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Chi è intelligente? Riflessione su memoria e intelligenza

17 Feb

u655La questione su cosa sia l’intelligenza è spinosa ed annosa, nonché di difficile risoluzione: ogni cultura se non proprio ogni individuo si dà la propria definizione di intelligenza e smette di analizzare un problema tutt’altro che semplice.
La questione mi sta a cuore sin da quando, da bambino, ascoltavo i miei genitori che studiavano filosofia a casa, per conto loro, e si interrogavano su questo ed altri argomenti. Poi da giovane ho scoperto una prova lampante, un segno del destino che studiare l’intelligenza sarebbe stata una mia passione: guardate la copertina di questo vecchio numero di “Urania” (n. 655), e leggete la data di pubblicazione. 13 ottobre 1974, il giorno della mia nascita!

Scherzi a parte, il titolo italiano Chi è intelligente? rispecchia il succo del romanzo del 1972 di Joseph Green. Il protagonista gira la galassia di mondo in mondo per stabilire il grado di intelligenza della varia fauna che viene scoperta nell’universo, così da evitare i ben noti atti di sterminio della storia terrestre perseguiti perché si considerava “inferiore” una determinata razza (umana od animale). Ma i casi sono molto diversi tra loro perché non esiste una definizione universale di intelligenza: ognuno, nel proprio mondo e nel proprio modo, è intelligente. Così il protagonista dovrà salvare specie animali considerate “stupide” dimostrando che in qualcosa pure loro sono intelligenti.

Nel 1997 il biologo statunitense Jared Diamond scrisse un celebre saggio che ho divorato con gran piacere trovandomi in profondo disaccordo con buona parte! In “Armi, acciaio e malattie” – i tre elementi che hanno formato la storia umana – Diamond sta cercando di scardinare lo stereotipo “Gli europei hanno conquistato il mondo perché sono più intelligenti” sconfinando però in altri stereotipi: in un aneddoto cita una sua guida in un paese tropicale che sapeva orientarsi senza alcuno strumento occidentale, mentre un qualsiasi europeo non avrebbe saputo farlo. La frase si commenta da sola, ma ciò che conta è che per gli americani basta saper fare bene una cosa per essere intelligenti…

SID-212-Carr-E-800x800I QI e i test che decidono del futuro dei giovani americani sono qualcosa di incredibile, tentano di quantificare un qualcosa impossibile da definire – l’intelligenza – concretizzando un concetto astratto.
Gli esempi sono tanti, ma ultimamente un bel saggio che ho letto – “Internet ci rende stupidi?” di Nicholas Carr, di cui ho già parlato qui – si è lasciato sfuggire un’affermazione che riassume perfettamente la concezione americana dell’intelligenza:

ci sono prove del fatto che mentre costituiamo il nostro personale bagaglio di ricordi, diventiamo più intelligenti.

Senza addurre le “prove” che cita – mentre nel resto del saggio ci sono abbondanti annotazioni – Carr ci spiega che più ricordi si hanno più si è intelligenti, e questo è confermato dall’ossessionante nozionismo alla base della cultura americana: ricordare le capitali degli Stati è pratica comune, citata in ogni forma di cultura popolare, ma di spaventosa inutilità. Con un po’ di sforzo chiunque può riuscire a ricordare un alto numero di nomi di città: per questo è dunque più intelligente di chi non le ricorda? Visto che il ricordare un nome non è legato a sapere alcunché di quelle città, della loro formazione, della loro importanza o anche della loro posizione su una qualsiasi cartina, ecco che il nozionismo mnemonico è quanto di più lontano si possa immaginare dall’intelligenza.

Anche risolvere le parole incrociate “difficili” è considerato prova di elevata intelligenza, e nella narrativa popolare serve spesso per sottolineare la “marcia in più” di un personaggio. Addirittura nel film The Imitation Game (2014) lo sceneggiatore americano Graham Moore vuole farci credere che il geniale Alan Turing avrebbe scelto i collaboratori per decodificare la macchina nazista Enigma… facendo loro risolvere parole incrociate.
Che a Bletchley Park – dove il Governo britannico aveva riunito le migliori menti per decodificare i messaggi nemici – ci fossero esperti di enigmistica è noto e assolutamente plausibile, ma si parla di quella enigmistica che prevede conoscenze matematiche ed abilità astrattive che potrebbero avere un ruolo nel pensiero creativo: sapere quale fiume bagni uno sperduto paesino o il nome della tipica abitazione rurale russa, è tutto tranne che “intelligenza”…

Keira Knightley in "The Imitation Game" (2014) che cerca di ricordare il nome di un affluente del Po...

Keira Knightley in “The Imitation Game” (2014) che cerca di ricordare il nome di un affluente del Po…

Il citato Nicholas Carr dedica un ampio capitolo del suo saggio a spiegare la memoria e gli esperimenti che ce l’hanno fatta capire meglio, ed è una lettura appassionante che consiglio vivamente.
Però poi arriva il momento critico. Spiegato perché la memoria umana non è uguale a quella digitale, e che se ci affidiamo troppo a quest’ultima rischiamo di perdere la capacità di memorizzare a pieno, continua ad associare memoria con intelligenza: se perdiamo le nostre qualità mnemoniche avremo ridotta la nostra intelligenza. Capisco il punto di vista di un americano, ma se appartieni a una cultura che non calcola l’intelligenza in base alla memoria, allora non si corre alcun rischio…

Curiosamente Carr ha ben spiegato come il celebre monito di Socrate (che poi ce lo racconta Platone, mettendoci del suo, ma va be’), che l’avvento della scrittura avrebbe rovinato la memoria, era spinto anche dalla naturale diffidenza verso le nuove tecnologie. Carr stesso ha illustrato i cambiamenti tecnologici che hanno cambiato il nostro modo di acquisire informazioni: in nessuno di quei casi ha parlato di un calo di intelligenza. Tutti gli europei degli ultimi 2.500 anni sono meno intelligenti di Socrate, visto che nessuno di essi ha più le qualità mnemoniche richieste da una cultura orale: questo Carr ovviamente non lo può dire, nessuno può farlo, eppure è la diretta conseguenza del suo discorso.

Bellotti_SocrateLa cultura scritta non è meno intelligente della cultura orale, sebbene abbia perso l’allenamento della memoria. Una volta la gente imparava a memoria l’Iliade e l’Odissea e oggi non sarebbe facile… ma poi sapevano solo quelle! Un bambino di oggi sa più cose che tutti i filosofi greci messi assieme: non sarà intelligente, ma magari ha più possibilità di diventarlo di uno che ha solo memoria.

C’è chi considera la buona chiacchiera una forma di intelligenza – e in fondo Socrate stesso è il simbolo di chi ti ammazza di chiacchiere e alla fine ti convince per sfinimento! – e chi considera il puro e sterile nozionismo una prova di intelligenza. C’è chi considera intelligenti gli “altri” da noi perché non si sono lasciati fuorviare dal capitalismo – ma magari vorrebbero pure loro! – e chi crede che una definizione soddisfacente di intelligenza sia comprendere il collegamento tra i fatti: non i fatti stessi. Io appartengo a quest’ultima categoria.
Sono tutto tranne che un seguace o un conoscitore dell’opera di Maria Montessori, ma trovo incredibilmente ispirata questa sua citazione, che uso come finale:

Insegnare i dettagli significa portare confusione. Stabilire i rapporti tra le cose significa dare conoscenza.

L.

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Pubblicato da su febbraio 17, 2016 in Indagini

 

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