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Tecnologia libraria 1. Le origini

29 Lug

SocrateDove e quando sia nata la scrittura, se sia nata una volta sola e poi evoluta in più rami o se sia nata diverse volte in zone diverse, non è lo scopo di questo viaggio: anche perché le opinioni degli studiosi sono molto lontane dall’essere omogenee.
Molto più indicativo è il mito della nascita della scrittura: quello divenuto celebre come Il mito di Thot.
A raccontarcelo è Platone, e non può che essere lui ad aprire questo viaggio. Il celebre filosofo visse la stessa epoca di transizione che stiamo vivendo noi da molti anni: le tecnologie di veicolazione culturale stavano mutando profondamente e questo generava stress e “nostalgia”. Ma andiamo con ordine.

Nel dialogo dal titolo Fedro, scritto da Platone intorno al 370 a.C., troviamo Socrate – maestro del filosofo ma anche personaggio ricorrente nei suoi scritti – che all’ascoltatore Fedro racconta questo aneddoto (274c-275b).
Un giorno, tanto tempo fa, il dio Thot (o Theuth) andò dal re dell’Egitto e gli propose alcune grandi tèchnai, invenzioni tecnologiche che avrebbero cambiato per sempre la vita dei sudditi, migliorandola sensibilmente: tra queste fenomenali innovazioni c’era anche la scrittura (γράμματα, grámmata), definita dal dio «farmaco per la memoria e la sapienza».
Il saggio re egizio, però, ebbe da ridire sottolineando come la scrittura avrebbe sortito l’effetto diametralmente opposto a quanto ventilato dal dio: si sarebbe cioè smesso di esercitare la memoria, riducendola invece di ampliarla. «Dunque tu non hai scoperto un farmaco per la memoria (μνήμης,mnèmes) ma per il ricordo (ὑπομνήσεως, iupomnèseos)». E per di più un numero crescente di persone non istruite avrebbe avuto accesso a concetti che avrebbero ripetuto senza capire.

Possiamo accusare sbrigativamente il Socrate di Platone di aver sbagliato a giudicare, visto che la scrittura tanto osteggiata all’epoca ha poi preso piede in maniera totale, eppure è innegabile che la memoria si è andata disfacendo man mano che la scrittura si è sviluppata: per noi è inconcepibile pensare a quelli che, nell’antichità, recitavano opere titaniche a memoria. Al massimo impariamo brani di poesie alle elementari e poi non esercitiamo mai più le nostre facoltà mnemoniche: malgrado abbia fatto la figura del “nostagico”, nel raccontare l’aneddoto Platone è stato lungimirante.

platoneMalgrado ancora oggi si rimproveri a Platone l’ipocrisia di condannare la scrittura pur sfruttandola per propagare i propri messaggi, il concetto del filosofo è invece chiarissimo. Un libro non è cultura: è solo un insieme di parole scritte che non è detto siano capite dal lettore. Per capirle a pieno, oltre al libro c’è bisogno di un maestro – o comunque una guida – che a parole aiuti il lettore a capire il messaggio scritto.
Quello che Platone professava era sì l’utilizzo della nuova tecnologia sempre più di moda – cioè la scrittura – ma anche l’uso in parallelo dell’oralità altrimenti si sarebbe creata una cultura di gente che ripete cose lette senza averle capite. Visto che 1600 anni dopo Dante scriverà «non fa scienza, sanza lo ritenere, avere inteso» (Paradiso, V, 42), evidentemente è un comportamento naturale che millenni di filosofi non hanno scalfito…
Comunque sul rapporto di Platone e i libri ho scritto una breve pièce teatrale, Platone, schiavo filosofo, che è anche il primo eBook che ho messo in vendita 😉

L.

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Pubblicato da su luglio 29, 2015 in TecnoLibri

 

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