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Tecnologia libraria 7. La vergogna della stampa

09 Set
Johann Fust

Johann Fust

Nel 1466 Leon Battista Alberti racconta che per fare duecento copie di un libro ci vogliono tre uomini per cento giorni, mentre per le stesse copie Vespasiano da Bisanzio aveva bisogno di 45 amanuensi per 600 giorni.

Questo epocale cambiamento è dovuto all’imprenditore Johann Fust che è fuggito dalla guerra civile di Magonza e ha portato nell’Italia del Nord la grande invenzione che possiede: la tipografia, cioè il modo di stampare usando tipi (caratteri mobili) fusi in lega di metallo.
È un sistema inventato da Johannes Gutenberg, che dopo tre anni rompe l’accordo con il finanziatore Fust trovandosi costretto a lasciargli la sua apparecchiatura. Fust trova nella bibliofila Italia un terreno più che fertile, piena com’è di facoltosi collezionisti, ricche biblioteche comunali ed ecclesiastici ben disposti ad accogliere un sistema veloce ed economico di comunicazione.

Johannes Gutenberg

Johannes Gutenberg

Nella seconda metà del Quattrocento, grazie al fenomenale quanto misterioso lavoro dei cacciatori di libri – che racconto nel mio saggio Alla conquista del Monte Athos – l’Italia ha riscoperto un grande patrimonio letterario dimenticato da secoli, che ora grazie all’economica tipografia può tornare ad essere pubblico: le opere di Dante e di Cicerone aprono la strada, ma sono subito raggiunti.
Se Ad Familiares di Cicerone raggiunge le 50 edizioni in sei anni, il Confessionale di Antonino Pierozzi, vescovo di Firenze morto nel 1459, tocca le centocinquanta: un vero e proprio bestseller.

L’entusiasmo degli stampatori non sempre corrisponde ad un reale successo di vendite e ben presto si deve imparare a fare bene i calcoli tra copie stampate e vendibilità dei titoli: insomma, sul finire del Quattrocento il libro non sono più un lusso per pochi illuminati, bensì una vera e propria “merce”.

Regolare arriva il rifiuto di questa nuova vergognosa tecnologia: ma volete mettere il lusso di un manoscritto miniato con una volgare edizione a stampa? Vespasiano da Bisticci assicura che fra i libri del duca di Urbino non ce n’era neanche uno a stampa, «ché se ne sarebbe vergognato».

Per approfondire: Accademia della Crusca, L’editoria italiana nell’era digitale (2014)

L.

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9 commenti

Pubblicato da su settembre 9, 2015 in TecnoLibri

 

9 risposte a “Tecnologia libraria 7. La vergogna della stampa

  1. vomit0r666

    settembre 9, 2015 at 6:03 am

    Bello, interessante!

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      settembre 9, 2015 at 6:04 am

      Ehi, grazie ^_^

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      • vomit0r666

        settembre 9, 2015 at 6:15 am

        Prego 🙂

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      • Lucius Etruscus

        settembre 9, 2015 at 6:17 am

        Il ciclo proseguirà con altri esempi di innovazioni tecnologiche in ambito librario che corrispondono a critiche da “si stava meglio prima”, cioè le stesse che oggi infestano qualsiasi seria discussione su “cartaceo vs digitale”. Se ti va, ogni mercoledì non perderti questa rubrica 😉

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      • vomit0r666

        settembre 9, 2015 at 6:47 am

        Ti seguirò volentieri 🙂 passa a trovarmi pure tu, se ti fa piacere!

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      • Lucius Etruscus

        settembre 9, 2015 at 7:11 am

        Con piacere, ti inserisco nelle letture quotidiane 😉

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      • vomit0r666

        settembre 9, 2015 at 7:14 am

        Grazie! 🙂

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  2. theobsidianmirror

    settembre 9, 2015 at 1:13 pm

    Il manoscritto, oltre che per un discorso estetico, immagino fosse preferito da gente come il Duca di Urbino perché offriva una distinzione sociale. La stampa evidentemente era per il popolo che non poteva permettersi l’amanuense privato…. Si direbbe che no sia cambiato nulla da allora.. solo le attenzioni di sono spostate dai libri a beni materiali di diverso tipo….

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    • Lucius Etruscus

      settembre 9, 2015 at 1:16 pm

      È proprio lo scopo di questa carrellata, dimostrare che dall’invenzione del libro ad oggi i prohlemi sono sempre gli stessi, e ad ogni innovazione tecnologica corrisponde l’idea che prima era meglio.

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