come il poeta e scrittore argentino abbia molto amato giocare con la letteratura e con i lettori. Nel 1953 questi coinvolge nel gioco anche un suo collega e carissimo amico: Adolfo Bioy Casares. La collaborazione, la stima e l’amicizia fra i due sono fertili e durature. «Borges vive di letteratura» avrà a dire Casares, e Borges non mancherà occasione di lodare l’amico sia come persona che come autore. Insieme scriveranno racconti e raccoglieranno i racconti di altri in antologie… Ma non sempre la distinzione fra le due cose sarà netta.

Nel 1953, come si diceva, i due curano un’antologia molto speciale: “Racconti brevi e straordinari”. In essa vengono raccolti dei mini-racconti (alcuni addirittura di poche righe!) degli autori più disparati, i quali sono stati (e saranno in seguito) ispirazione per i lavori di Borges. Oltre ad essere un vero gioiello letterario, quest’antologia tende più di una trappola al lettore: gran parte degli autori e dei titoli citati, infatti, altro non sono che pseudobiblia inventati dai due “curatori”!

Un campanello d’allarme è “Un mito di Alessandro”, brano tratto da “La modification du Passé ou la seule base de la Tradition” (1949) di un fantomatico Adrienne Bordenave.

«Chi non ricorda quel poema di Robert Graves, in cui egli sogna che Alessandro il Grande non morì a Babilonia, ma smarrì il suo esercito e si internò sempre più nel­l’Asia? Dopo un lungo errare in quella geografia ignota, si imbatté in un esercito di uomini gialli, e dato che il suo mestiere era la guerra, si arruolò nelle loro file. Passarono così molti anni, e un giorno di paga, Alessandro guardò con sorpresa una moneta d’oro che gli avevano dato. Riconobbe l’effige e pensò: io ho fatto coniare questa moneta per celebrare una vittoria su Dario, quand’ero Alessandro di Macedonia.»

Di Bordenave non esiste traccia se non per questo brano, citato e ristampato in giro per il mondo: è altamente probabile che sia un’invenzione di Borges, il quale amava molto ripetere questo brano… senza peraltro mai più citare il fantomatico Bordenave!

Alessandro non muore in Babilonia all’età di trentadue anni. Dopo una battaglia si perde e vaga in una foresta per molte notti. Infine scorge i fuochi di un accampamento. Uomini dagli occhi obliqui e di carnagione gialla lo accolgono, lo salvano e infine lo arruolano nel loro esercito. Fedele al suo destino di soldato, partecipa a lunghe campagne nei deserti di una geografia che ignora. Un giorno pagano il soldo alla truppa. Riconosce un profilo su una moneta d’argento e mormora: Questa è la medaglia che feci coniare per celebrare la vittoria di Arbela, quando ero Alessandro di Macedonia.
Questa favola meriterebbe di essere molto antica.

La storia è identica, ma a scriverla è Borges stesso in “Graves a Deyá” (Atlante, 1984), scritto mentre Robert Graves moriva. E quando Armando Verdiglione lo intervista il 9 dicembre 1985 (raccolta in Una vita di poesia, Spirali 1986), tra i vari omaggi a Graves c’è:

Ma penso soprattutto a quel poema su Alessandro Magno, in cui Graves racconta che Alessandro non è morto a Babilonia: si era perduto, aveva attraversato montagne, boschi, fiumi di cui ignorava la geografia, il nome. Fu ritrovato quasi morente da un esercito di tartari, poiché il suo mestiere era quello del soldato, servì come oscuro soldato in quell’esercito. Ma poi venne il giorno di paga della truppa, ricevette monete, le guardò. Improvvisamente vi vide qualcosa di familiare e si disse: «Ma sì, è la medaglia che ho fatto coniare come Alessandro di Macedonia, dopo la vittoria di Arbela!». D’un tratto ricordò il passato che aveva dimenticato. Anche questo è un mito, tanto bello che meriterebbe di essere un mito vero. E lo dobbiamo a Graves.

Chiudo facendo notare che non c’è nulla di simile ne La dea bianca di Graves, citata da Borges come fonte: è però noto che il Maestro argentino amasse attribuire ad altri proprie creazioni…

Borges ed Adolfo Bioy Casares nella libreria “La Ciudad” (1979)

Borges ed Adolfo Bioy Casares nella libreria “La Ciudad” (1979)

È veramente arduo stabilire quali e quanti dei molti autori presenti nell’opera siano reali o meno, e quand’anche siano reali se veramente abbiano scritto le parole a loro attribuite. Borges e Casares non sono dei filologi, sono dei letterati amanti della letteratura, e se per “contagiare” il lettore con questo amore devono attribuirlo ad autori (altri o inesistenti), poco importa…

Una menzione molto particolare merita “Del rigore della scienza”, brano tratto da “Viaggi di uomini prudenti” (1658) di Suárez Miranda, tratto da Viajes de Varones Prudentes, libro quarto, cap. XLV, Lérida 1658.
Che sia uno pseudobiblion lo rivela il logico matematico italiano Piergiorgio Odifreddi nel suo “C’era una volta il paradosso” (Einaudi 2001). Il brano scritto da Borges si rifà alle idee sul regresso infinito di Josiah Royce (1855-1916) espresse ne “Il mondo e l’individuo” (1901). Confrontiamo i due autori con un breve estratto.

Ristampa Losada 1989

Ristampa Losada 1989

Borges (nelle vesti di Suárez Miranda) scrive:

«In quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la mappa dell’impero, tutta una Provincia. Col tempo, codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una Mappa dell’Impero, che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso.».

Josiah Royce scrive:

«Immaginiamo che una porzione del suolo d’Inghilterra sia stata livellata perfettamente, e che in essa un cartografo tracci una mappa d’Inghilterra. L’opera è perfetta; non c’è particolare del suolo d’Inghilterra, per minimo che sia, che non sia registrato nella mappa; tutto ha lì la sua corrispondenza. La mappa, in tal caso, deve contenere una mappa della mappa, che deve contenere una mappa della mappa della mappa, e così all’infinito.»

Il regresso infinito è molto caro a Borges, che ne trarrà ispirazione per più di un geniale racconto durante la sua carriera letteraria.
Questo “Del rigore della scienza” era molto amato dall’autore (dal “vero” autore!). Già era apparso nel 1946 in “Los Anales de Buenos Aires”, ed in seguito venne inserito nella sezione “Museo” dell’antologia “L’artefice” (1960), opera che vanta anch’essa degli pseudobiblia ma che vedremo la settimana prossima.

L.

P.S.
La prima bozza di questo articolo è apparsa su ThrillerMagazine il 20 novembre 2009.

– Ultimi post su Borges:

– Ultimi “libri falsi”

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4 commenti

Pubblicato da su ottobre 19, 2016 in Pseudobiblia

 

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4 risposte a “[Pseudobiblia] Le Finzioni di Borges 2

  1. Ivano Landi

    ottobre 19, 2016 at 4:31 pm

    Altro post veramente notevole, Lucio!
    Anche di Gesù si dice che non sia morto in Giudea, ma si sia inoltrato nelle profondità dell’Asia per morirvi a veneranda età. C’è chi prega sulla sua tomba nel Kashmir.

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      ottobre 19, 2016 at 4:34 pm

      Borges sapeva identificare il succo delle leggende – Alessandro lo intrigava sicuramente più di Gesù – e se per farlo toccava inventare una storia… non si tirava certo indietro 😉

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  2. theobsidianmirror

    ottobre 19, 2016 at 7:03 pm

    Ti prego, rallenta! Se vai così spedito mi perdo i pezzi!!!

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      ottobre 19, 2016 at 7:28 pm

      ahahah dài che sono stato buono: l’appuntamento con gli pseudobiblia è solo uno a settimana! ^_^

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