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[Pseudobiblia] Gargantua e Pantagruel

29 Giu

RabelaisNel marzo del 2012 uscì la notizia che la collana “I Mammut” della Newton Compton avrebbe fatto tornare in libreria Gargantua e Pantagruel, la grande opera di François Rabelais che costituisce il primo esempio (se non proprio la scintilla) del gioco letterario più pantagruelico di sempre: quello degli pseudobiblia.

Mi attivai subito per una degna presentazione dell’evento, anche se nel 2009 avevo già trattato il testo proprio nel primo numero della mia rubrica fissa sui “libri falsi”, e per l’occasione riuscii a contattare anche il professor Alessandro Barbero, che in una puntata della trasmissione radiofonica “Damasco” aveva raccontato come il Gargantua l’avesse particolarmente colpito in gioventù.

Ripesco dunque sia il mio primo approfondimento sull’opera di Rabelais sia il suo “rilancio” in libreria.

La libreria di San Vittore

François Rabelais (1494-1553) ha una particolarità davvero unica: è fra gli autori che hanno inserito più pseudobiblia in un’unica opera. Un’impresa così “pantagruelica” può trovarsi (ovviamente) solo nel Pantagruele, del 1532.

Quest’opera affonda le proprie radici in un substrato culturale decisamente popolare. Nel 1532 infatti viene pubblicato a Lione una raccolta anonima di storielle popolari dal titolo Grandes et inévitables chroniques de l’énorme géant Gargantua. Si tratta di storie epiche annacquate con forti dosi di comicità, e che si rifanno a loro volta ai canoni del romanzo cavalleresco medioevale, come per esempio il ciclo di Re Artù.
Questa raccolta riscuote un grande successo popolare, e lo stesso anno Rabelais vuole ricollegarsi alle storie narrate inventando il personaggio di Pantagruele, figlio del Gargantua protagonista delle Chroniques. L’operazione riesce ed il successo è tale che l’autore nel 1534 si spinge a riscrivere la biografia di Gargantua stesso, reinterpretandola a suo modo.

Due protagonisti incontenibili

Pantagruel secondo Gustave Dorè (Paris, Bibliothèque Nationale) incisione di Paul Jonnard-Pac

Pantagruel secondo Gustave Dorè
(Paris, Bibliothèque Nationale)
incisione di Paul Jonnard-Pac

Gargantua e Pantagruele sono due giganti che si aggirano per la Francia. Sono giganti buoni, questo sì, ma ne combinano di tutti i colori, e i risultati delle loro imprese sono spesso devastanti per la città che abbia la sfortuna di vederli protagonisti. Con questo espediente Rabelais può catturare l’attenzione dei lettori della cultura popolare, raccontando le avventure enogastronomiche dei due giganti (da fine ’800 entra anche nella lingua italiana l’uso dell’aggettivo “pantagruelico” per indicare un lauto banchetto), ma allo stesso tempo mira a fare dei suoi personaggi vere icone del Rinascimento: due uomini giganteschi com’è gigantesco l’appetito intellettuale dell’uomo rinascimentale.

Gargantua fu istruito addirittura da un «sofista nelle lettere latine», anche se i tempi di apprendimento risultano decisamente esagerati: per imparare bene l’alfabeto impiega cinque anni e tre mesi! Poi legge il «De modis significandi coi commenti di Urtaborea, Facchino, Cenetroppi, Galeotto, Gianvitello, Billonio, Leccasterco e d’un branco d’altri. Questo insegnamento richiese più di diciotto anni e undici mesi.»
Qui si può notare come non sia solamente il libro ad essere inventato, ma anche i commentatori!

Nasce il gioco degli pseudobiblia

Tutta l’opera di Rabelais è disseminata di citazioni vere e citazioni inventate. Ma il più grande assembramento di pseudobiblia lo si può trovare nel capitolo VI del libro secondo, quando Pantagruele ha finito gli studi a Orléans e decide di visitare la grande Università di Parigi.

Arrivato nella città, il gigante è affascinato dalla «libreria di San Vittore», della quale procede ad elencare più di 140 titoli.
È un’esagerazione letteraria, un elenco che mette a dura prova il lettore più appassionato, ma d’altronde, com’è ben specificato nel prologo, questo è un «libro pieno di pantagruelismo», quindi tutto ciò che vi si racconta è esagerato!

I titoli dei libri di questa “libreria” sono decisamente espliciti ed alternano il latino al francese.
Abbiamo così il De modo cacandi, il Cacatorium medicorum e La Profiterolle des Indulgences; il De modo faciendi boudinos e Le Cul pelé des vefves; come se non bastasse, l’autore, a chiosa dell’elenco, precisa come alcuni di questi titoli siano stati stampati nella «nobile città di Tubinga», vero e proprio faro della cristianità!

Dice lo storico Alessandro Barbero nel 2007:

«Bisogna stare attenti, perché Rabelais è uno capace di tirar degli scherzi, da questo punto di vista. Cita libri importanti, autorità e poi ti mette anche in mezzo il libro inventato, e non sempre è facile distinguere se stia citando un libro che esiste davvero oppure inventato. È chiaro che quando fa il catalogo di una biblioteca monastica e per prendere in giro i monaci elenca libri come l’Ars honeste petandi in societate, oppure attribuisce ad un venerabile padre della Chiesa cone Beda un trattato sulla sublimità della trippa [De optimate triparum], si capisce che evidentemente sta inventando».

Non mancano titoli chilometrici come Antipericatametanaparbeugedamphicribrationes merdicantium: un vero scioglilingua!

Il messaggio di Rabelais

Chiudo con un sincero e chiarificatore messaggio di Rabelais, dal suo prologo a quest’opera:

«leggendo gli allegri titoli di alcuni libri di nostra invenzione come Gargantua, Pantagruele, La dignità delle braghette, I piselli al lardo cum commento, etc. credete troppo facilmente non trovarvi dentro che burle, stramberie e allegre fandonie […] Aprire il libro dunque bisogna, e attentamente pesare ciò che vi è scritto. Allora v’accorgerete che la droga dentro contenuta è di ben altro valore che la scatola non promettesse: vale a dire che le materie per entro trattate non sono tanto da burla come il titolo dava a intendere».

Quello che sembra un gioco, dunque, ne ha solo l’apparenza.

Torna il pantagruelico Gargantua

Riproduzione del frontespizio di Pantagruel (Lyon, 1532)

Riproduzione del frontespizio
di Pantagruel (Lyon, 1532)

«Romanzo satirico pieno di originalità e di erudizione, ma spesso contaminato da osceni equivoci e da un empio cinismo»: così il Dizionario biografico universale di Francesco Predari (1865) commentava l’opera di François Rabelais, quel Gargantua e Pantagruel con cui nel 2009 iniziava la mia rubrica “Pseudobiblia. Storie di libri che non esistono”. (Sicuramente il minore dei pregi del romanzo!)

L’opera voluminosa di inizio Cinquecento – in realtà raccolta di cinque scritti che l’autore dedicò al mondo dei suoi personaggi – permea da subito la cultura europea in ogni suo aspetto, anche quello lessicale: non solo Rabelais sdogana nella lingua francese il termine “enciclopedia” («m’ha ouvert le vray puits et abysme de encyclopedie», Pantagruel, XX) – anche se l’espressione non ha ancora il senso odierno – ma tutt’oggi è usato il deonimo “pantagruelico”, che da metà Ottocento indica «qui mange et boit sans cesse», chi mangia e beve costantemente. (In italiano è però un aggettivo che si lega ad una ricca tavola imbandita, non a chi ad essa vi si serve.)
Perché è questo il segreto di Rabelais: ha scritto un’opera enciclopedica e pantagruelica, dove ogni cosa è spiegata ed elencata in modo esagerato e senza freno. Lo ammette lui stesso – mascherandosi per motivi di censura dietro lo pseudonimo-anagramma di Alcofribas Nasier – quando nel frontespizio così mette in guardia il lettore: «Libro pieno di pantagruelismo».

Il grande gioco dei libri falsi

Quando Pantagruel si reca dunque alla prestigiosa università parigina e si lascia ammaliare dalla Libreria di San Vittore (Pantagruel, capitolo VII), il Rabelais non può far altro che lasciarsi andare ad un pantagruelico, enciclopedico e soprattutto farlocco elenco di libri impossibili, di libri verissimi che si fondono con titoli paradossali.
Quattrocento anni prima che nascesse la parola, l’autore francese diede vita al grande gioco degli pseudobiblia: finora non sono riuscito a trovare un testo anteriore che giochi con i titoli dei libri e prenda in giro autori affibbiando loro opere oscene (come il celeberrimo “De modo cacandiArs honeste petandi in societate”) per di più stampate a Tubinga, culla della cristianità!

Era da poco che la stampa a caratteri mobili aveva dato vita ad una delle più grandi rivoluzioni della cultura umana (la più sottostimata, secondo la celebre Elizabeth L. Eisenstein). La possibilità di stampare più libri che nel passato stava incrinando il senso di innato rispetto (quasi divino) verso l’oggetto-libro, tanto che ora un Rabelais poteva permettersi di giocarci e di fare con esso mille scherzi e tiri mancini, seguendo la massima dei Thelemiti: «Fa’ ciò che vuoi» (Gargantua, LVII).

Intervista ad Alessandro Barbero

La Newton Compton porta in libreria il Gargantua e Pantagruel nella collana “I Mammut” (n. 104, ISBN 9788854136441), con la traduzione di Emanuele Trevi.

Alessandro Barbero

Alessandro Barbero

Per l’occasione ho chiesto un commento sull’opera di Rabelais ad un grande storico medievista, Alessandro Barbero, che sin da ragazzo nutre una grande passione per i nostri due giganti buoni.

Cos’ha significato per lei la lettura del “Gargantua e Pantagruele”?

È stata un’esperienza decisiva. L’ho letto intorno ai vent’anni, e mi ha fatto capire l’incredibile libertà che c’è nello scrivere: mi ha fatto toccar con mano che uno scrittore può davvero fare quello che vuole, sovvertire tutte le regole, tutte le convenzioni. Leggere Gargantua è un’esperienza paragonabile, credo, alla droga: ti fa vedere il mondo da punti di vista che non avresti mai immaginato.

È ancora possibile oggi, nel 2012, che un ragazzo si appassioni alla potenza evocativa del testo di Rabelais?

Ma certamente, dipende da che ragazzo! Voglio dire che l’effetto che questo libro ha fatto a me, non lo fa mica automaticamente a tutti, né allora né adesso. Ci sono lettori di Rabelais, e c’è una vasta umanità che non l’ha letto e non avrebbe nemmeno voglia di leggerlo. Ma se è dal XVI secolo che questo libro fa vibrare qualcosa nell’anima dei suoi lettori, non è certo il cambiamento che si è verificato dal 1980 al 2012 che può mettere fine a questa magia.

Come storico si è mai trovato di fronte ad una fonte che citasse un elenco di libri incredibili come quelli della Libreria di San Vittore? Nel caso, come reagirebbe?

Che strana domanda! Ma sa, anche Gargantua a suo modo è una fonte, una fonte straordinaria per capire la cultura del Cinquecento. Se invece un elenco del genere lo trovassi, che so, nell’inventario post-mortem di una biblioteca, be’, mi gratterei la testa a lungo…

Come romanziere le è mai venuta voglia di creare una “versione moderna” dell’opera di Rabelais?

Diciamo che mi piacerebbe immensamente essere capace di scrivere con la stessa vitalità, scorrettezza, gioia; di creare personaggi altrettanto cinici e folli, trame altrettanto scombiccherate, ironie altrettanto fulminanti…

In conclusione

Non mi resta che chiudere invitando chiunque anche solo a sfogliare un’opera incontenibile e soprattutto pantagruelica, che per prima dà il via al gioco degli pseudobiblia, così motivando il fatto che ci si dedichi alla lettura «di libri pantagruelici, non già per passare il tempo in allegria, bensì per nuocere malignamente a qualcuno, inquisiculando, alamanacculando, torticollando, culeggiando, coglionettando e diaboliculando, cioè calunniando» (Traduzione di Augusto Frassineti, Rizzoli 1984).

L.

P.S.
Il primo articolo è apparso originariamente su ThrillerMagazine il 10 giugno 2009. Il secondo, con l’intervista di Barbero, il 30 marzo 2012.

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Pubblicato da su giugno 29, 2016 in Interviste, Pseudobiblia

 

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