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[Professione Traduttore] Andrea Carlo Cappi

12 Ago
Andrea Carlo Cappi (foto di Alberto Aliverti, 2011)

Andrea Carlo Cappi
(foto di Alberto Aliverti, 2011)

Impossibile racchiudere in due parole la carriera professionale di Andrea Carlo Cappi: saggista, romanziere e molto altro ancora, ma soprattutto – per quel che concerne questa rubrica – traduttore.

Ancora più impossibile racchiudere in poche righe i molti libri tradotti: da Matilde Asensi (Iacobus, L’ultimo Catone) a Janet Evanovich (Tre e sei morto, Batti il cinque); da Jeffery Deaver (La dodicesima carta, La luna fredda) a Raymond Benson (Conto alla rovescia, Prima del buio); da Dashiell Hammett (Un matrimonio d’amore) a Pedro Casals (Il banchiere, Il primo potere). Ma l’elenco è davvero lungo…

Da poco è in libreria con un romanzo firmato in coppia con Paolo Brera, Il visconte (Sperling&Kupfer); inoltre partecipa con un racconto al recente Notturno Alieno (Bietti), antologia di fantascienza noir.

Quand’è che hai deciso di diventare un traduttore? E, se non l’hai deciso, come ti ci sei trovato in mezzo?

Era la fine degli anni ’80, quando ho deciso anche di diventare sul serio uno scrittore. Pensavo che fosse una buona mossa mettermi a tradurre per guadagnare qualcosa mentre cercavo di pubblicare le mie storie. In realtà poi sono riuscito a diventare l’uno e l’altro solo nei primi anni ’90. L’importante è che gli impegni come traduttore non soffochino quelli come autore.

Secondo te è più faticoso tradurre un romanzo o scriverlo?

Di solito tradurlo, perché presumibilmente del romanzo che scrivo mi piace tutto, altrimenti non lo scriverei; mentre non necessariamente mi piace tutto di un romanzo che traduco. Una cosa che, se possibile, evito (ma non sempre si riesce, spesso occorre preparare in anticipo una scheda sul libro perché l’editore decida se pubblicarlo o meno), è leggere prima il libro che devo tradurre: se, quando lo sto traducendo, mi ricordo che a un certo punto arriva una parte noiosa… so già cosa mi attende ma devo andare avanti lo stesso, ancorché controvoglia. E qui si scopre che i romanzi davvero belli sono quelli che, pur avendoli già letti, quando li si deve tradurre continuano a piacere o piacciono ancora di più.

Hai tradotto da più lingue: quale secondo te è più “confortevole” nel passaggio all’italiano?

Dipende dal libro. Ho tradotto da inglese e spagnolo e a dispetto dell’apparente vicinanza tra quest’ultimo e l’italiano, in qualche caso rendere un certo linguaggio può non essere così immediato. In qualsiasi caso, la traduzione migliore è, secondo me, quella che porta ad avere un libro scritto in italiano come se l’autore originale l’avesse pensato in italiano. Il che implica entrare il più possibile nella mente dello scrittore da tradurre.

Ti è capitato di tradurre un autore che proprio non sopporti?

Alla fine degli anni ’90, per esigenze alimentari, mi è capitato di tradurre un’atroce antologia di storie che potremmo definire “new age”, scritte perlopiù da americani ignoranti per un pubblico di americani ignoranti: un’intollerabile accozzaglia di racconti di vita vissuta (o presunta tale) che avrebbero dovuto illuminare il lettore. In quel caso, entrare nella mente degli autori comportava trovarci cose che avrei preferito lasciare dov’erano.

Il testo che più ti ha fatto ammattire a tradurre? E quello che invece più ti ha divertito?

Molto spesso quelli più difficili sono anche i più divertenti. Un esempio: i romanzi di Emily The Strange, di Rob Reger e Jessica Gruner, pieni di giochi di parole pressoché intraducibili. In questo caso siamo in due a lavorarci e devo dire che di solito le soluzioni più brillanti le escogita la mia collega Valentina Paggi. In altre occasioni la difficoltà può essere semplicemente la lunghezza del libro in rapporto al tempo che posso stanziare per tradurlo: in un paio di casi sono arrivato alle 140 ore di lavoro settimanali. Altre volte ancora i problemi nascono da elementi contingenti: in un romanzo di Jeffery Deaver (sempre precisissimo nella documentazione) i protagonisti si aggiravano in una foresta popolata di alberi che esistono solo in quella particolare regione degli Stati Uniti e per i quali non esisteva un termine italiano, ma solo il nome scientifico in latino; quello è stato un vero incubo.

C’è stato qualche romanzo (o saggio) che, traducendolo, hai avuto una gran voglia di aver scritto tu?

Parecchi… per esempio Le ore del male di Raymond Benson, che però non avrei mai potuto scrivere io perché non sono nato e cresciuto nel West Texas. Ogni tanto si ha davvero la fortuna di tradurre un libro che è un autentico piacere rendere in italiano, pagina dopo pagina. Per uno scrittore, tradurre un bravo collega significa anche imparare qualcosa.

Ti è mai capitato di aver voglia di “aggiustare” qualche passaggio mal scritto? Secondo te un bravo traduttore aggiusta o lascia così com’è?

Dipende dalle circostanze e dal margine di decisione che viene concesso al traduttore caso per caso. Mi è capitato varie volte, per esempio, di eliminare nell’edizione italiana qualche svista sfuggita all’editor (non ci sono più gli editor americani di una volta). Ricordo un thriller in cui, in uno dei primi capitoli, c’era una frase da cui si poteva intuire uno dei colpi di scena finali; sono riuscito ad avvisare per tempo l’autore, che l’ha eliminata dal testo prima che uscisse negli USA. In un paio di casi sono riuscito, in accordo con gli autori, a inserire nel testo italiano parti che erano state eliminate per errore dall’editor nell’edizione originale e la cui assenza creava errori nella storia o imprecisioni nell’ambientazione.

La traduzione cine-televisiva ha dei limiti (tempistica, ritmo, labiale degli attori, ecc.): c’è un corrispettivo di questi limiti in quella cartacea (come per esempio il numero di pagine del libro finito)? E se sì, quanto possono influire questi limiti sul lavoro di traduzione?

A volte si pone il problema di un numero di pagine limitato, per fortuna solo in casi o in collane particolari, e viene chiesto di tagliare il testo. Ove possibile io preferisco rendere più sintetica la traduzione, senza tagliare nulla.
Anche se in qualche caso – ma di solito quando non mi viene richiesto – un taglio qua e là snellirebbe certi romanzi che sono allungati a forza per ordine degli editori americani.

Per finire, qual è il libro (o la serie di libri) di cui vai più fiero di aver curato la traduzione?

Ce ne sono parecchi… spesso si tratta di libri che ho scelto e fatto pubblicare io: potrei citare L’uomo dalle formiche in bocca di Miguel Barroso, Iacobus di Matilde Asensi, Thrilling Cities di Ian Fleming e sicuramente il primo romanzo di Jeff Lindsay su Dexter, in cui ho più o meno fissato il tipo di linguaggio da usare, prima di passare la serie a Cristiana Astori che la prosegue nello stesso stile.

L.

P.S.
Questo articolo è apparso originariamente su ThrillerMagazine il 3 ottobre 2011.

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Pubblicato da su agosto 12, 2016 in Interviste, Traduttori

 

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