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[Scrivere di menare] Fighter (2007)

20 Set

fighterChe fantasia, questi titoli di romanzi: per fortuna dopo The Fighter si è pensato di togliere l’articolo per il romanzo dello stesso anno, uscito dunque in Italia semplicemente come Fighter.
Uscito nel 2007 per la milanese BD, il romanzo di Craig Davidson viene ristampato nel 2010 come n. 3007 della collana “Il Giallo Mondadori”: la traduzione è sempre di Marco Schiavone.

Ecco un estratto di menare:

La stretta di mano di un vero combattente era sempre morbida. Forse perché le loro mani erano tenere dopo mesi di pugni al sacco e guanti e avversari. O forse, dopo aver fatto così tanti danni sul ring, non possedevano alcun desiderio di far male fuori dal quadrato, anche quello minimo che poteva derivare da una ferrea stretta di mano.
Paul e Tommy si strinsero le mani molto, molto gentilmente.
«Mi dispiace per quello che succederà,» disse Paul.
«Di cosa vuoi dispiacerti?» Tommy diede un buffetto sulla spalla di Paul. Il suo sorriso era in qualche modo svergognato. «Ci andrò giù piano con te.»
«Per favore, non farlo.»

Il primo pugno colpì Paul alla spalla. Non c’era forza in esso: se fosse possibile tirare un pugno benintenzionato, Tommy ci era riuscito. Ma era stato abbastanza da sbilanciarlo e saltellò all’indietro, per poi lanciarsi rapido contro il torace di Tommy. Tommy aumentò la pressione su Paul, cingendogli il collo con il braccio, obbligandolo a stare a testa in giù e rendendogli difficile respirare. Paul fissava il proprio ombelico mentre il grosso bastardo lo colpiva alle costole. Non troppo duro, abbastanza da farlo soffrire.

Sentì le proprie costole rimpicciolirsi intorno ai polmoni, il ritmo sincopato del suo cuore, la sensazione di essere vicino al proprio corpo come mai prima d’allora.

Il braccio di Tommy scivolò giù dal collo di Paul. Paul si riprese e lanciò un destro alla testa del suo avversario; Tommy schivò e il colpo raggiunse il lato della sua gola, mentre il suo destro attraversava le braccia di Paul per colpirlo sotto il mento. Il dolore fiorì all’interno del cranio di Paul, non in un solo fiore, ma in giardini, un dolore di chiodi arroventati infilati sparsi sullo scalpo.

Tommy fu sorpreso dal ragazzo che non andava giù. Il ragazzo Kilbride sarebbe caduto a pezzi, ma questo sorrise e basta, con il sangue che riempiva le fessure tra i denti. È malato, pensò Tommy, allo stesso modo del povero Garth Briscoe.

Paul attaccò, mancando il bersaglio, quindi Tommy lo colpì con un pugno pesante. Le lacrime riempirono gli occhi di Paul mentre una distinta nota di sofferenza suonava sul suo viso e colpiva il centro del suo cervello. Fu colpito ancora, più duro di quanto fosse mai stato colpito prima: il naso si compattò, i capillari brucianti brucianti. Il mondo divenne rosso e Paul cadde in quel rossore, come in un sogno. Il suolo correva ad accoglierlo. Vide una macchia rossa del suo sangue a forma di ventilatore, poi di farfalla, luccicare e poi penetrare nelle crepe e nei nodi del tappeto.

Suonò il gong.

Paul barcollò fino al suo angolo come un uomo reduce da tre giorni di bevute ininterrotte. Sorrideva.

Lou lo aiutò a trovare lo sgabello. La faccia di Paul pareva qualcosa che poteva essere firmata da Goya: una fronte neanderthaliana sopra le sopracciglia e un dente infilato nel paradenti, appeso a una striscia di pelle.

«Tieni duro.» Lou infilò le dita nella bocca di Paul e, con una torsione decisa, strappò via il dente. «Se ingoi più di mezzo litro starai male,» gli disse mentre il sangue riempiva la bocca di Paul. «Che diavolo, tanto non te ne cresceranno di nuovi, no?»

Usò il solfuro ferrico per cauterizzare il buco sanguinante nella bocca di Paul. Paul inghiottì compulsivamente, l’acido gli bruciò l’esofago.

«Sto cercando di andarci piano. Ma è ingordo.»
Reuben passò la testa di Tommy con una spugna bagnata. «Che cosa ti aspettavi? L’altra volta hai avuto un deficiente, ora un acchiappapugni.»
«Masochista,» corresse Tommy.
«Continua a pressarlo. Non devi dare spettacolo per questi cretini.»
«E se non va giù?»
«Allora devi farlo andare giù.»
«Potrei fargli davvero male.»
«Cristo, Tom, come pensi che finisca altrimenti?»

Finì dopo trentatré secondi dall’inizio della seconda ripresa. E finì in questo modo.

Due uomini combattevano nel ring illuminato brutalmente, i fischi dei loro pugni a suonare una canzone mortale. Paul provava una gioia puramente perversa nel sentire le mani di un altro uomo sul proprio corpo, seppure con violenza. Tommy trovò il tessuto morbido sotto il cuore di Paul con un montante cattivo; Paul ansimò come se un palanchino gli fosse stato conficcato nel torace.
Tommy vide l’opportunità: il ragazzo lasciava aperta la guardia ogni volta che provava un destro. Fai in fretta, pensò Tommy. Mandalo a nanna.

Tommy piantò i piedi per terra e si impegnò in un montante destro che emerse dal suo petto come un missile Stinger decollato da un silo nei campi.

Il pugno mancò per mezzo centimetro.
Considerate questa distanza per un momento.
Il vostro dito indice, diciamo. Alla base della vostra unghia, dove incontra il suo letto – dove l’unghia incontra la carne – quella mezzaluna biancastra. È chiamata la lunula, dal latino luna. La lunula non dovrebbe essere più di mezzo centimetro nel suo punto più alto; un po’ di più se la vostra unghia è soggetta a manicure, con il cuticolo spinto all’ingiù.

Il pugno di Tommy mancò per una lunula. Per un’ala di falena. Mezzo centimetro. Ma in maniera cruciale mancò di una vita intera, o di parecchie. Mancò per i quarantatré anni di Tommy e i quarantacinque di Reuben, per i ventisei di Paul e i sedici di Rob. Mancò tutte le possibilità che esistevano nella frazione di secondo precedente e di tutte quelle che sarebbero potute esistere dopo.
Quando il pugno di Tommy filò al lato del suo mento, Paul fece un passo di lato e reagì istintivamente. La mascella di Tommy era serrata: l’arteria mascellare interna che va dalla cima del capo al cuore era stretta, il sangue si raccoglieva intorno alle tempie.
Fu un pugno fortunato, del tipo che potete vedere se guardate tanti incontri.

Paul era nel posto giusto, Tommy in quello sbagliato. Le circostanze erano a favore di Paul, e contro Tommy. Tutti laggiù sapevano chi era il combattente migliore; neanche una scommessa era stata piazzata su Paul vincente.
Un pugno fortunato, è tutto. Succede.

Paul sentì come se un grappolo molto piccolo, e molto maturo, fosse stato schiacciato dalle sue nocche.
Oppure messa in altro modo.
Dicono che ogni sostanza che appare solida è, al suo livello più basso, nient’affatto solida. Tutto è composto da atomi, nuclei di protoni e neutroni attorno a cui orbitano gli elettroni. Una enorme distanza separa gli elettroni dai loro nuclei: immaginate la luna che ruota intorno alla terra, o la terra che orbita intorno al sole, e avrete un’idea. Dicono che se si rimuovono tutti quegli spazi vuoti, e si comprime tutto il resto insieme, l’Empire State Building potrebbe stare in un cucchiaino per il tè: un cucchiaino pieno di materia pura del peso approssimativo di 19,800 tonnellate.

Il pugno di Paul colpì Tommy come l’Empire State Building fatto cadere da un cucchiaino di tè.

Nell’istante in cui il pugno colpì, mentre gli occhi di Tommy scivolavano involontariamente all’indietro, Paul avrebbe voluto riprenderselo, come se il pugno fosse stato un insulto che poteva ritirare. Scusa, scusa, non volevo. Stavano combattendo, certo, provando a mettere al tappeto o costringere alla resa l’avversario, ma il suono della testa di Tommy che colpiva le tavole – un orribile rumore di frattura come una lumaca schiacciata – interruppe qualunque incantesimo lo avesse avvolto e ora Paul poteva solo guardare Tommy che cercava di rialzarsi fallendo miseramente, il sangue che correva fuori dal naso mentre lui fissava vacuo, con uno strano sorriso disorientato.

E quando Tommy cadde, cercando di afferrare Paul perché era l’unica cosa raggiungibile, Paul fu lì a prenderlo. Cullò il grosso collo muscoloso di Tommy, il suo denso peso privo di vita come un sacco di cemento sudato. La testa di Tommy dondolava, con gli occhi aperti, la lingua penzolante oltre il piatto paradenti nero.

Qualche secondo e Reuben spingeva via Paul e si inginocchiava di fianco a suo fratello. Cercò di pulire il sangue con un asciugamano, ma ce n’era dannatamente troppo e non la smetteva di uscire. Il sudore sulle braccia di Tommy era gelido e la sua testa sembrava tutta sbagliata; Reuben aveva male allo stomaco a pensare che dentro tutto era rotto e fosse solo la pelle a tenere tutto assieme.
«Chiama un’ambulanza!»
«Non funziona così,» disse Manning a Reuben. «Devi occupartene tu.»
«Occuparmene come?»
«Come puoi.» Manning incrociò le braccia. «Dove vuoi, ma non qui.»

L.

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Pubblicato da su settembre 20, 2016 in Uncategorized

 

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