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The Experiment: la prigione che è in noi

20 Ago

 

Experiment

Il 20 agosto di 44 anni fa veniva interrotto un celebre esperimento che ha cambiato per sempre l’immagine che l’umanità ha di se stessa, dimostrandoci come il male è dentro ognuno di noi e che le prigioni esistono… anche nella mente.
Visto che – in modo del tutto casuale – mi è capitato di leggere uno splendido saggio che, tra le altre cose, ne ricostruisce gli eventi, mi sono rivisto i due film che si rifanno all’esperimento e ne approfitto per un discorsone generale.

«Tutti portiamo in noi il nostro ergastolo.»
Albert Camus

Experiment_PrigioniIl 1971 è la data in cui l’Occidente ha cambiato opinione su se stesso, scoprendo che la natura umana non è affatto come la si credeva. Nell’agosto di quell’anno il professor Philip Zimbardo dell’Università di Stanford (California) organizza nei seminterrati universitari il più famoso esperimento sociologico mai concepito: prendere delle gente normale… e farla stare insieme.
Il 20 agosto 1971 l’esperimento viene interrotto, perché quando la gente normale sta insieme… succedono cose brutte!

Molto è stato detto su questo esperimento e sul suo esito, tanto che nell’immaginario collettivo è diventato quasi un olocausto di violenze e soprusi. In questi giorni ho letto lo stupendo Prigioni della mente (Einaudi 2014) del professor Adriano Zamperini che invece ha spiegato nei minimi particolari l’esperimento di Zimbardo, sottolineando la potenza delle conclusioni.
Vi invito a leggere il saggio di Zamperini, ma provo a riassumere in poche parole.

Il 14 agosto 1971 inizia un esperimento di due settimane in cui 18 ragazzi, scelti tra le molte decine di volontari, vengono portati nei sotterranei dell’Università di Stanford e divisi in due squadre: nove carcerieri e nove prigionieri. Per un compenso irrisorio – 15 dollari al giorno, che pare corrispondano ad un’ottantina di dollari di oggi – i prigionieri dovranno eseguire ogni ordine imposto loro dalle guardie, che potranno scegliere qualsiasi sistema per mantenere l’ordine.

Ecco i ruoli assegnati, all'inizio dei film "Das Experiment" (2001)

Ecco i ruoli assegnati, all’inizio dei film “Das Experiment” (2001)

Già ci vengono in mente immagini da Le 120 giornate di Sodoma di Sade, ma non è così: ce lo spiega Zamperini.

«Naturalmente, i reclusi usufruivano di alcune tutele inviolabili. Nessuna punizione fisica, deprivazione del sonno, crudeltà, perquisizione corporale o nudità imposta, e nessun abuso di natura razziale, sessuale, religiosa o etnica potevano investirli. Oltre a ciò, venivano garantite idonee condizioni igieniche e la possibilità di utilizzare quotidianamente e privatamente tutti i servizi.»

Quello che non viene mai raccontato dell’esperimento di Stanford è che i partecipanti potevano andarsene in qualsiasi momento. Ricevevano visite di parenti, di avvocati e anche di confessori: lo stesso Zimbardo scendeva ad intervistare i partecipanti. In qualsiasi momento i detenuti avessero ritenuto disumano l’esperimento, potevano uscire dalle porte… aperte! Non era un carcere, non era un laboratorio né una struttura militare: era il seminterrato di un’università.

Due detenuti abbandonarono senza problemi l’esperimento, gli altri no: perché? Perché nove ragazzi accettarono le umiliazioni psicologiche che le guardie imposero loro? Vennero privati del nome (erano identificati esclusivamente da un numero) vennero privati della dignità (giravano con camici senza alcun indumento sotto, neanche intimo), e subirono una pressione enorme… quando bastava alzarsi ed uscire per mettere fine a tutto.
Alla fine furono gli esaminatori a dover intervenire per bloccare tutto: «Rispetto alle due settimane programmate, il 20 agosto 1971, dopo solo sei giorni, l’esperimento della prigione simulata di Stanford venne interrotto.»

Queste sono le terribili e spaventose conclusioni dell’esperimento di Stanford. Prendi una normalissima persona, infilagli una divisa autoritaria e diventa un aguzzino spietato. Infilagli un camice da prigioniero, e distruggerà se stesso fino all’annullamento.

Basta poco, perché tutto degeneri, da "Das Experiment" (2001)

Basta poco, perché tutto degeneri, da “Das Experiment” (2001)

Già nel 1977 l’eco dell’esperimento di Stanford ha girato il mondo, visto che il nostro Carlo Tuzii dirige il film televisivo La gabbia, che dovrebbe essere la ricostruzione romanzata dell’esperimento di Zimbardo. (Non avendolo visto non posso che basarmi su quanto dice Wikipedia.)

Il fantomatico romanzo di Mario Giordano

Il fantomatico romanzo di Mario Giordano

Si avvicina il 30° anniversario dell’esperimento, che cosa organizzare per festeggiarlo? Nel 2000 le case produttrici tedesche Typhoon e Senator Film Produktion si accaparrano i diritti di un romanzo del 1999 scritto da un psicologo di Monaco: Mario Giordano. (No, non il nostro Mario Giordano!) In realtà la questione è particolarmente fumosa: nessuno conosce o cita il testo di Giordano al di fuori del film che ne è stato tratto; non esistono copyright registrati o qualsiasi riferimento che non sia del film: nessuno sa nulla di questo romanzo prima del film, e infatti non esistono edizioni note antecedenti al marzo 2001.

Il 7 marzo a Berlino viene presentato Das Experiment di Oliver Hirschbiegel, regista televisivo che ha l’occasione di farsi conoscere e sa sfruttarla bene, visto che nel 2004 sarà un successo internazionale il suo La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler.
Il film – che girerà le arene estive italiane dal 9 agosto 2002 prima dell’uscita in sala, lo stesso mese, con il titolo The Experiment. Cercasi cavie umane – non è una ricostruzione dell’esperimento di Zimbardo bensì una rivisitazione moderna. «Cercasi volontari per un test. Quattromila marchi per un esperimento di 14 giorni in una finta prigione»: questo è l’annuncio che legge sul giornale il protagonista del film, Tarek (interpretato dal bravo Moritz Bleibtreu).
Già questo separa il film dal vero esperimento, perché inserisce la componente monetaria: nelle interviste, tutti i partecipanti dicono di farlo per soldi, elemento totalmente assente dall’esperimento del ’71, o almeno in forma decisamente minore.

Tarek (Moritz Bleibtreu), prigioniero numero 77

Tarek (Moritz Bleibtreu), prigioniero numero 77

Tarek ha studiato filosofia, architettura e sociologia e fa il tassista, ma in realtà scopriamo che è un ex giornalista che vuole scrivere un pezzo sull’esperimento: se succedesse qualcosa durante le due settimane di permanenza, sarebbe uno scoop che risolleverebbe la sua carriera e le sue finanze, ecco dunque un elemento disturbante in più. Sin dall’inizio Tarek, il prigioniero numero 77, creerà mille problemi ma non perché sia l’uomo puro che reagisce contro un sistema autoritario, ma semplicemente perché spera in uno pezzo giornalistico pepato.

A differenza dall’esperimento di Stanford, il film del 2001 mostra che i prigionieri non rispettano le guardie e in generale prendono molto poco sul serio tutto l’esperimento: si sentono in una specie di strana vacanza da cui usciranno con dei soldi in più. Così viene spontaneo al debole e sottomesso prigioniero 82 (Oliver Stokowski) sedere a mensa e rispondere ad una guardia che lui il lette non lo beve. È una semplice affermazione di un intollerante al lattosio, ma così facendo mina l’autorità delle guardie, che sul momento non reagiscono.

Das Experiment si fonda principalmente sull’escalation di violenza adottata dalle guardie per stabilire il proprio controllo su detenuti che non glielo riconoscono mai, perché tutti sanno che è un gioco che si può interrompere in qualsiasi momento. Quindi il film parte da un presupposto totalmente contrario al vero esperimento di Stanford, dove sin dal primo giorno i detenuti si sono prostrati al potere delle guardie senza mai chiedere di abbandonare il “gioco”, se non in due casi.

Dall’altra parte il film inserisce anche gli esaminatori, che diventano parte attiva dell’esperimento in modo onestamente imbarazzante, diventando più succubi loro delle guardie di quanto non siano i prigionieri.

Il capo delle guardie Berus (Justus von Dohnányi)

Il capo delle guardie Berus (Justus von Dohnányi)

Tedeschi + Soprusi = Nazismo. È un’equazione davvero troppo facile e infatti subito Das Experiment viene definito un film che analizza la nascita del nazismo, come se i soprusi non esistessero da quando esiste la razza umana. E poi la sceneggiatura di Mario Giordano semmai dimostra l’esatto contrario: i prigionieri non si arrendono mai, non si lasciano mai spezzare dalle guardie e lottano fino all’ultimo fotogramma. Cosa che non fecero i popoli sotto il nazismo, come infatti dimostra l’esperimento di Stanford: se hai indosso la divisa da prigioniero, ti comporti come un prigioniero.

Lo scontro finale in "Das Experiment" (2001)

Lo scontro finale in “Das Experiment” (2001)

Mentre i critici pensano al nazismo – perché in effetti di solito sono ignari di qualsiasi aspetto culturale non risalga ad almeno sessant’anni prima – non va dimenticato che il 16 settembre 1999 è definitivamente morta la realtà ed è nato il reality, e sette mesi prima che Das Experiment arrivi nelle loro sale gli Inglesi hanno una bella idea: perché non trasformare il celebre esperimento di Stanford… in Grande Fratello Carcerario?

Non so se in Italia siano arrivati echi di questo curioso esperimento – anche se il 22 ottobre 2001 il quotidiano “La Stampa” intitola «Un Grande Fratello per scoprire il maniaco che si nasconde in te» – ma trovate una splendida analisi nel citato saggio Prigioni della mente di Zamperini.

«“Conosci veramente te stesso?” Con questo titolo, il 15 ottobre 2001 apparve sui giornali britannici un breve annuncio. Il comunicato era semplice e diretto: un team di psicologi cercava adulti maschi per un esperimento di scienze sociali. Un evento destinato a diventare una trasmissione televisiva della BBC. Per i volontari nessun compenso.»

Stavolta non ci sono in ballo neanche quei pochi dollari offerti da Zimbano nel ’71, ma non serve più: i giovani del Duemila non sanno cosa siano i soldi (tanto non ne spendono di propri!), per loro esiste solo la visibilità, la realtà finta dei reality.

Senza che nessuno sembra accorgersene, l’esperimento britannico dell’ottobre del 2001 procede in modo simile al film tedesco del marzo 2001: tutti in fondo pensano di star giocando e i detenuti non si sentono mai realmente soggiogati dalle guardie, che non sembrano neanche provare ad imporre il proprio potere. Proprio come il film, sarà un incidente a mensa a scatenare un cambiamento della situazione pacifica ma poi avverrà qualcosa che nessuno sceneggiatore sarebbe stato in grado di immaginare…

In due film ma anche nella realtà, uno scontro in mensa dà il via all'escalation di violenza

In due film ma anche nella realtà, uno scontro in mensa dà il via all’escalation di violenza

«Dopo un confronto ricco di riflessioni in merito alle dinamiche tra autorità e subordinati, – spiega il Zamperini, – guardie e prigionieri, congiuntamente, convocarono i ricercatori e proposero la costruzione di una comune. Un’organizzazione dove tutti fossero uguali. […] Impossibilitati a far continuare il proprio sistema, risultava parecchio seducente l’idea di lasciare a qualcun altro l’incarico di prendere tutte le decisioni e assumere pieni poteri. […] Alla luce di tutto questo, i ricercatori decisero di concludere The Experiment un giorno prima rispetto ai dieci programmati.»

Perché nell’agosto del ’71 a Stanford avvennero sei giorni di soprusi e torture psicologiche mentre nell’ottobre del 2001 negli studi della BBC si formò addirittura una comune egualitaria? Sebbene non siano due esperimenti da poter mettere a confronto, la risposta però si affaccia subito: la presenza delle telecamere.
Una guardia non può essere liberamente autoritaria se sa che qualcuno la vede, magari un familiare o una persona cara: per quanto dentro tutti noi ci sia uno spietato aguzzino pronto ad uscire appena ci venga infilata addosso una divisa, la morale pubblica è ancora violentemente contraria a queste violenze, anche se solo psicologiche.

«Essere scrutati da telecamere giorno e notte, sapendo che ogni fotogramma si sarebbe impresso sulla retina di milioni di occhi, influisce sulla condotta esibita. Non c’è alcun dubbio che ciò sia successo ai volontari di The Experiment

L’occhio del Grande Fratello (quello di Orwell) mitiga tutti gli animi: tanto le guardie che i detenuti non si sono lasciati andare a comportamenti devianti, tanto da arrivare allo stallo completo. Sembra incredibile, quasi una contraddizione, ma è come se una prigione non possa esistere se i detenuti rifiutano di ribellarsi e le guardie rifiutano di essere aguzzini…

Lo schieramento dal film "The Experiment" (2010)

Lo schieramento dal film “The Experiment” (2010)

«Cercansi soggetto per esperimento comportamentale. Nessuna esperienza necessaria. Mille dollari al giorno». Con questo incredibile annuncio scatta l’inevitabile remake americano: a parte alcune modifiche – come l’offrire l’assurda cifra di mille dollari al giorno – The Experiment di Paul Scheuring è null’altro che la fedele versione statunitense del Das Experiment di Oliver Hirschbiegel.

Già nel 2006 lo stesso Scheuring aveva depositato una sceneggiatura tratta espressamente dal film tedesco, e curiosamente prima dell’uscita americana (direttamente in DVD il 21 settembre 2010) The Experiment esce proprio in Germania, in quel 19 agosto che simboleggia quasi il trentennale dell’esperimento di Stanford (che sarebbe stato il 20 agosto 2011). La Sony Pictures porta il film in DVD a noleggio il 17 novembre 2010 e in vendita dal 15 dicembre successivo.

Travis (Adrien Brody), prigioniero numero 77

Travis (Adrien Brody), prigioniero numero 77

Il protagonista non è più lo spiantato Tarek in cerca di un rilancio di carriera, bensì il disoccupato Travis (interpretato dal Premio Oscar Adrien Brody), attivista della non violenza… così risulterà più netto il contrasto quando diventerà violento! Se non bastasse questo trucchetto dozzinale, Scheuring gli contrappone il capo delle guardie Barris (un sempre eccezionale Forest Whitaker) che è un mammone senza spina dorsale, e tutti sanno che questi tipi di uomini appena indossano una divisa diventano degli aguzzini spietati…

Il capo delle guardie Barris (Forest Whitaker)

Il capo delle guardie Barris (Forest Whitaker)

Luoghi comuni a iosa come solo il cinema statunitense sa regalarcene a piene mani, scene prese dal film tedesco ma prive di una qualsiasi parvenza di credibilità, e come se non bastasse il militare in incognito dell’originale – cioè un uomo d’azione che potesse impegnarsi in veri scontri fisici – viene qui sostituito dal solito nazista dell’Illinois alla Blues Brothers. Insomma, un travisamento completo non solo dell’esperimento di Stanford, ma anche della sceneggiatura di Giordano.

Un’innovazione ispirata è invece quella di togliere del tutto dal film gli sperimentatori, che in effetti nell’originale tedesco sono la parte più zoppicante della storia, inserendo al loro posto un’idea molto intrigante.
C’è una luce rossa nella stanza delle guardie, e se si illumina vuol dire che il comportamento adottato da queste non è accettabile e l’esperimento rischia di essere interrotto, mandando tutti a casa senza soldi. Ogni volta che le guardie esagerano, e la luce non si accende, queste si sentono autorizzate a proseguire… se non addirittura ad aumentare la violenza. In fondo è quello che succede alle vere prigioni nel mondo: in mancanza di un segnale ammonitore dalle autorità superiori, le violenze continuano e si inaspriscono.

Lo scontro finale in "The Experiment" (2010)

Lo scontro finale in “The Experiment” (2010)

Nel 1971 Zimbardo dimostrò che siamo tutti vittime e carnefici, a seconda della divisa che indossiamo; nel 2001 la BBC ha dimostrato che basta riprendere la realtà… perché la realtà scompaia. I film sono la più alta forma di irrealtà, e infatti entrambi i The Experiment raccontano una storia di finzione, spostando la messa a fuoco su un messaggio molto più banale: gli uomini farebbero di tutto pur di guadagnare dei soldi. Sai che novità.

Invece il messaggio che rimane sottotraccia è che il simulacro precede sempre la realtà: appena ci inquadrano, non mostriamo ciò che siamo realmente… ma l’immagine che abbiamo di noi. Forse l’unica soluzione per risolvere le violenze e i soprusi umani… è renderli protagonisti di un reality.

L.

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17 commenti

Pubblicato da su agosto 20, 2015 in Indagini, Recensioni

 

17 risposte a “The Experiment: la prigione che è in noi

  1. Denis

    agosto 20, 2015 at 8:12 am

    Ti consiglio l’ottimo horror The Divide,comunque l’effetto e dovuto anche alla mancanza di spazi,l’ho letto su un libro.

    Liked by 2 people

     
    • Lucius Etruscus

      agosto 20, 2015 at 8:15 am

      Uh, quale libro ha inserito un titolo così moderno? Di solito i saggi di cinema parlano solo delle vecchie glorie…
      Comunque l’ho visto qualche tempo fa, e lo spazio stretto serve solo a risparmiare soldi per le location. Inizia come un capolavoro poi svacca di brutto perché gli sceneggiatori non sanno più che dire. Michael Biehn è titanico e vale la pena vederlo solo per lui! 😉

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      • Denis

        agosto 20, 2015 at 8:31 am

        Era un libro sul comportamento,comunque avevo visto un’altro esperimento in cui in un finto quiz show dovevi dare la scossa a un’altro concorrente più alzavi il voltaggio più soldi prendevi,povero Biehn avrà litigato con Cameron visto che nei ’90 e quasi sparito.

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      • Lucius Etruscus

        agosto 20, 2015 at 8:33 am

        Anche quello è un esperimento mitico, e recentemente l’hanno ricreato aggiungendo un elemento che dà ragione all’esperimento di Stanford.
        Se un esaminatore di guarda ti comporti mediamente in modo “umano”, ma se vieni lasciato solo… sei capace delle peggiori brutture…

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  2. Claudio

    agosto 20, 2015 at 10:53 am

    Articolo molto interessante ed esaustivo. Grazie ai tuoi approfondimenti mi capita spesso di scoprire che dietro uno pseudo successo commerciale di oggi c’è sempre un capolavoro destrutturato e privato delle parti che lo avevano reso tale…
    In ogni caso mi viene quasi da pensare che forse sarebbe bello se le telecamere potessero domare l’animo umano, ma poi probabilmente gli aguzzini diventerebbero quelli che devono guardare i video!

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    • Lucius Etruscus

      agosto 20, 2015 at 10:56 am

      Ti ringrazio del commento, e in effetti mi fai pensare che chi oggi comanda i palinsesti e le messe in onda in effetti ha un potere davvero superiore alla reale entità del suo mestiere. E’ come se decidesse cosa diventi realtà e cosa no…

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  3. theobsidianmirror

    agosto 20, 2015 at 11:51 am

    Aggiungo che ci fu anche un film interessantissimo (praticamente dimenticato) diretto dal nostro Giuliano Montaldo dal titolo “Il giorno prima”, nel quale una gruppo di persone accettò di farsi rinchiudere in un rifugio antiatomico sotterraneo per testare gli effetti della prigionia su una comunità ristretta (e costretta) in un ambiente limitato. Non ne sono certo ma mi pare abbastanza evidente che il regista abbia voluto aggiungere il terrore del nucleare (era il 1987) ad un esperimento già di per sé terrificante.

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    • Lucius Etruscus

      agosto 20, 2015 at 11:57 am

      L’assenza di divisione in ruoli però lo rende diverso, seppure è un esperimento terrificante. La particolarità di Stanford è che persone normalissime arrivavano la mattina, indossavano la divisa, e per 8 ore torturavano psicologicamente altri loro pari senza che nessuno gliel’avesse imposto, poi smettevano la divisa e tornavano a casa come se nulla fosse. L’orrore era la “banalità del male” (per dirla alla Arendt)

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      • theobsidianmirror

        agosto 20, 2015 at 12:05 pm

        Hai ragione, c’è in quel senso una differenza sostanziale. Nel caso di Montaldo la suddivisione ci sarebbe stata ma solo a posteriori. In previsione di un attacco nucleare che sarebbe avvenuto da lì a poche ore (come preannunciato dal notiziario) ci si trovò nel dilemma di fare entrare o meno alcuni disperati che si erano ammassati all’ingresso (con le conseguenze ovvie di doversi trovare di fronte ad una situazione interna non più sopportabile). La votazione, conclusasi democraticamente, verrà inficiata da un golpe messo in atto da quei pochi che avevano con sé un’arma. In sostanza viene confermata la formula arma=potere.

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      • Lucius Etruscus

        agosto 20, 2015 at 12:10 pm

        Quella tematica rientra più nel grande ciclo delle “stanze chiuse”, visto recentemente anche con il non propriamente riuscito “The Divide” (2011). Anche lì tutti in un bunker a causa dell’olocausto nucleare e anche lì le solite tematiche: quando dobbiamo stare uniti per dare il meglio, ecco che diamo il peggio.
        Il discorso delle pistole (arma = potere) è un tema molto caro al cinema, ma nella realtà non è così: a Stanford non c’era alcun tipo di arma, perché per rendere prigioniera una persona basta fargli indossare il vestito da prigioniero. Questo è l’orrore che ha dimostrato quell’esperimento, che dentro di noi ci sono anche i geni della sottomissione totale fino all’annullamento, e basta una consuetudine sociale per farli attivare!

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  4. loscalzo1979

    agosto 20, 2015 at 3:28 pm

    Bellissima analisi, tra l’altro ora è uscito un nuovo film legato a quell’esperimento del carcere sen non sbaglio

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  5. babol81

    agosto 25, 2015 at 8:10 am

    Bellissimo articolo, che getta una luce nuova su un film che mi era piaciuto inaspettatamente moltissimo e di cui non conoscevo l’esperimento reale che sta alla base della trama, tantomeno il bistrattato libro.
    Non sapevo avessero fatto un remake ma da come lo descrivi direi che posso tranquillamente passare oltre, anche perché Withaker lo sopporto davvero poco!

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    • Lucius Etruscus

      agosto 25, 2015 at 8:17 am

      Ti ringrazio e sono felice di averti contagiato con la storia di questo esperimento intrigantissimo 😉
      Sì, il remake del 2010 non aggiunge e non toglie, puoi benissimo ignorarlo 😉

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