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Piccolo mondo digitale

03 Feb

Razionalità digitaleHo letto recentemente un piccolo delizioso saggio – che consiglio vivamente – dal titolo Razionalità digitale. La fine dell’agire comunicativo (Digitale Rationalität und das Ende des kommunikativen Handelns, 2013) firmato da Byung-Chul Han, filosofo tedesco di origine coreana.
Il testo breve è edito da GoWare (gennaio 2014, € 4,99) nella collana di filosofia “Meme”, con traduzione dal tedesco e adattamento di Alessandro Grassi.
A rimpolpare l’edizione italiana ci sono dei saggi di contorno che approfondiscono la questione.
Già, la questione

Chiedete di persona a chiunque e la risposta sarà sempre la stessa: internet e i social media stanno rovinando la socialità. È una chiacchiera da bar ma per gli italiani le chiacchiere da bar sono la Verità.
Infatti si cercano appigli per crificare in ogni modo la Rete, colpevole dell’eccessivo isolazionismo e via dicendo: è come se trent’anni fa si fossero criticati i telefoni perché i ragazzi passavano ore a parlarci dentro invece di uscire e “comunicare” di persona. Come sempre le chiacchiere da bar guardano il dito e mai la Luna.

Un dato importante che ci fornisce l’impianto italiano che circonda il saggio è che dal 2009 Google ha attivato quei protocolli ormai ben noti: la navigazione non è più un’esperienza “universale”, non è per tutti uguale, perché ad ognuno di noi Google fornisce risultati “falsati” dalla nostra vita digitale.
Se io cerco sempre su Wikipedia, qualsiasi mia ricerca su Google avrà quel sito tra i primi risultati, ma anche eBay ed Amazon mi martellano di messaggi inerenti le mie ricerche. La mia esperienza in Rete dunque sarà diversa da chiunque altro perché tutto ciò che mi apparirà in video sarà frutto di mie ricerche precedenti, acquisti e preferenze.
Una volta preso atto di questo fenomeno, la domanda nasce spontanea: e allora? Nella cassetta della posta del mio condominio ci sono solo pubblicità di negozi vicini, non delle città accanto, eppure nessuno parla di restringimento dell’universo pubblicitario.
La pubblicità serve a vendere, sia che sia cartacea che digitale, e tanto Google quanto qualsiasi altra entità di internet ha un solo motivo di vita: vendere. Vi svelo un segreto per combattere questo fenomeno: non comprate a casaccio, ma solo se lo volete coscientemente.

La questione è ovviamente più sul piano filosofico. I saggisti italiani fanno notare che questa politica di Google tende a restringere sensibilmente l’universo digitale, perché alla fine chi naviga si ritrova in un piccolo universo fatto di cose nate da se stesso: come uno di quei piccoli Dei dispettosi delle vecchie storie di Star Trek. (L’immagine è mia, non c’è nel saggio!)
Onestamente non vedo dove sia il pericolo di questa immagine, perché chi non naviga e ha una socialità considerata “buona” – cioè non digitale – si comporta esattamente come negli “universi personali” creati da Google e gli altri.
Tutti quelli che frequentano ristoranti tendono ad andare sempre negli stessi posti per tutta la vita (malgrado a chiacchiere siano degli “avventurieri”), eppure non ci sono studiosi che denunciano la ristrettezza dell’universo della ristorazione.
Le persone “sociali” sono abitudinarie (anche quando dicono di non esserlo) e giudicano il mondo esclusivamente in base ai pochi metri di realtà che conoscono: eppure nessuno critica questo universo infinitamente inferiore rispetto al digitale.
Di solito le persone conservano gli amici dell’infanzia, e se possono scelgono di uscire con persone conosciute, non è che però si lamenti un restringimento dell’universo sociale.

La realtà non è affascinante come quella vista attraverso lo "specchio" (schermo) di se stesso... "Echo and Narcissus" (1903) di John William Waterhouse

La realtà non è affascinante come quella vista attraverso lo “specchio” (schermo) di se stesso…
“Echo and Narcissus” (1903) di John William Waterhouse

Insomma, con molte buone argomentazioni i saggi di contorno non fanno che confermare, con parole illuminate e comunque molto interessanti, le chiacchiere da bar: la Rete rovina la socialità. (E una volta sì che si stava meglio.)
Peccato però che non esistano più le chiacchiere da bar: oggi i bar si chiamano “social media”, dove le tue cazzate puoi raccontarle a centinaia di persone sparse nel Paese o nel mondo (se le dici in inglese), invece che ai soliti due amici che ti sopportano in silenzio.
Chi si lamenta dei social media, di solito lo fa attraverso i social media o servizi similari, a dimostrazione che il vero problema è più profondo del “restringimento dell’universo digitale”: è l’atavico e primordiale desiderio umano di sparare cazzate e spiegare agli altri dove stanno sbagliando.
Dovrebbero studiare questo, non la Rete…

C’è poi il discorso politico. La democrazia è nata centripeda mentre la Rete è centrifuga – mi viene fatto notare – e anche qui si parte da un assunto tutto da dimostrare: cioè che la democrazia “vera” (non digitale) abbia mai davvero tenuto fede alla propria etimologia, come si ama raccontare.
La democrazia centripeda è quella dell’agorà, della piazza a cui tutti simbolicamente guardano, il luogo dove ci si riunisce e si prendono le decisioni, il luogo in cui – secondo Rousseau – la somma degli interessi privati dei partecipanti è controbilanciata dal bene comune che prevale, anche a discapito dei singoli.
Tutto bello, tutto buono, però nell’agorà ci andavano solo i maschi ricchi e nati sul posto, tutti gli altri (cioè la maggioranza della popolazione) dovevano stare zitti e mosca ed obbedire agli ordini. E il bene comune non è un’entità astratta che si materializza, è solo l’opinione di chi strilla più forte che viene considerata giusta.
Ecco, nella Rete tutti strillano più forte, e chiunque – ma chiunque sul serio – ha diritto alla parola, anche i ragazzi, gli immigrati e tutti quelli che nella democrazia “classica” e centripeda non hanno mai avuto diritto alla parola.

Se mi dicono che dare la voce a tutti distrugge la democrazia, dico che evidentemente c’è un fraintendimento su cosa sia la democrazia.

Byung-Chul Han (2014)

Byung-Chul Han (2014)

Finalmente arriva il “titolare” del saggio a spiegare:

I mass-media come i giornali possono costruire una massa politica, orientata secondo un’idea politica. Lo sciame digitale (digitale Schwarm) invece non è una massa. Nella massa il singolo non possiede alcun contorno proprio, alcun profilo personale. Si disperde totalmente in essa. Non è un ego. Lo sciame digitale consiste al contrario in tanti ego singoli che non si costituiscono secondo una forma politica. Gli sciami possono però generare determinati modelli (patterns), dei quali probabilmente non sono a conoscenza. Questa è la differenza dei pattern rispetto alle forme in cui si possono invece costituire le masse.

Qui secondo me nasce il disguido di base: chi va in Rete è un soggetto politico ma non fa politica, sta semplicemente cazzeggiando.
Il cazzeggio stranamente non viene mai preso in considerazione, ma è l’unica grande realtà digitale: sia che io tenti di convincervi di una qualche astrusa teoria complottistica sia che prenda in giro il cantante del momento, sto solo cazzeggiando. Prima si andava fuori casa a farlo, ora si fa in casa con effetti mille volte più ampi.
I santoni digitali sono un fenomeno impercettibile, perché la Rete sciaborda di cazzoni che gridano tutto e il contrario di tutto: cercare qualsiasi cosa assomigli ad elementi politici è davvero un perdita di tempo.
Per la politica e le sue bugie ci sono i giornali, per tutto il resto c’è la Rete. (Ecco perché i politici continuano ad andare ai talk show e a parlare ai loro giornali, perché in Rete tutti sono politici)

Con il crollo dello spazio pubblico scompare il fondamento di ogni democrazia, che si basa sulla costruzione di una volontà condivisa nello spazio pubblico.

Possono stare tutti tranquilli, lo spazio pubblico è intatto, la gente va in piazza come prima… ma ora si diverte a farsi i selfie da mettere on line con su scritto “Guardate, sono in piazza”. Il corpo fisico è lì per condividere lo spazio pubblico e contribuire al bene comune tanto caro a Rousseau, ma la mente è in Rete a cazzeggiare.

Non potrebbe essere possibile una democrazia dello sciame (Schwarmdemokratie) che rivedesse radicalmente e rinnovasse la forma finora esistita di democrazia, cioè la democrazia rappresentativa, e rimandasse alla già nota democrazia diretta?

Digitale RationalitätIl saggio di Han va in direzione opposta rispetto agli italiani che lo precedono: invece di limitarsi a ripetere i soliti mantra (il digitale rovina la socialità, il digitale rovina la socialità…) propone che sia la democrazia a cambiare, per venire incontro alla nuova realtà.
Il problema però è che sono tutte mode passeggere, che non vivono abbastanza per creare background culturale. Social media nascono e muoiono perché non sono altro che strumenti di un culto antico e invincibile: il cazzeggio!
Credere che chi cazzaggia sia un soggetto politico è un grave errore, perché mentre in Rete il cazzeggiatore lancia i suoi strali e svela complotti a manetta, poi quando per sbaglio lo Stato lo chiama ad esprimere un voto – tranquilli, succede di rado – il cazzeggiatore scinde la propria personalità, lascia in Rete la mente complottista nonché amante di filmati con gatti, e il suo corpo reagisce in soli due modi, dimostrati dalle recenti statistiche:
– vota perché confida in un vantaggio personale;
– non vota perché c’è il sole e deve andare al mare. (Curiosamente, quelle rare volte in cui in Italia si è votato… c’era il sole! Non vi sembra un perfetto complotto da svelare in Rete?)

Finché si considererà “bacino di utenza” la massa di cazzeggiatori – tra cui io, ovviamente! – che quotidianamente invade la Rete, si rischierà sempre di non capire a pieno il fenomeno digitale.

Continuo la mia ricerca di saggi che studino quella che Bauman chiama “modernità liquida”: in un mondo però che cambia profondamente ogni giorno, i saggi sono ancora fermi alla mentalità metà-novecentesca… Mi citano ancora Marx.. ragazzi, non volevo dirvelo, ma Marx è morto… e neanch’io mi sento tanto bene…

L.

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Pubblicato da su febbraio 3, 2016 in Recensioni

 

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