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[Scrivere di menare] Città amara (1969)

04 Ott

citta-amaraQuesta settimana incontriamo quello che gli americani considerano un classico della loro narrativa contemporanea: “Città amara” (Fat City, 1969) di Leonard Gradner. In Italia il romanzo è arrivato solamente nel 2006, quando Fazi lo presenta come Fat City per poi ristamparlo nel 2015 come Città amara, sempre con la traduzione di Stefano Tummolini.

Cavalcando il successo del libro, nel 1972 il celebre John Huston ne ha girato un fedelissimo quanto noiosissimo film – con due ottimi giovani attori come Stacy Keach (nel ruolo di Tully) e Jeff Bridges – che ho recensito nel mio blog Il Zinefilo.

Ecco come il protagonista Tully disputa il suo incontro più importante.

Quando attraversò il corridoio tra mille facce che si voltavano a guardarlo, Arcadio Lucero era già sul ring, con la sua vestaglia di raso nero dai ricami cremisi e il suo impassibile profilo indiano. Sul retro della sua vestaglia, ricamata con dei lustrini scintillanti di color verde, blu, rosso e oro, c’era un’immagine della Vergine di Guadalupe. Con alle spalle Gil Solis e Luis Ortega, che quella sera gli facevano da secondi, aspettava pressoché immobile, con le braccia lungo i fianchi, dondolando pigramente la testa. Tully, mentre seguiva Ruben su per gli scalini e passava in mezzo alle corde con la stessa eccitazione di quand’era agli esordi, provava solo una grande impazienza: era la sensazione di essere arrivato finalmente al dunque, dopo tanti rinvii. In piedi sul ring, con un asciugamano sulla testa, ormai non voleva far altro che combattere, e farla finita.

L’annuncio del nome di Lucero scatenò le grida dei suoi sostenitori, nella galleria mezza piena.
I secondi sfilarono la vestaglia a Tully, facendola passare sui guantoni; poi gli fissarono in bocca il paradenti, e finalmente si ritrovò da solo nell’angolo, con le braccia ancora abbronzate per il lavoro nei campi e il torso pallido, con le due rondini in volo tatuate sui pettorali.

«Stagli lontano», fu l’ultima frase che sentì prima del suono della campana. Ma il messicano non gli venne sotto: rimase ad aspettarlo alle corde. Il primo attacco non sortì alcun effetto. Cautamente, Tully indietreggiò, saltellando; poi ripartì in avanti col sinistro, e Lucero, accusando il colpo sull’ammaccatura del naso, oscillò all’indietro sulle corde. Poi rimase lì appoggiato, senza spostarsi, mentre Tully fintava per poi ripartire all’attacco, prima un diretto e poi un gancio, contro le pazienti cicatrici del messicano. Quindi si beccò un colpo che non aveva neanche visto partire. Afferrandosi al braccio di Lucero, fu colpito un’altra volta, dritto sopra al cuore. Indietreggiò, fece qualche salto, poi un bel respiro, e mentre ripartiva in avanti, Lucero si catapultò dalle corde verso di lui e lo colpì con violenza. Alla fine del round, nell’angolo, trovò ad attenderlo due facce scure.
Lucero continuò a combattere attaccato alle corde, certe volte addirittura sedendosi su quella di mezzo. Ma solo alla fine del secondo round, quando gli piazzò un profondo sinistro nella pancia e lo sentì grugnire, Tully realizzò che, forse, quella lentezza non era strategica.

L’acqua gli colò giù per la testa. Poi gli aprirono i calzoncini, e sentì un freddo gelido sui genitali. Ruben gli passò le mani sulla faccia come un barbiere, piegandogliela, strofinandogliela, picchiettandola con le dita e imbrattandogli la pelle di vaselina. Poi gli avvicinò alla bocca la bottiglia d’acqua, avvolta nella garza, e Tully fece una smorfia, si voltò e sputò nel secchio.

«L’ho colpito allo stomaco».

«Non dargli tregua. Fallo muovere».

«Sullo stomaco è debole».

Lucero aspettava nell’angolo e Tully gli si avventò addosso, colpendolo al corpo. Lo tenne, ma prima di staccarsi gli assestò un destro sul rene, continuando a sfiorargli gli occhi coi pollici e le stringhe dei guantoni, mentre Lucero lo spingeva via. Poi si fermò a distanza e abbassò la guardia, ma il messicano non lo seguì. Allora restò dov’era, saltellando e facendo qualche finta; poi smise anche di saltare e, immobile, con le braccia lungo i fianchi, mentre qualche boooh risuonava nella galleria, alzò il mento invitandolo a farsi sotto. Lucero si avvicinò, ma mentre Tully indietreggiava, si fermò ancora e restò ad aspettare. Proprio non c’era verso di smuoverlo. Allora Tully, con riluttanza, si avvicinò di nuovo, abbassando il sinistro per assestargli un gancio sul corpo. Ma un lampo bianco e improvviso lo mandò in terra. Steso di schiena, mentre cercava di raddrizzarsi con le gambe in orizzontale, vide le luci in alto, e i drappeggi azzurri e marroni che scendevano dal vertice del soffitto, da cui pendeva una gigantesca nappa dorata: l’intera scena era come frantumata da una linea in diagonale, tutta a zigzag, come la crepa in una finestra. Non ricordava di essersi alzato, né come fosse arrivato alla fine del round. Ricordava solo le luci, la nappa dorata e i drappeggi infranti, e poi il bruciore dell’ammoniaca negli occhi nell’angolo di Lucero, dove l’aveva seguito dopo il suono della campana, e dove Ruben era corso a prenderlo per riportarlo al suo sgabello. Ora la linea a zigzag tagliava le corde. L’acqua fredda gli scivolava lungo la testa. Sentì che gli passavano un tampone dentro a una ferita sopra all’occhio. Quando alzò lo sguardo verso Ruben, non riuscì a vedergli il mento. Tutto scintillava in modo indistinto, e aveva delle fitte che gli andavano da sopra la testa fino alle tempie e alla base del cranio. Sentì di nuovo l’ammoniaca sotto al naso, e riuscì a scorgere il mento di Ruben, ma staccato dal resto della faccia.

«Come ti senti?». L’arbitro, con la linea a zigzag che gli pulsava in mezzo alla faccia e il mento spostato da una parte, lo stava scrutando attentamente.

«Bene».
«Sta bene», disse Ruben. E quando suonò la campana, lo spinse via dallo sgabello.

Lucero attraversò di corsa il ring, e Tully subito si coprì, venne colpito e si attaccò alle braccia dell’avversario. Si appoggiò a lui e lo tenne stretto, cercando di proteggersi il taglio, lo colpì una volta con la testa e venne allontanato con una spinta. Poi fu colpito un’altra volta, e di nuovo si aggrappò alle braccia del messicano. L’arbitro li strattonava e li spingeva da parte; vennero separati. Incitato dalla folla, Lucero ripartì alla carica, e Tully indietreggiò, piegandosi e schivando i colpi, e menando pugni nell’aria. Verso la fine del round, la linea a zigzag era scomparsa dal suo campo visivo, e Lucero, respirando con la bocca, andava più lento. Tully lo colpì forte nello stomaco poco prima del suono della campana.

Nei round che seguirono, Lucero rallentò ancora di più, come se lottasse per restare in piedi, più che per vincere, colpendo a vuoto quand’era incalzato, e spesso non colpendo affatto, quando Tully gli sferrava un colpo tenendosi a distanza. Accontentandosi di guadagnare punti con qualche piccola schermaglia, Tully colpiva e poi si allontanava. Al decimo round il messicano affrettò il passo, ma Tully gli sferrò una botta violenta e, dopo la campana, Lucero rimase attaccato alla corda, esausto, col viso rivolto al tappeto.

All’annuncio che Tully aveva vinto, Ruben lo fece alzare in piedi, lo afferrò per le cosce e, barcollando, lo sollevò. Gli applausi furono piccoli e sparuti. Più convinte, invece, le espressioni di scherno. L’asciugamano cadde dalla testa di Tully, mentre i due giravano per tutto il ring. Tully alzava e abbassava le braccia, nel tentativo di restare in equilibrio. Poi i suoi piedi atterrarono di nuovo sul tappeto, e Lucero, con gli occhi gonfi ridotti a due fessure e le narici imbottite di sangue, gli cinse il collo con le braccia. Testa contro testa, con le labbra insanguinate, fecero un ghigno al fotografo della stampa locale, con l’arbitro che alzava il braccio di Tully e Ruben dietro che cercava di coprirgli le spalle con la vestaglia di raso color porpora, sporgendo il suo faccione oltre la schiena di Tully e guardando verso l’obiettivo.

Le luci del ring erano già spente, il pubblico in piedi e i corridoi intasati, quando Lucero, con addosso la vestaglia nera col disegno di lustrini, si fermò a testa china e alzò i pugni, per ricevere un ultimo, magro applauso dai suoi connazionali delusi. Poi lasciò il ring seguito da Tully e, a una certa distanza l’uno dall’altro, i due rientrarono negli spogliatoi, accompagnati dai rispettivi secondi.

Col naso indolenzito e rigido, e una fila di cerotti a tappargli la ferita sul sopracciglio gonfio, Tully uscì nell’atrio, dove i pugili che avevano combattuto quella sera erano riuniti insieme ai loro manager. Arcadio Lucero, che ora indossava il cappotto di cammello e le scarpe gialle con le ghette e i tacchi da cowboy, col suo viso tondo e solenne se ne stava con Gil Solis, Ruben, Babe e Owen Mackin. Mackin, un uomo anziano con l’apparecchio acustico e il naso largo e storto, gli stava dando una pacca sulla spalla, e gridava: «Bravo ragazzo. Ci piaci. Bravo ragazzo». E vedendo Tully, gridò: «Hai fatto un bell’incontro, Billy».

L.

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Pubblicato da su ottobre 4, 2016 in Uncategorized

 

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