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Rashomon e la verità impossibile

13 Nov
In questi giorni il blog The Obsidian Mirror ha presentato un post che ci ricorda quanto molta narrativa del fantastico sia debitrice di Ambrose Bierce (come per esempio la Carcosa resa celebre dal Re in Giallo di Chambers): ne approfitto per rispolverare questo mio pezzo che ricorda quale altro grande filone sia debitore del grande Bierce.
Rashomon

Rashomon e la verità impossibile

Quando il 23 agosto del 1951 il pubblico del Festival del Cinema di Venezia si incantò di fronte ad un film giapponese di grande potenza e bellezza, era da almeno un anno che questo girava in patria: si trattava di Rashômon – o Rasciomon, com’è stato presentato in Italia fino agli anni Sessanta – di un Akira Kurosawa all’epoca appena quarantenne.

Già in patria aveva conquistato il pubblico con grandi successi come L’angelo ubriaco, ma è solo dopo questo titolo che diventa un regista di culto.

Dopo aver vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia, che gli apre le porte dell’Europa, nel 1952 vince un “Oscar Onorario” come «più sorprendente film in lingua straniera distribuito negli Stati Uniti», e quindi gli vengono aperte anche le porte degli USA (molto di più della ridicola Nomination all’Oscar dell’anno successivo per la miglior “art direction”…)

Il successo negli Stati Uniti ha sempre una curiosa reazione: appena un titolo straniero, giapponese in particolare, ha un minimo di successo, bisogna subito rifarlo in chiave americana. Ci pensa nel 1959 la sceneggiatrice e drammaturga newyorkese Fay Kanin, che con il marito Michael ricopia riga per riga la sceneggiatura giapponese – con qualche leggerissimo cambiamento – e crea la pièce teatrale dall’onesto titolo Rashomon, visto che è semplicemente il film di Kurosawa ma parlato in inglese.

Paul Newman e Claire Bloom

Paul Newman e Claire Bloom

Nel 1960, quasi a festeggiare il primo decennale del film originale, il grande Sidney Lumet adatta per la TV il testo di Kanin per il film dall’ovvio titolo Rashomon, con il celebre Ricardo Montalban nel cast. Non basta però al pubblico televisivo, così nel 1964 Martin Ritt affida al solo Michael Kanin l’adattamento della pièce per un pubblico cinematografico: cambiando finalmente titolo, nasce L’oltraggio (The Outrage) con protagonista Paul Newman – imbarazzante nelle vesti di un messicano e ridicolo quando cerca di ricalcare lo stile spavaldo di Toshirô Mifune – e un giovane William Shatner, poco prima di diventare il celebre Capitano Kirk. Il film arrivò in Italia nel Natale dello stesso anno con lo strillo «Fu un atto d’amore o di violenza?».

Fra remake – come un episodio della longeva serie “Saranno famosi” – e scopiazzamenti – come un episodio della serie “Super Vicki” – la storia ha incantato il pubblico occidentale da più di sessant’anni. Ma di cosa parla questo film?

Toshirô Mifune e Machiko Kyô (© 1950 Kadowkowa Pictures)

Toshirô Mifune e Machiko Kyô
(© 1950 Kadowkowa Pictures)

La trama è semplice: marito e moglie, mentre attraversano un bosco, vengono aggrediti da un brigante. Nel tentativo di affrontare il malintenzionato, il marito finisce ucciso e la donna viene violentata, ma durante le indagini sull’accaduto ci si trova davanti ad un fatto strano: ognuno racconta la storia a proprio modo.

C’è la versione del brigante, quella della donna, quella del marito ucciso (tramite l’intervento di una medium!) e infine quella di un boscaiolo che passava di là ed ha visto tutto senza che i protagonisti se ne accorgessero. Ognuno ha un motivo per mentire, e quindi racconta la storia in modo diverso: il brigante vuol farsi vedere ardimentoso, la donna costretta dagli eventi e il marito eroico ed epico. Dov’è la verità? Cos’è successo veramente in quel boschetto?
«La verità cambia colore a seconda della luce», scrive Kasi Lemmons nella sceneggiatura del suo film La baia di Eva (1997), e purtroppo è vero.

Com’è noto, il film è la fusione di due racconti brevi dell’autore Premio Nobel Ryûnosuke Akutagawa: Nel boschetto (la storia delle varie testimonianze discordanti) e Rashômon. Quest’ultimo presenta una storia avvenuta sotto la Porta di Rashô (Rashômon, appunto), uno dei due principali accessi alla città di Kyoto: una storia che testimonia la meschinità umana. Per creare una sceneggiatura corposa Akira Kurosawa prese le due storie e le fuse, così che nel film ci sono dei personaggi che, incontratisi sotto la Porta di Rashô per ripararsi dalla pioggia incessante, si raccontano una storia, cioè gli eventi di Nel boschetto.

Ora però c’è un fatto curioso. Nel boschetto (o Nel bosco a seconda delle traduzioni), la storia cioè delle varie versioni della verità, appare sulla rivista “Shincho” nel 1922, solo cinque anni dopo la pièce teatrale Così è (se vi pare) (1917) del nostrano Luigi Pirandello.

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

Non ci sono prove, né in effetti sembra plausibile che Akutagawa possa aver messo le mani sul lavoro dell’autore siciliano (anche se però è accertata fino agli anni Trenta una passione statunitense per Pirandello, e visto che in Giappone arrivavano molti influssi culturali statunitensi… chissà…), però è quanto meno curiosa la somiglianza delle due storie.
Di sicuro questa somiglianza l’hanno ben colta gli americani, visto che nel maggio del 1952 – due mesi dopo che Rashomon ha vinto un Oscar onorario – Eric Bentley traduce in inglese il testo di Pirandello, che uscirà nel 1954 per la Columbia University Press con il titolo Right You Are.

Il testo teatrale Così è (se vi pare) – trasformato poi nella novella omonima – racconta di due nuovi arrivi in un paesino di provincia. Attorno al signor Ponza si accentrano le curiosità dei paesani e (proprio come nel successivo racconto di Akutagawa) vengono sentiti singolarmente gli interessati perché diano “testimonianza” degli eventi. Proprio come Nel boschetto, ognuno racconta la verità in modo diverso, chiudendo la storia nella totale impossibilità di stabilire quale sia la “vera verità”.
Ma, lo ripeto, è improbabile che Akutagawa possa aver copiato l’autore nostrano. Robert M. Torrence (l’unico a quanto pare a parlare di questa coincidenza) nel suo Modern and Modernism dice: «Akutagawa era eguale a Pirandello, non suo discepolo».
In fondo, poi, in quegli anni la “relatività” era un tema attuale: in Germania Einstein parlava di “relatività” appunto; Werner Heisenberg gettava le basi per il principio di indeterminazione ed Erwin Schrödinger, col suo famoso paradosso del gatto, dimostrava che è impossibile studiare alla perfezione un evento, perché proprio studiandolo lo si modifica. Erano correnti di pensiero che attraversavano il mondo: di tutti e di nessuno, quindi.
La verità su quanto un autore influenzò l’altro non la sapremo mai.

Ambrose Bierce

Ambrose Bierce

La storia può finire qui ma, come sanno bene gli autori citati, cercando la verità servono almeno tre testimonianze: Akutagawa ha dato la sua versione, che ha influenzato il cinema mondiale per decenni, Pirandello la sua, ottenendo molto meno, e quindi manca la terza testimonianza… La testimonianza di qualcuno che fosse morto all’epoca della stesura della storia.
La terza voce di questa storia arriva da La strada al chiar di luna (The Moonlit Road), racconto apparso sulla rivista newyorkese “Cosmopolitan” nel gennaio del 1907 a firma dello statunitense Ambrose Bierce, che non si sa dove sia andato a morire ma che di sicuro non era più di questa terra all’epoca de Nel boschetto.
Anche nel racconto di Bierce ci sono tre personaggi, tre storie diverse dello stesso avvenimento, tre interpretazioni opposte date perché non si può rivelare la verità.

In una fattoria di campagna un uomo trova la moglie uccisa. Abbiamo tre testimonianze: il figlio della donna, il marito e… la donna stessa, grazie ad una medium. (Toh, proprio come nel racconto di Akutawaga…) Ognuno di loro, ovviamente, dà una versione diversa.
Benché il racconto si basi di più sulla ghost story, è comunque innegabile che Bierce – dieci anni prima di Pirandello e quindici prima di Akutagawa – scrive un racconto che manifesta l’impossibilità di stabilire la verità, quando si parla di vicende umane…

Pirandello ed Akutagawa conoscevano Bierce? Si sono ispirati a quel suo racconto? La verità – ovviamente – non si può stabilire…
Sembra di sentire la frase finale del film Harry a pezzi di Woody Allen:

Tutti conosciamo la stessa verità: la nostra vita consiste in come scegliamo di distorcerla.

L.

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9 commenti

Pubblicato da su novembre 13, 2015 in Indagini

 

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9 risposte a “Rashomon e la verità impossibile

  1. Cassidy

    novembre 13, 2015 at 7:16 am

    Un archetipo del cinema, hai fatto un ottima carrellata di titoli, non avrei mai pensato di vedere Super Vicky e Kurosawa nello stesso contesto 😉 Cheers!

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      novembre 13, 2015 at 2:04 pm

      Ti ringrazio, peccato che negli anni Novanta non mi segnai l’episodio: dovrei rivedere tutta la serie per stanarlo, ma ricordo perfettamente che seguiva passo passo il canone Rashomon 😉

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  2. theobsidianmirror

    novembre 13, 2015 at 8:07 am

    Un altro testo fondamentale sulla “verità impossibile” è La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt… un romanzetto di poche pagine incentrata sulla celeberrima vicenda di Edipo…

    Liked by 1 persona

     
  3. theobsidianmirror

    novembre 13, 2015 at 8:08 am

    …mentre nel cinema va ricordato il fondamentale “Quante volte quella notte” del grande maestro Mario Bava…

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      novembre 13, 2015 at 8:16 am

      Grazie delle dritte: queste meritano una nuova “indagine”. Per ora mi sono limitato alle opere del modello “Rashomon”, palesemente “contagiate” da una fonte comune, ma il discorso si può allargare 😉

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