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[Scrivere di menare] Nelmondodimezzo (2015)

15 Set

nelmondodimezzoEcco degli estratti “di menare” dal romanzo “Nelmondodimezzo. Il romanzo di Mafia capitale” (2015) di Massimo Lugli – Newton Compton (luglio 2015).
Il testo che segue è preso dall’anteprima GoogleBooks del romanzo, che trovate anche in versione Kindle.

Essendo nato e cresciuto a Roma, mi piace questa descrizione di Lugli, che ricrea perfettamente un ambiente da palestra che era molto comune un tempo, quando cioè bazzicavo alcune fantasiose palestre romane.

«Ajimè». Il comando in giapponese mi sorprese. Ma come si dice “combattete” nel kung fu? Frugai nei recessi della memoria ma fui interrotto dall’urlo selvaggio di mio figlio. Come un giaguaro affamato, Paolo si scaraventò sul suo avversario, un ragazzo della sua età appena un po’ più alto di lui, che non attese la carica ma, a sua volta, gli si lanciò contro. Nessuno studio, nessuna posizione di guardia: uno scambio selvaggio di calci e pugni con pochissima tecnica, ma una brutalità che in quarant’anni di arti marziali avevo visto solo sui ring di free fight o in qualche sperduto torneo di boxe tailandese.

M’irrigidii mio malgrado guardando Paolo, il mio educato, gentile figlio quattordicenne, afferrare la gamba dell’avversario con un braccio, proiettarlo a terra, cadere su di lui e cercare di bloccarlo con le ginocchia mentre lo tempestava di pugni in faccia, L’altro, Giuseppe, reagì agganciandogli la vita con le gambe, in una tecnica classica dei ju jutsu brasiliano o delle arti marziali miste, che ne erano derivate e tentare di capovolgere la situazione mettendolo schiena a terra. L’incontro divenne una lotta goffa e ansimante, con i due contendenti che cercavano di applicare una chiave articolare o una, presa al collo e, appena trovavano un po’ di spazio, sì colpivano ferocemente con pugni e gomitate. Il mio sguardo sempre più allarmato si spostò sul maestro, sperando di sentire il comando di stop, break o come cazzo sì ordinava di interrompere il combattimento. Niente da fare: sifu Giancarlo se ne stava tranquillo, a braccia incrociate, ad assistere al massacro con un’espressione indecifrabile, a metà tra l’indulgente e il divertito.

I due ragazzi continuarono a contorcersi per un po’ e poi, finalmente, il sifu intervenne e li separò, riportandoli a distanza. Paolo e l’avversario si guardavano con odio, fremendo dalla voglia di continuare a combattere. Un nuovo comando, una seconda, feroce carica. Paolo centrò Giuseppe con un calcio frontale in pieno petto che lo sbalzò a terra. Un istante dopo mio figlio gli fu addosso, lo colpì con un paio di calci all’addome, doppiò con una serie di pugni a catena fino a quando l’altro batté la mano a terra in segno di resa. Rialzandosi, Giuseppe si asciugò un rivolo di sangue che gli sgorgava dal naso. Ignorai lo sguardo trionfante di Paolo mentre il maestro alzava il braccio verso di lui proclamandolo vincitore.

Quell’incontro non mi era piaciuto affatto ma, del resto, niente, in quella scuola, mi piaceva: la grottesca tenuta del sifu: una giacca nera cinese completa di alamari ma senza maniche per mettere in mostra le braccia muscolose e piene di tatuaggi, con una sorta di fascia d’oro alla vita e pantaloni svasati, il simbolo dello stile, una tigre rampante tra due sciabole incrociate, la panoplia di spade, alabarde, nunchaku, asce e altre armi tradizionali in un angolo, l’espressione spaventata, furente o allarmata dei ragazzi che aspettavano il loro turno ma, soprattutto, l’assenza della foto, quasi obbligatoria nelle palestre di kung fu, del Si-Jo, il “Nonno”, il maestro del maestro o il caposcuola a cui faceva riferimento lo stile. Sifu Giancarlo, molto probabilmente, aveva inventato una sua disciplina personale, assemblando tecniche di arti diverse in cui mi era sembrato dì riconoscere un po’ di Shaolin classico, un po’ di boxe tailandese, un pizzico di ju jutsu e una spolverata di lotta libera. Rimpiangevo la prima scuola di goju ryu di mio figlio, con i suoi rituali sofisticati, la cortesia obbligatoria verso l’avversario, la rigidissima disciplina, i karategi bianchi che si differenziavano solo per il colore della cintura, i diplomi in giapponese e in italiano del Sensei che poteva dimostrare di aver superato un lunghissimo tirocinio prima di ottenere l’abilitazione all’insegnamento. Le arti cinesi vantano una tradizione plurisecolare ma, in mancanza di una federazione unica, chiunque abbia grinta e faccia tosta può improvvisarsi maestro e quel posto, più che un luogo di formazione fisica e spirituale, mi sembrava una scuola di picchiatori. Ma erano considerazioni da tenere per me, almeno per adesso. La rabbia con cui Paolo aveva umiliato l’avversario la diceva lunga e probabilmente France aveva ragione: a quell’età, bastava pochissimo per scatenare un conflitto tra un padre ormai attempato e un figlio adolescente che cercava a sua strada.

La lezione si concluse con il saluto classico: pugno destro nella mano sinistra e un leggero inchino al maestro, poi mio figlio scomparve nella doccia assieme agli altri allievi e immaginai gli scherzi, le battute, gli schizzi d’acqua e le prese in giro da spogliatolo che avevo vissuto per anni e anni nel mio peregrinare da un’arte marziale all’altra, in una ricerca incessante che, alla fine, mi aveva fatto approdare alla danza gentile e letale del tal ki kung. Anch’io, in fondo, avevo cambiato spesso disciplina, ma la svolta di Paolo e tutta quella violenza selvaggia mi preoccupavano. Non sono tanto le botte in sé ma lo spirito con cui si affronta il combattimento a cambiare tutto.

«Che ne dice, signor Corvino?», la voce del maestro mi fece sobbalzare. Mi si era avvicinato alle spalle in silenzio mentre gli allievi più grandi della lezione successiva cominciavano a scaldarsi con qualche esercizio di stretching.

«Be’… Molto efficace», tergiversai. «Certo, fa un po’ impressione vedere dei ragazzi di quell’età che si picchiano in quel modo».

«Ma lei non era un praticante di arti marziali?». Il tono del sifu era improvvisamente aggressivo, quel tizio mi dava istintivamente sui nervi. Vidi un ciondolo d’oro penzolargli al collo e mi sembrò di riconoscere un fiore di prugno stilizzato.

«Be’, sì, da ragazzo ho fatto parecchio karate e…»

«Che stile?»

«Kyokushin kai».

«Be’, non è esattamente danza classica…», ma la sua ironia, evidentissima, lo smentiva. Il classico stronzo che considera tutte le altre discipline una pura perdita di tempo.

«No, anche noi picchiavamo duro ma… Non so… Forse combattimenti erano un po’ più controllati… Del resto sono tanti anni che non pratico karate», aggiunsi conciliante. «Ora faccio tai chi, roba da vecchietti». La sua espressione spiegò chiaramente cosa pensava del “Pugilato dei supremo fondamento”: roba da finocchi o da pensionati.

«I miei allievi imparano a combattere, non a ballare», pontificò. «In uno scontro di strada non ci sono regole, non c’è un arbitro che interrompe se uno si fa male. Conta solo sopravvivere. È questo che cerco di insegnare a suo figlio e agli and ragazzi». Quante volte avevo sentito quelle scempiaggini? In uno scontro di strada non c’è tecnica, si va al sodo, bla bla. La realtà della strada è un coatto che ti rompe la testa a mazzate o che tira fuori il coltello o addirittura il ferro a tradimento ed ero sicuro di conoscerla meglio di quel pomposo imbecille. Scossi la testa e lui interpretò il gesto nel modo peggiore.

«Se vuole può provare…», mi sfidò indicando il tatami. «Uno scambio di tecniche leggero leggero, tanto per saggiare i suoi riflessi». Probabilmente stava cercando l’occasione per massacrarmi di botte davanti a mio figlio. Sorrisi tristemente.

«Ho quasi sessant’anni, sifu Giancarlo», calcai di proposito sul titolo, tanto per fargli capire che lo consideravo indegno dì fregiarsene. «Alla mia età certe cose interessano poco. Contano più l’aspetto spirituale, la coltivazione dell’energia interna, mantenersi in forma senza traumi…». Fece una smorfia nauseata e aprì la bocca per interrompermi o provocarmi di nuovo ma, in quel momento, Paolo ricomparve in tuta, con i capelli umidi sotto il cappuccio della felpa e la borsa a tracolla. Il suo aspetto da pulcino marziale mi strappò un sorriso di tenerezza che lui ignorò mentre si rivolgeva al maestro.

https://books.google.it/books?id=w0EaCgAAQBAJ&lpg=PP1&dq=Nelmondodimezzo.%20Il%20romanzo%20di%20Mafia%20capitale&hl=it&pg=PP1&output=embed

L.

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Pubblicato da su settembre 15, 2016 in Uncategorized

 

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